2 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Feb, 2026

Epstein Files, arte contemporanea e fallimento morale dell’élite americana

Epstein Files

Le responsabilità dell’élite culturale americana nel caso Epstein. Il nodo tra filantropia, potere finanziario e governance dei musei nel sistema dell’arte contemporanea


Gli “Epstein files” vengono desecretando il fitto intreccio esistente, negli Stati Uniti, tra “filantropia” e reputation washing. Forse sarebbe eccessivo considerare tale intreccio “sistemico”: tuttavia anche passarlo sotto silenzio, o considerarlo semplicemente contingente, sembra troppo facile. Veniamo pure, per semplificare l’analisi, all’ambito culturale, inteso in senso ampio. La reputazione di taluni artisti, collezionisti, musei, critici d’arte e infine accademici esce macchiata da scambi di favori, richieste di finanziamento, protezioni chieste e accordate e infine rapporti continuativi e organici con Epstein.

I nomi dell’élite culturale

Passiamo per adesso sotto silenzio, perché in apparenza meno probanti, i casi di Ronald Lauder e Steve Tisch. E dedichiamo una breve menzione a Leslie Wexner, CEO di Victoria’s Secret. Tutti e tre legati a Epstein da rapporti duraturi, mai chiariti del tutto – in particolare Wexner – che sembrano esulare dal semplice ambito della consulenza finanziaria e fiscale.

Consideriamo invece il caso di Leon Black, cofondatore (nel 1990) del fondo di investimento Apollo Global Management. Collezionista d’arte (Raffaello, Michelangelo, Cézanne, Van Gogh, Picasso, Pollock, etc.) e cliente della galleria Gagosian (il nome di Larry Gagosian, oggi il più influente gallerista al mondo, figura 114 volte negli Epson files); trustee del Lincoln Center for the Performing Art, di Asia Society e Jewish Museum; proprietario della casa editrice Phaidon, specializzata in libri d’arte; soprattutto presidente del Museum of Modern Art dal 2018 al 2021.

Malgrado Black abbia affermato di avere avuto rapporti solo esteriori e limitati con Epstein, questi è da lui nominato trustee della Leo and Debra Black Foundation nel 1997. Tra 2012 e 2017 Epstein riceve 158 milioni di dollari da Black, cifra decisamente cospicua per quelli che Black descrive come “servizi resi in tema di investimenti immobiliari, fisco e filantropia”. Le accuse di stupro rivolte a Black sono state archiviate, ma il punto non è solo giudiziario.

Arte, potere e snobismo di massa

La domanda è: acquisito il sottotesto sadico e razzista di Epstein, si deve assumere che proprio tale sottotesto contribuisca in decenni recenti a modellare reputazioni artistiche contemporanee sulla base di capricci, preferenze, dispettosità e pregiudizi di una cerchia composta in non piccola parte da parvenus provvisti di irresponsabili ricchezze? O più banalmente: che a modellare tali reputazioni sia non di rado una sorta di futile, spregevole “snobismo di massa”?

Il caso di Andres Serrano, autore del meno che mediocre Piss Christ (1987), legato a Black e a Leah Kleaman, “art advisor” in cerca di scandaletti e prurigini blasfeme, è un esempio flagrante di manipolazione del mercato dell’arte contemporanea: innalzamento a ranghi inattesi di un talento ordinario, disposto però al gioco della profanazione.

Non solo “mele marce”

Potremmo derubricare la circostanza e stabilire che è questione di poche “mele marce”, Epstein, appunto, Maxwell e qualcun altro, di cui non vale la pena trattare. In parte è così, pare, quanto a responsabilità giudiziarie. Ma (torno a Black) trovarsi a dirigere, perché eletti, il board del più illustre museo di arte contemporanea al mondo non è questione solo di casellario giudiziario: obbliga al possesso di requisiti culturali eminenti e competenze specifiche, una “visione” relativa a ciò che è “Occidente” oggi, una vasta conoscenza della storia politica del Novecento, un “senso della realtà” (cito Isaiah Berlin) acuito da riflessione e esperienza. Niente che il denaro possa surrogare.

Black era un candidato plausibile, nel 2018? O invece la sua elezione prova che una sedicente elite politico-economica e finanziaria, autoinvestitasi di compiti anche di gatekeeping artistico-culturale, non è in grado di sanzionare moralmente i propri membri né di considerare in termini di responsabilità il privilegio?

Prestiamo attenzione alle date. Epstein è condannato una prima volta per traffico di minori nel 2008. Nell’occasione si dichiara colpevole e sconta tredici mesi di carcere per avere procurato ragazze e ragazzi minorenni a politici della Florida. Non ci sono dubbi quanto alle responsabilità penali. È quest’uomo, vale la pena notarlo, che Black, se stiamo ai documenti, conferma nel ruolo di trustee della propria fondazione sino al 2012. Sempre a lui affida la cura del proprio immenso patrimonio sino al 2018.

I musei e il potere dei board

“Dobbiamo ricordare”, osserva Hrag Vartanian su Hyperallargic, “che dietro a un direttore o presidente di museo esiste un consiglio di amministrazione che influenza in profondità ogni decisione, e talvolta designa o crea i leader, o le figure che svolgono ruoli di testimonial istituzionali e ‘sistemici’. C’è allora da stupirsi se artisti, curatori, mercanti e altri oggi non sono in grado di cogliere la differenza tra lavorare per dittatori o lavorare per istituzioni di società democratiche?”

L’indignazione di Vartanian può sembrare ingenua, perché tende a generalizzare. D’altra parte è sufficiente leggere i resoconti dei party che Epstein teneva nell’isola di Little Saint James, o magari a Saint Barts, gremiti di “persone meravigliose” “che correvano, prendevano il sole, facevano surf, andavano in barca e reprimevano la ‘pressione da party’” per temere che una cerchia a tal punto autocompiaciuta e dimentica non possa che corrompere ciò che avvicina.

Arte dozzinale e complicità culturali

Amico di Schnabel, pittore e regista, di Koons e altri artisti newyorkesi, con cui si incontra a cena o a questa o quella soirée malgrado una fama ormai sinistra lo accompagni da lungo tempo, Epstein ha rapporti non occasionali con il San Francisco Museum of Modern Art (SFMoMA).

Non faccio i nomi degli artisti beneficiati dal sostegno di Epstein al SFMoMA perché verosimilmente non direbbero nulla al lettore italiano. Ma davvero non si trova alcunché, nelle preferenze di Epstein, che indichi un particolare “gusto” o conoscenza dell’arte contemporanea, se non l’interesse grossolano per qualcosa che desti a tutta prima un grande e stupido “Wow!”; o peggio.

Il simbolo di un’élite compiacente

L’obbligo di humour, il cinismo conformista, l’abuso spacciato e imposto come gioco: tutto, nei pressi di Epstein, appare di seconda o terza mano. Epstein non è l’America. Ovvio. Tuttavia una parte incresciosamente prospera e ben rappresentata dell’upper class statunitense, nei suoi diversi settori, ha mostrato troppo grande benevolenza nei suoi confronti.

Di questa America, che non lesina lezioni di “charity” al resto del mondo, il resto del mondo non ha alcun bisogno – non ne ha negli ambiti dell’arte o del patronage, non in quelli del cosmopolitismo o delle politiche dell’”inclusione”. Proviamo a ricordarlo, nel discutere del destino europeo a venire.

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