Il filosofo e politico protoliberale Edmund Burke se la prendeva con i dotti che non si impegnavano nella difesa della libertà. Oggi l’inerzia degli intellettuali è ancora più evidente
Il conservatore e protoliberale vissuto nella seconda metà del Settecento, Edmund Burke, è noto anche per la frase: «Perché il male trionfi, è sufficiente che i buoni non facciano nulla». È una citazione apocrifa, ma coglie il nucleo del suo pensiero. Egli pensava che il disordine — dalla Rivoluzione francese alla crisi delle istituzioni tradizionali e al declino morale del suo tempo, dal suo punto di vista — non nascesse tanto dalla malvagità attiva quanto anche dall’inerzia rispettabile. Le società non crollano solo quando vengono attaccate, ma anche quando le élite rinunciano a difendere ciò che fingono di rispettare.
I precedenti illustri
Per Burke la libertà non è un automatismo storico, né un diritto astratto garantito da una ragione universale. È una pratica fragile, sostenuta da abitudini, responsabilità e coraggio civile. Quando le classi colte si rifugiano nell’astrazione morale, nell’equidistanza elegante o nel cinismo prudente, il deterioramento della convivenza non richiede genialità: gli basta il campo libero. L’intuizione precede Burke: è in Platone e poi viene ripresa da John Stuart Mill nella critica alla tirannia dell’opinione dominante. Secondo alcuni, riecheggia nella “banalità del male” di Hannah Arendt e nell’ “indifferenza” criticata da Antonio Gramsci.
Il narcisismo morale degli intellettuali
L’inerzia morale delle persone rispettabili è una forza storica. Applicata al presente, disegna un quadro inquietante. Una parte dell’intellettualità contemporanea è iper-presente come immagine e una larga parte assente come funzione. I soliti noti, ideologici o settari, bivaccano nei talk show, sui social, nelle prese di posizione rituali. Chi avrebbe qualcosa da dire tace per timore di pagare un costo reputazionale, di rompere un allineamento o di difendere fatti scomodi contro la propria tribù. Il narcisismo morale — “sentire” di essere “dalla parte giusta” — e quello clinico obliterano il coraggio cognitivo. Nell’arena pubblica si discutono opinioni, non contenuti verificabili: “secondo me…”. I fatti diventano “narrazioni”, le critiche “attacchi”, il dissenso un “problema etico”. Il silenzio dei competenti pesa più del rumore degli incompetenti. Quando chi sa tace per non disturbare, per non perdere privilegi o per timore di ritorsioni, chi non sa occupa lo spazio. Non con idee, ma con provocazioni, posture somatiche o linguistiche da corteggiamento, e intercetta opinioni di senso comune e ideologiche più diffuse.
La difesa necessaria dei valori liberali
Molti intellettuali e figure politiche moderatamente acculturate danno per scontato che i valori liberali — libertà di parola, pluralismo, stato di diritto — siano irreversibili. Burke avrebbe sostenuto il contrario: ciò che non viene difeso si dissolve, anche se è razionale, giusto e utile. Le élite culturali denunciano spesso l’autoritarismo in astratto, ma praticano vessazioni nei confronti dei sottoposti, servilismo nei confronti del potere concreto (politico, mediatico, accademico), e la corruzione; oppure si rifugiano nei giochi sterili della politica politicante, scambiando la tattica per il pensiero.
Le cose cattive e le persone intelligenti
Il risultato è tragicamente burkiano: gli stessi gruppi che si percepiscono custodi dei valori liberali contribuiscono, con ipocrisia, conformismo e paura del conflitto, a scavarne la fossa. Non perché siano “cattivi”. Solo non agiscono quando conta, parlano quando è sicuro e tacciono quando è rischioso. Oggi si potrebbe riformulare così la massima attribuita a Burke: le cose cattive accadono quando le persone intelligenti e razionali confondono la prudenza con il silenzio e la rispettabilità con la rinuncia a difendere i fatti.
Le èlites di ieri e quelle di oggi
Gli esempi non mancano. Ogni giorno si leggono discussioni surreali su argomenti che sono aria fritta, come la psicoanalisi, certa filosofia, certa storia o certa letteratura. Si ascoltano profetizzare ex leader politici che non studiano più da decenni. Lo stesso vale per i politologi faziosi e per i sociologi, mentre i divulgatori politicizzano irresponsabilmente la scienza e la tecnologia. Penso che quasi nulla, “una volta”, fosse meglio. Tranne forse lo spessore culturale delle élite intellettuali, anche quando non condividevo il loro pensiero. Mi sfidavano a non smettere di studiare, soprattutto su ciò che non condividevo, e a prendere posizione solo dopo essermi documentato.
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La scienza ridotta a opinione
Durante la pandemia molti intellettuali, accademici e divulgatori sapevano che l’incertezza scientifica era elevata, che le evidenze cambiavano rapidamente e che molte decisioni erano politiche più che scientifiche. Eppure, hanno presentato certezze inesistenti, delegittimato il dissenso competente e confuso la lealtà istituzionale con l’onestà epistemica, indebolendo l’autorevolezza della scienza come metodo. Va aggiunto che talvolta il silenzio di chi è più competente dipende anche dai media, che selezionano chi è telegenico, aggressivo o conferma la linea editoriale.
Le sfide del contemporaneo
In molti contesti accademici occidentali, la cosiddetta cultura woke porta a cancellare conferenze, isolare docenti e dichiarare alcuni temi “problematici” prima ancora di discuterli. Non importa che alcune posizioni siano discutibili. Per fortuna lo sono! Gli intellettuali dovrebbero sapere che la conoscenza progredisce attraverso il confronto, che il dissenso argomentato è fisiologico e che la censura informale è corrosiva. Mill ricordava che la libertà non muore con un editto, ma con mille piccoli silenzi rispettabili. Nei conflitti recenti — dall’Ucraina al Medio Oriente — molti intellettuali evitano l’analisi dei fatti scomodi, preferiscono posizioni identitarie o ideologiche e sostituiscono la complessità con gesti morali simbolici. Chi distingue i livelli, controlla le emozioni o sospende il giudizio in assenza di dati e usa uno sguardo pragmatico viene spesso accusato di ambiguità o di immoralità. Arendt temeva non il fanatismo, ma l’abdicazione del pensiero.
Il fragile equilibrio del liberalismo
Burke avrebbe parlato di corruzione delle élite non in senso morale privato, bensì in senso funzionale. Il liberalismo, per lui, non era un’ideologia né una legge di natura, ma un equilibrio fragile: un metodo, il migliore finora trovato da società complesse — abitate da una specie che ha seri limiti — per far convivere estranei morali. Quando le élite credono che la libertà (anche senza aggettivi, ma l’unica funzionale è quella liberale) sia eterna, rinunciano al conflitto critico e preferiscono l’appartenenza al controllo dei fatti, diventando coautrici della sua erosione. Il problema del nostro tempo non è la scarsità di conoscenze, ma la rinuncia al rischio da parte di chi le possiede.


















