La lezione che lascia Ornella Vanoni, capace di muoversi nell’ombra per diventare indimenticabile
Dopo il grande e commosso corteo di vecchi amici, colleghi, celebrità e giovani ammiratori nella sala del Piccolo Teatro di Milano, conclusa anche la cerimonia del funerale, è ora di prendere commiato. Ornella Vanoni se n’è andata.
Se n’è andata la donna che ha costruito un’intera carriera sull’arte suprema di restare. Restare un po’ altrove, un po’ di lato, un po’ sfasata rispetto alla musica, al tempo, al costume. Restare mentre tutti correvano verso il nuovo.
Restare sé stessa – con quella voce di velluto sgualcito che sembrava un sospiro allenato, un languore studiato allo specchio e poi dimenticato lì, appeso al mattino. Ornella Vanoni apparteneva a quella razza rara di donne che attraversano i decenni come si attraversa un salotto disordinato: bofonchiando, inciampando in un tappeto, ridendo, e intanto emanando un’eleganza involontaria, quasi offensiva. La sua morte è un colpo secco, non perché fosse inattesa, ma perché non eravamo pronti a rinunciare a quella voce che sapeva trasformare la stanchezza in un lusso e la malinconia in un dovere civile.
Ornella non cantava la disperazione: la teneva per mano, la accarezzava come un animale randagio, la portava a casa e le faceva posto sul divano. Era la sola capace di ammettere – senza enfasi – che il dolore non si supera, si gestisce. Che la vita non si capisce, si attraversa. Che l’amore non si conquista, si perde lentamente, come si perdono gli oggetti di valore nei traslochi. In un Paese pieno di cantanti che urlano le proprie emozioni come al mercato, Ornella parlava sottovoce, con quella piega amara sul labbro.
Ma faceva anche arrabbiare, Ornella, con quell’ironia spigolosa, quell’autoindulgenza programmata, quella capacità di raccontare la vita come un elenco di errori commessi con stile. A volte sembrava dire la verità solo per stancarsi della verità stessa. A volte sembrava una diva e a volte una signora qualunque che aveva perso l’autobus. Ma sempre – sempre – era credibile. Troppo credibile. Anche quando esagerava. Anzi, soprattutto allora.
Non serve la perfezione
Ci mancherà esattamente per questo: per il coraggio di essere una donna stanca senza chiederne scusa, una donna elegante senza crederci troppo, una donna sensuale che non aveva bisogno di essere giovane per esserlo ancora. Il suo modo di stare in scena anche e molto in tv negli ultimi anni era un rimprovero vivente: guardate che basta poco, basta essere sé stessi – ma farlo bene. Non serve la perfezione, quella uccide tutto.
Serve la crepa, una voce nasale un po’ rotta, la pausa che sembra un errore ma è una strategia emotiva. Ornella Vanoni ci lascia una lezione crudele ma preziosa: la vita è un teatro con l’illuminazione sbagliata, ma se impari a camminare nell’ombra puoi diventare indimenticabile. Lei ci è riuscita. Con ostinazione, alcune volte con un malumore un po’ beffardo che non chiedeva pietà ma una forma speciale d’attenzione.

Vanoni lascia un vuoto che non si riempirà
Con Ornella Vanoni però non muore soltanto una gran donna, icona della canzone popolare, scompare un’artista vera. E la scomparsa di un’artista è di più e peggio della morte di una voce importante, da sempre controcanto di quella borghese e muscolare di Mina, alter ego della sua carriera musicale. Ornella Vanoni lascia zone d’ombra che non si riempiranno con una Giorgia qualsiasi; con lei svanisce una forma di grazia che non potremo reinventare con un colpo di “talent” nuovo.
Se la canzone italiana degli anni Sessanta è stata un laboratorio antropologico, lei ne è stata una delle figure liminari: non la ragazza ye-ye, non la madre mediterranea, non la diva tragica. Un ibrido. Un caso di frontiera. Con Ornella Vanoni se ne va un’intera modalità dell’esistenza artistica moderna. Una modalità fatta di mezzi toni, di lentezze, di ambiguità. Il mondo contemporaneo, che procede a velocità digitali e parla con la brutalità di un algoritmo, difficilmente saprebbe riconoscere la sottigliezza di una pausa pronunciata bene, o la potenza di un soprassalto vocale che non si capisce se sia ironia o confessione.
L’erotismo discreto e insieme potentissimo
La sua assenza produce un vuoto epistemologico, prima ancora che emotivo. Ciò che finisce con Vanoni è l’artista che per decenni ha saputo incarnare una forma di inoperosità attiva: quell’essere in scena senza davvero “fare”, quell’abitare il gesto senza forzarlo, quell’erotismo discreto e insieme potentissimo che non rinviava a un oggetto del desiderio, ma al desiderio stesso come potenza pura. Il suo corpo, sul palco, non era mai pienamente all’opera, e proprio per questo custodiva una bellezza irripetibile.
Non imitava nulla, non rappresentava nulla; era disponibile, esposta, e dunque vera. Il teatro di Ornella Vanoni non era il teatro della recitazione, ma quello della presenza. Una presenza sospesa, quasi distratta, che sembrava dire: sono qui, ma potrei non esserci; canto, ma potrei tacere. In questo risiedeva la sua forza.

La sua voce non tentava di conquistare il mondo, la sua presenza scenica, con quei movimenti lenti e quell’ironia spossata, non era altro che una pedagogia della finitudine. Mostrava, senza proclamarlo, che ogni gesto artistico è già attraversato dalla propria scomparsa.
Ornella non recitava
Ornella non recitava; mostrava il fallimento della scena. Non seduceva; rivelava il carattere malinconico e disperato delle passioni amorose, sempre troppo brevi, sempre già perdute. La sua teatralità – così equivocata – era in realtà il modo in cui il corpo si ritrae dal mondo mentre continua, per un istante, a esservi esposto. Un teatro oscuro, di sopravvivenza, non di esibizione. Il suo erotismo – celebrato, travisato, banalizzato – appare ora, nel buio di questo commiato, come un gesto senza destinatario.
Non era la promessa del corpo, ma la sua eclissi seduttiva. Era un erotismo gravido di fine, un’anticipazione silenziosa della perdita. In ogni suo sussurro c’era la consapevolezza che il desiderio, come la famosa canzone, è l’appuntamento atteso e sognato con la nostalgia di ciò che non avremo più. L’uscita di scena di Ornella segna un punto di non ritorno per la musica italiana.
Un’esistenza in bilico tra apparizione e dissoluzione
Non tanto perché si perde una voce, quanto perché si perde un modo artistico e molto moderno di abitare il mondo: un’esistenza in bilico tra apparizione e dissoluzione. Nei cantanti di oggi non c’è traccia di questa coscienza oscura. La musica contemporanea vuole durare, vuole affermarsi, vuole competere. Ornella Vanoni no: lei mostrava che la vera forza del canto sta nell’essere un istante che già svanisce, una vita che non cerca futuro.












