Nelle sue canzoni tutto l’amore per il Sud. A quasi 45 anni dalla morte un film di Giorgio Verdelli racconta il cantautore attraverso musica, tv, radici e un’eredità artistica ancora viva
Il 29 maggio 2017 il calcio ha regalato una delle ormai sue rare (ma intensissime, quando capitano ancora) emozioni: il Crotone ottiene una incredibile salvezza battendo in casa 3-1 la Lazio. Al fischio finale tutto lo stadio intona, ma intona per ore, tra lacrime e risate, “Ma il cielo è sempre più blu”, del crotonese Rino Gaetano.
La festa appena cominciata è già infinita: nessuno vuole smettere, tutti vogliono godere la gioia dell’impresa assaporando questa canzone e il suo messaggio di ottimismo e voglia di vivere come quelle caramelle che metti sotto la lingua e lasci sciogliere pian piano.
Una scena che spiega perfettamente che cosa è stato il cantautore per la sua terra, e non c’è–ma ci si sposa idealmente – con “Rino Gaetano sempre più blu”, il nuovo film del più grande autore di documentari musicali che abbiamo in Italia, Giorgio Verdelli (che in carniere ha già Paolo Conte, Pino Daniele, Lelio Luttazzi, Enzo Jannacci). Un film che è stato nelle sale italiane per tre giorni ma che presto ritroveremo sulla Rai, che l’ha prodotto, oltre che in tanti festival e feste del cinema: «Ci è bastato mostrarlo in anteprima alla Festa di Roma perché iniziassero ad arrivare le richieste », sorride Verdelli.

Ironia e televisione
Sorridere è un verbo che torna molto in quest’ora e mezza di film. Perché le canzoni di Gaetano erano intrise di ironia e sarcasmo, e perché egli stesso sorrideva sempre, di un sorriso dolce e candido. Risultato, nelle sue apparizioni tv si faceva prendere in giro. Memorabile un agguato che gli tese Maurizio Costanzo, che era stato preso in giro in “Nuntereggaepiù”: in studio il giornalista gli fece trovare un’altra delle sbeffeggiate, Susanna Agnelli, e lui non seppe cosa dire. Anche per questo ricordare uno così non è stato facile: «Anzi, è il mio lavoro più difficile – sospira Verdelli – perché bisognava evitare le semplificazioni, ovvero il puntare sulle apparizioni tv, su quel Sanremo dove cantò “Gianna”, che per me gli rovinò la carriera perché tutti lo identificarono con un clown ».
Calabria e radici
Del clown però Rino aveva la malinconia, a cominciare da quella di chi aveva dovuto abbandonare la propria terra già da bambino. E la Calabria è quasi una protagonista in molte parti del film, perché lo è in molte canzoni, come “Ad esempio a me piace il Sud”. («Ad esempio a me piace la strada col verde bruciato, magari sul tardi, macchie più scure senza rugiada coi fichi d’India e le spine dei cardi».
Stili e scrittura
Il problema di Gaetano (in realtà non suo, ma di tanti che lo ascoltano e lo hanno ascoltato) è la continua variazione di registri e temi che a volte rende difficile catalogarlo, il che in fondo potrebbe anche essere un bene: dal surreale spinto di “Ahi Maria”, al sinfonico-storico di “Aida”, dall’impegnato di “Agapito Malteni ferroviere” all’esistenziale di “Mio fratello è figlio unico”, una canzone questa che per Verdelli «l’avesse scritta De André o De Gregori sarebbe tra i testi da studiare nei libri di scuola, ma appunto l’aveva fatta un clown quindi niente».
Clown fuori dal clan
Clown voleva dire anche una cosa terribile negli anni Settanta: non eri schierato, non scrivevi canzoni politiche. O meglio lui le scriveva eccome, ma erano sempre degli sbeffeggiamenti, e in fondo la logica “Una risata vi seppellirà” era puro ’68. Ma Rino non era cattivo, aggressivo. Quindi niente. Il clown fuori dal clan.
Non ne fu felice, ma se ne fece una ragione: il pubblico, si presume anche quello di sinistra, stava dalla sua (vecchia storia quella della discografia completa di Lucio Battisti ritrovata in un covo delle Brigate Rosse). E i colleghi musicisti più illuminati, o senza paraocchi ideologici, lo adoravano, come provano le immagini di un concerto fatto con Riccardo Cocciante e il gruppo jazz dei Perigeo dove ci si scambiava le canzoni. Scene pressoché inedite, sulle quali Verdelli punta anche per evitare il già visto. La perla è un’intervista a Radiouno fattagli da Sandra Milo.
Eredità e paragone
Perché il problema è stato anche cosa dire di Rino Gaetano che già non si sapesse: le canzoni sono lì, e lì resteranno, a testimoniare una grandezza quasi spiazzante, la morte improvvisa, a 30 anni, in un incidente stradale avvenuto sulla Nomentana, a Roma, la notte del 2 giugno 1981 (rifiutato da cinque ospedali privi delle idonee attrezzature prima di un inutile ricovero) lo accosta a Fred Buscaglione e lascia aperti i dubbi su cosa avrebbe potuto fare in seguito.
Ma di uno così c’è sempre qualcosa da dire, volendo: le eterne malinconie dell’emigrato che cita la sua terra appena può, le testimonianze di amici e musicisti che ne raccontano i tic. E il paragone ricorrente, e più che lusinghiero, con Enzo Jannacci (avallato dal di lui figlio Paolo), per i testi spesso surreali, la voglia di spiazzare l’ascoltatore, il fregarsene delle convenzioni, e a volte anche del look, il fare cabaret sia nelle canzoni che nell’atteggiamento sul palco, e l’attenzione agli altri, ai poveri, ai disperati, ai sofferenti. Altro che clown.








