29 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Gen, 2026

Caso Venezi, così destra e sinistra si arrendono all’ideologia

La direttrice d'orchestra Beatrice Venezi

Le polemiche sulla direzione della Fenice rivelano il tentativo dei conservatori di costruire una nuova favola vittimaria e quello dei progressisti di difendere un’autonomia delle istituzioni che non coincide con il loro orizzonte simbolico


L’orchestra accorda, il pubblico mormora, la politica entra senza biglietto. Fanno baccano gli orchestrali della Fenice. Se ne lamenta Beatrice Venezi, direttrice ostracizzata. Chi ha ragione? Acqua alta a Venezia. Ma solo in superficie è una questione di nomi, di ruoli e di procedure che vanno e vengono come la risacca dei tempi che cambiano. Il punto è in laguna che la gestione della cultura s’è impantanata nelle melme ideologiche del passato, così invischiata che ha smarrito ogni capacità di direzione e sembra non sappia più distinguere tra funzione simbolica e competenza, tra conflitto e scomunica, tra critica e rimozione.

La gestione delle istituzioni

D’altronde, non sappiamo tutti che la critica musicale e la gestione delle istituzioni in Italia hanno smesso da tempo di fondarsi su criteri estetici riconoscibili? Che il giudizio sui valori, sugli stili, sulle visioni interpretative è stato sostituito da una miscela confusa di appartenenza, opportunità, prudenza ideologica? Qui nessuno discute se un direttore abbia qualcosa da dire su Mozart, Verdi o Wagner. Si discute se “conviene” averlo. Venezia, città che per secoli ha retto l’equilibrio tra forze opposte – sacro e profano, Oriente e Occidente, potere e spettacolo – appare oggi incapace di sostenere questa tensione. E poi, alla fine, perché perdere altro tempo? Tutto dipende da come e soprattutto da dove si affronta la questione.

La storia vista da destra

Vista da destra, la storia è semplice, quasi lineare. Venezi non viene contestata per come dirige, ma per chi è e cosa vota. O meglio: per ciò che rappresenta. Giovane, donna, direttore d’orchestra in un mondo storicamente maschile, e in più non allineata all’estetica progressista dominante nel sistema culturale. Per la destra, l’ostracismo alla Fenice è l’ennesima prova che esiste un “pensiero unico” che tollera tutto tranne il dissenso. Non è un problema artistico, dicono, è un problema di conformità ideologica. E la cultura, che dovrebbe essere il luogo del pluralismo, diventa invece una dogana morale: se non hai il timbro giusto, non passi. Venezi, in questa lettura, è un simbolo: non tanto una direttrice, quanto una crepa nel muro.

La favola vittimaria

Qui il meccanismo ideologico è affascinante: la destra, storicamente sospettosa verso l’autonomia dell’arte, si appropria improvvisamente del lessico della libertà artistica. Venezi diventa il sintomo di una “dittatura culturale soft”, fatta non di divieti espliciti ma di esclusioni silenziose. Ma attenzione: questa lettura è vera proprio nel suo essere parziale. Perché coglie un punto reale – il funzionamento informale del potere culturale – ma lo trasforma immediatamente in una favola vittimaria, utile a costruire un’identità politica che vive di esclusione permanente.

Le opinioni di sinistra

Vista da sinistra, la faccenda cambia completamente registro. Qui non si parla di censura, ma di contesto. La Fenice non è una sala prove qualunque: è un’istituzione, un simbolo, un luogo che porta con sé una storia e un’identità. Venezi, secondo questa prospettiva, non è una vittima ma una figura che ha scelto consapevolmente di politicizzarsi, accettando ruoli e narrazioni che la collocano dentro un preciso campo politico. Se l’arte non è mai neutra – e la sinistra lo ripete da decenni – allora anche chi la pratica non può pretendere di esserlo. Non è l’orchestra che giudica la partitura, ma la comunità culturale che reagisce a un messaggio percepito come divisivo. Non censura, quindi, ma legittima critica.

