2 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

30 Dic, 2025

“La Grazia”, Sorrentino racconta la solitudine di chi deve scegliere

Nel film, nella sale italiane dal prossimo 15 gennaio, si evidenziano la profonda umanità e i dubbi laceranti del presidente De Santis, impersonato da Toni Servillo: un personaggio diverso dagli altri uomini di potere ideati dal regista napoletano


La grazia nell’accezione teologica contiene un’idea di dono, di favor che Iddio o gli dei concedono ad un umano solo per loro scelta. Anche nel ridotto degli esseri umani c’è qualcosa di simile che il monarca o il Capo dello Stato repubblicano largiscono a persone colpite da condanne giudiziarie. La “grazia” che titola l’undicesimo film di Sorrentino è dunque una parola polisenso: tiene dentro il valore cristiano del beneficio divino che avvolge il cattolicissimo De Santis, presidente della Repubblica italiana, ma chiama in causa sia la sapientia cordis del reggitore della più alta magistratura dello Stato a cui spetta la promulgazione di una legge sull’eutanasia, sia la sapienza del penalista, investito dalla Costituzione a pronunciarsi su due richieste di grazia, riguardanti detenuti per omicidio.

Il presidente De Santis

Il maestoso Servillo stavolta è chiamato a lavorare di scavo, a portar via l’eccedenza per lasciare l’essenziale di un personaggio che trova più di una occasione nell’immaginario degli italiani, rendendo possibile risalite a presidenti in carica (Mattarella, vedovo accompagnato dalla figlia, giurista, giudice costituzionale), a presidenti del passato (la faccia di Servillo è praticamente quella di Cossiga senza doversi sottoporre ad artifici cosmetici), a presidenti che avrebbero potuto ma non furono (Moro, il grande accademico giuspenalista), ad un’idea platonica di democristianità che alberga in quel piccolo vano dell’immaginario collettivo e, dunque, anche in Sorrentino.

L’umanità del protagonista

Se si cercano tracce del film politico che pure il regista napoletano ha diretto nella sua carriera, da “Il Divo” a “Loro”, lasciando a Servillo il compito di dar loro vita, implicando difetti e giudizi morali, beh, siamo fuori strada. Il film ha sì una sua forte politicità, ma non nel senso dello scivolamento verso polemismi o pregiudizialità ideologiche giocate in chiave politicante. La sua politicità esiste perché esiste l’umanità del protagonista, con i suoi dubbi, le sue imperfezioni, le sue ossessioni, le sue fragilità. La sua umanità, appunto, che nutre l’onere della scelta.

Gli interni

Uno dei topoi di Sorrentino è l’attenzione maniacale alle architetture, agli interni, soprattutto, dei palazzi romani, che raccontano con i loro spazi infiniti e le loro distanze dalle fonti di luce naturali, rese ancora più impenetrabili dai tendaggi e dalla profusione dei parati, la solitudine degli uomini che sono sempre soli e piccoli, schiacciati dal Potere.

La solitudine assoluta

Il Presidente De Santis è la rappresentazione matura nell’estetica sorrentiniana della solitudine assoluta, non completamente riparata dalla figlia, giurista come lui, unica consigliera di fiducia, vicaria della madre che è morta qualche anno prima lasciando un vuoto struggente che schiaccia l’uomo ma anche il servitore dello Stato. Vicaria nell’accudimento, senza però eccessive condiscendenze sui temi che riguardano le scelte del Presidente della Repubblica e che girano tutte attorno al dilemma dell’eutanasia.

I mille dubbi

C’è il disegno di legge governativo che la introduce nell’ordinamento, ma ci sono anche due casi di omicidio motivati dalla pietas per le malattie della mente e del corpo incurabili, una conclamata l’altra da scoprire. E, come se non bastasse, c’è un cavallo della scuderia del Quirinale, che sta soffrendo per una malattia dolorosa, che il Presidente non accetta di abbattere per mettere fine si suoi tormenti, rifiutandone l’eutanasia che fa da transfert dall’animale all’umano, in ossequio alla dottrina cattolica e alle esortazioni di un Papa nero, con orecchini e codino rasta, con vocazione di biker, che fa parte della collezione dei Papi strani di Sorrentino.

La persona al centro

Ma attenzione: l’eutanasia nella logica della narrazione non è il centro del film, ma solo il pre-testo. Il centro resta la persona, il suo farsi homo politicus, il suo rapporto con la realtà, con la consumazione di un ciclo politico- siamo alla fine del mandato- ma anche del ciclo umano. Gli domanda il Papa nero, suo amico e confessore, se la sua stanchezza è una malattia della solitudine o se si invece senta appesantito dalla lunghezza della sua vita.

L’empatia

Sorrentino non nasconde la sua empatia per il presidente De Santis, sua figlia, che porta il nome di una corrente democristiana (Dorotea), e per il suo piccolo cerchio, che include anche una strepitosa e debordante Milvia Marigliano, attrice di teatro nei panni di Coco Valori, compagna di scuola e alter ego capovolto del compunto Mariano. È un’empatia che viene dichiarata da tic come l’insospettabile passione del presidente per il rap, la sigaretta fumata all’aperto lontana dal controllo della figlia, e dall’ossessione senza rimedio per un tradimento che l’amata moglie Aurora avrebbe consumato quarant’anni prima.

Come Mattarella

È un’empatia assolutoria nei confronti del Presidente democristiano, narrato in modo assai diverso dagli uomini di potere di altri film sorrentiniani, come, appunto, “Il Divo” (Andreotti) o “Loro” (Berlusconi), o l’orribile porporato napoletano in Partenope. Possiamo dire che si tratta di una narrazione “pedagogica”, sulla necessità di non smarrire mai quell’umanità che ci fa dubbiosi, prudenti, persino titubanti, con l’onere della nostra esperienza personale, unica e irripetibile. Insomma: un po’ democristiani. Come Mattarella.

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