Da poco è stato pubblicato un catalogo ragionato delle opere pittoriche di Julius Evola. Ne emerge un’idea di Dada coerente con gli sviluppi successivi del suo pensiero
Ci sono alcune parole chiave nel dizionario di Evola, di particolare rilevanza per comprendere la sua attività di pittore. «Egoismo», «astrazione», «durezza».
Nel breve giro di anni che corre tra la Guerra Mondiale e il 1921 o 1922, Evola “consuma” la sua vocazione di artista figurativo: nel senso che smette di dipingere (riprenderà solo negli ultimi anni della sua vita, per esigenze in parte contingenti) e si allontana dalle cerchie che ha frequentato sin ad allora per privilegiare lo studio delle scienze occulte, della magia e della filosofia.
Il catalogo delle opere di Evola, pubblicato da Electa per la cura di Guido Andrea Pautasso, con contributi del curatore, di Francesco Tedeschi e Paolo Campiglio, riordina conoscenze sparse, discerne e periodizza con minuta precisione.
Tra futurismo e dadaismo
Perché Evola rinuncia alla pittura? Non è difficile capirlo, se cogliamo le motivazioni originarie, che non sono mai puramente artistiche o estetiche, ma (per così dire) sapienziali. Dipingere, per Evola, è una sorta di “esercizio spirituale” al pari dell’eremitaggio nelle selve o nei deserti, una sessione di yoga o una qualunque altra forma di meditazione ascetica. Il quadro ha valore perché dispiega un mistero: è il diario dell’autodivinizzazione del pittore-Mago. Evidente che, considerate tali premesse, l’avvicinamento di Evola al futurismo, compiutosi attraverso Balla, è in larga parte strumentale. Infatti Evola prende ben presto le distanze dalle chiassose manifestazioni dei sodali di Marinetti: l’adesione a Dada data al 1919. Ma non meno esteriore risulta la sua appartenenza al movimento di Tzara, Arp e Janco. Per più versi vicino a Hugo Ball, Evola nasconde interessi “spirituali” dietro lo sfoggio di insolenza, l’ironia e la provocazione.
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L’astrazione e il femminile
I quadri a mio avviso più maturi di Evola, che definiamo impropriamente “astratti” sviati dal suo stesso uso linguistico, si popolano di stelle, scale mistiche, combattimenti tra luce e tenebra, alpi innevate e Progenitori (Adamo e Eva). Il “maschile” vi fronteggia il “femminile” – Evola, fervido lettore Nietzsche e Weininger, non difetta di misoginia -; e la via per la “santità” è offerta ai «sottili e rari» di cui scrive Nietzsche. «Astrazione», a questa data, equivale appunto per Evola press’a poco a “santità” (in senso non cristiano) o iniziazione: il Santo, per Evola, è colui che lacera il velo dell’illusione sensibile e si è sottrae all’abbraccio delle cose terrene. «Astrae».
Il tempo delle avanguardie
A partire dal biennio 1919-1920 Evola, al pari dei Dada di Zurigo, è impegnato a demolire l’eredità delle avanguardie belliche – il pathos “umano troppo umano” di futuristi e espressionisti -. Muove in direzione di un’inedita saldezza e asseveratività di immagine, quasi ogni quadro, ai suoi occhi, dovesse diventare il manifesto della propria attività. Più ancora di Kandinsky, che pure conosce e imita in alcune composizioni del primo periodo, è Klee, in grande auge a Zurigo, a suggerire la trasformazione delle immagini in tavole di testo, ideografie sacre, steli o iscrizioni ermetiche. Anche Evola infatti “scrive” i quadri, come l’antico pittore di icone: e moltiplica, come già accennato, «segni e simboli» di una nuova religione “spirituale” imperniata sui principi del Grande Distacco. Le immagini non sono «finestre» di tradizione rinascimentale, affacciate su un mondo unitario e offerto ai sensi: ma «geroglifiche» contemporanee, veri e propri mandala.
Primo e ultimo Evola
«Egoismo» (o forse meglio «egotismo»: culte de soi); «astrazione»; «durezza», si è detto: questo appunto l’insegnamento (soprattutto autoinsegnamento) che Evola affida ai propri quadri prima di abbandonare la bohéme degli artisti-iniziati. Resta una domanda, cui gli studi più recenti su “Evola pittore” sembrano tuttavia preoccuparsi di non rispondere. Quali i rapporti tra il Dadaista, che, a suo stesso dire, si “suicida” nel 1922 o 1923, e il filosofo e “tradizionalista integrale” dei decenni successivi? Tra l’artista e l’ideologo?
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Avanguardia e (anti)progressismo
Non è corretto, a mio avviso, separare troppo nettamente i “due” Evola, quasi nel proposito di porre i quadri al riparo dalla contestazione di cui sono o possono essere oggetto il “pensiero della Tradizione” o il “fascismo” (presuntivo, incoativo, condizionale) di Evola. Tale operazione, viene da dire innocentistica e apologetica, non spetta a chi fa ricerca storica: purtroppo è ricorrente. Occorrerebbe invece riconoscere, istruendo l’indagine dell’occhio e interrogando i quadri di Evola da punti di vista anche storico-culturali, che determinati principi, posture o assunzioni antidemocratiche del filosofo e “tradizionalista integrale” sono già tutte in nuce nelle immagini dipinte: nell’ironico (ma non meno intransigente) superomismo autoriale di cui dà prova Evola negli anni in cui dipinge, ad esempio; nel suo distacco (antiboccioniano e antimarinettiano) dal pathos populista e nazionalista del primo futurismo; nel disprezzo per le “parole della tribù”.
In altre parole: un’analisi politica dei dipinti, che collabori con l’analisi stilistica senza pretendere di sostituirsi ad essa, dimostra a sufficienza, e non c’è da stupirsi, che tra le due stagioni dell’attività di Evola esistono consistenti linee di continuità. Che l’opzione Dada, in Evola, non nasce neutra, ma politicamente collocata a Destra (né certo è la sola a farlo): a smentire la vulgata post-1945 di una collocazione naturaliter “progressista” di tanta avantgarde.
E’ lecito affermare – è una traccia da considerare – che non solo Tzara, ma anche il Soffici “transizionale” (né vociano né “ritorno all’ordine”) e tutto sommato poco conosciuto dei Primi principi di un’estetica futurista, apparsi per Vallecchi nel 1920 ma già pubblicati in precedenza sulla «Voce», possa essere stato un interlocutore prezioso, negli anni a cavallo tra anni Dieci e Venti, per il futuro autore dell’Idealismo magico: prefigurando, di Evola pittore, il beffardo egotismo e l’inventivo «reclamismo» avantgarde.


