Il ruolo dell’ideologia

Anche qui l’ideologia lavora in modo sottile. Perché questa posizione si fonda su una premessa non detta: che esistano identità culturali “giuste” e “sbagliate”, compatibili o incompatibili. La sinistra, che per decenni ha decostruito ogni essenzialismo, improvvisamente lo pratica. Non più in nome della tradizione, ma in nome della sensibilità. Perché ciò che vediamo è uno scambio di maschere ideologiche. La destra difende la libertà astratta dell’arte, ma solo quando serve a denunciare un’esclusione che la legittima come outsider. La sinistra difende l’autonomia delle istituzioni, ma solo quando questa autonomia coincide con la riproduzione del proprio orizzonte simbolico.

La neutralità dell’arte

Il vero punto, però, è un altro: nessuno dei due schieramenti crede davvero alla neutralità dell’arte, eppure entrambi fingono di farlo quando conviene. La destra finge che l’arte dovrebbe essere separata dalla politica; la sinistra finge che l’arte sia sempre politica – ma solo in un certo modo. Il caso Venezi funziona come un qualcosa di apparentemente marginale che catalizza desideri, paure, risentimenti centrali nel sistema culturale. Non stiamo discutendo di una direttrice d’orchestra. Stiamo discutendo di chi ha diritto di stare dove. Di chi può rappresentare cosa. Di chi controlla il simbolico.

Venezi come simulacro

E magari si può concludere con il giusto cinismo che il caso Venezi alla Fenice non sia, in senso stretto, un fatto. Piuttosto, un simulacro. Che come ogni simulacro non rimandi a una realtà originaria, ma a una catena di rappresentazioni che si autoalimentano fino a sostituirsi completamente all’evento stesso. Non importa allora più sapere se Beatrice Venezi sia stata davvero ostracizzata, né da chi, né perché. Importa che l’ostracismo funzioni come segno.

La simmetria

Forse destra e sinistra non sono realmente in conflitto, bensì in perfetta simmetria. Entrambe credono di smascherare un potere che, in realtà, mettono in scena. Entrambe producono senso dove non c’è più evento. Entrambe hanno bisogno del caso Venezi perché senza di esso mancherebbe un oggetto su cui proiettare la propria ideologia. La direzione d’orchestra non è più una pratica, ma un pretesto narrativo. Non si discute di tempi, di fraseggio, di visione interpretativa. Si discute di compatibilità simbolica. Il podio diventa una piattaforma semiotica, la bacchetta un segno politico fluttuante.

Venezia e la Fenice

E Venezia, naturalmente, è lo scenario perfetto. Città che da secoli vive di rappresentazione, di rituale, di superficie. La Fenice si candida a luogo ideale della iper-realtà culturale contemporanea: un teatro che continua a esistere come immagine di sé stesso, più che come luogo di rischio estetico. Dove non accade più nulla, ma dove atutto viene raccontato come se accadesse. Il paradosso è che Venezi è insieme reale e irreale. Reale come persona, irreale come funzione simbolica. Non dirige più orchestre: dirige proiezioni. È simultaneamente vittima e strumento, esclusa e sovraesposta. Il suo nome circola più come segno che come presenza. E in questo circuito, nessuno ha interesse a riportare la questione sul piano dell’esperienza concreta. Sarebbe un impoverimento del racconto.

Uno scambio simbolico

Il caso Venezi non è dunque uno scandalo culturale. È una operazione di scambio simbolico. La destra scambia la propria storica marginalità culturale con una nuova centralità vittimaria. La sinistra scambia la propria egemonia in declino con una difesa identitaria sempre più nervosa. Entrambe ottengono visibilità. Entrambe perdono realtà. In questa logica, chiedersi chi abbia ragione è una domanda ingenua. Non c’è verità da stabilire, perché il sistema non funziona più secondo la distinzione vero/falso, ma secondo quella visibile/invisibile, compatibile/incompatibile, narrabile/non narrabile. Il caso Venezi è narrabile, dunque esiste. E così la Fenice rinasce, ancora una volta. Non dalle ceneri del fuoco, ma dall’evaporazione del reale. Un teatro pieno di segni, di polemiche, di simulazioni. Niente musica. Solo rumore di fondo.

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