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Pavese, la brutta estate dell’ultimo falò

C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”» scoprire le proprie origini e indagare nel profondo la propria esistenza. Fu uno dei leitmotiv di Cesare Pavese, lo scrittore di Santo Stefano Belbo che il 27 agosto di settantacinque anni fa scelse di togliersi la vita nella camera 346 dell’Hotel Roma di Torino, accompagnando la sua dipartita con un messaggio «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».

Poche settimane prima aveva vinto l’ambito Premio Strega col romanzo “La bella estate”, in cui l’autore rivolge il suo sguardo al femminile, croce e delizia del suo percorso. «Pavese è terrorizzato dalle donne che ama, donne che infestano la sua letteratura con le loro assenze e anche con le improvvise apparizioni, donne di cui non si fida perché da un momento all’altro potranno tenerlo in scacco, donne da cui si mette in guardia da solo. Eppure, queste donne sono le uniche ad avere delle opinioni sulla scrittura che a Cesare Pavese interessino davvero e quindi le uniche cui indirizzare le verità più importanti», scrive Nadia Terranova nella prefazione alla nuova edizione “Il mestiere di vivere”, sottolineando quanto figure come Bianca Garufi, Fernanda Pivano, Tina Pizzardo abbiano influenzato e indirizzato parte della poetica pavesiana.Confrontarsi con un gigante della letteratura significa anche cercare di sviscerarne la lezione, ciò che lascia a questa contemporaneità. Non si può ridurre Pavese a una scrittura “intima”, perché nella sua produzione emerge il grande affresco della guerra civile italiana, pensiamo al celebre passo de “La casa in collina” in cui affronta il ruolo della morte al di là del credo politico «Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Dunque, nella sua scrittura ritroviamo il micro e il macro, il paese, Nuto, gli affetti di sempre, le piccole patrie e dall’altra parte l’orizzonte europeo ma anche quello transoceanico attraverso la brillante capacità di tradurre capolavori quali il Moby Dick di Henry Melville o la poesia di Walt Whitman, quest’ultima oggetto della sua tesi di laurea. Annota a proposito il critico letterario e poeta Valerio Magrelli che Pavese manifesta una «profonda, empatica conoscenza» del poeta statunitense. Quel saggio accademico segnò il suo “tonitruante” ingresso nella Letteratura.Ritorna più volte il tema dell’appartenenza, delle origini, delle radici. Pavese si chiede se si può vivere l’uno lontano dall’altro, se si può essere fratelli anche senza essere figli di qualcuno e di qualcosa, ovvero di una terra genitrice. Un presentimento che guida la sua scrittura come continua ricerca.

Il ritorno al paese è la chiave di lettura, l’ipotesi che lo scrittore prova a fare su “La luna e i falò”, attraverso la complessa storia di Anguilla, il trovatello servitore che abbandona la campagna per Genova, varcando l’oceano per tentare di aggrapparsi al suo destino, sino alla “sconfitta” e al ritorno a Santo Stefano Belbo per ridiventare compaesano. Non si può volere bene a tutti i campi, a tutti i boschi, ma solo a quello che «parlano la lingua che mi è familiare». Quei luoghi che qualcuno ha nel sangue e nessun altro lisa.La scrittura identitaria pavesiana travolge, restituisce il fascino della grande tradizione europea e lo inserisce a pieno titolo tra i capisaldi della cultura italiana, punto di riferimento necessario. Pavese, pur apparendo intellettuale defilato e non d’assalto, pagò personalmente lo scotto di essere stato protagonista del suo tempo.

Com’è noto, durante il Ventennio, molti intellettuali furono condannati a periodi di confino in quanto ritenuti potenziali oppositori alle istanze del Regime e, tra questi, quelli vicini al movimento “Giustizia e libertà” e alla rivista «Cultura» di cui Pavese era diventato direttore nel maggio 1934. Lo scrittore di Santo Stefano Belbo fu tradotto alle carceri Nuove di Torino e, l’8 giugno 1935, trasferito al penitenziario di Regina Coeli di Roma con successiva condanna a tre anni di confino, da scontare a Brancaleone Calabro; il periodo sarà più breve: dietro ripetute sollecitazioni di familiari e amici, fa domanda di grazia al Ministro dell’Interno, ottenendo il condono il 13 marzo 1936.

Quei giorni sono ripercorsi dallo scrittore nel romanzo “Il carcere” (il cui titolo originario era “Memorie di due stagioni”), ripubblicato da Rubbettino in una nuova edizione, con l’introduzione dell’italianista Monica Lanzillotta. Un testo miliare della produzione di Pavese, in cui il protagonista, l’ingegner Stefano, ci consegna nelle ultime pagine una lezione di vita «…dà più soddisfazione uscir di carcere che non dal confino. Oltre le sbarre tutto il mondo è bello, mentre la vita di confino è come l’altra, solo un po’ più sporca».

Il romanzo, composto tra il 27 novembre 1938 e il 16 aprile 1939, era stato pubblicato circa dieci anni dopo (nel 1948) all’interno del volume “Prima che il gallo canti”, assieme a “La casa in collina”. I due romanzi, che condividono lo sfondo autobiografico, riflettono infatti rispettivamente l’esperienza del confino a Brancaleone Calabro e il ritiro a Serralunga di Crea, nel Monferrato, durante il periodo della lotta partigiana. Il dittico, come è stato affermato dallo stesso Pavese in un appunto del “Mestiere di vivere” datato 17 novembre 1949, costituisce poi una vera e propria saga con “Il compagno” e “La luna e i falò”, perché i quattro romanzi abbracciano il periodo storico che va dal Fascismo alla post Resistenza. Si ritrovano gli elementi centrali dell’architettura letteraria pavesiana «…sapeva che dappertutto è paese, e le occhiate incuriosite e caute delle persone lo rassicurano sulla loro simpatia».

A Brancaleone, annota Lanzillotta, immerso nei classici greci, Pavese tinge gradualmente di grecità tutto quello che lo circonda: usi e costumi (dalle anfore portate «in biblico sulla testa», all’uso del braciere, ai pastori che in prossimità del Natale, davanti alla porta della sua stanza, fanno «un concertino di cornamuse, pifferi, ciaramelle e triangoli»). La terra del confino, in cui lo scrittore giunge il 4 agosto 1935, costituisce una tappa molto significativa della parabola perché l’intellettuale piemontese inizia il “Mestiere di vivere” ed esordisce come poeta, pubblicando con le Edizioni di Solaria “Lavorare stanca”. Un’esperienza e un luogo da considerare fondativi della poetica di Pavese sia per il disvelarsi del “mito”, sia per la svolta creativa nel passaggio dalla poesia alla prosa, sia per il palesarsi di certi temi che rimarranno centrali nell’opera letteraria successiva.

Per lo scrittore è il momento della piena maturazione intellettuale, dell’adultità, la stagione che va a coincidere con la perdita della giovinezza e che fa dire a Stefano, suo alter ego narrativo: «Ogni dolcezza, ogni contatto, ogni abbandono, andava serrato nel cuore come in un carcere e disciplinato come un vizio». La permanenza lontana dalle sue Langhe gli permise di conoscere una realtà assai diversa, come scrisse alla sorella Maria il 27 dicembre 1935: «La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono “Este ù confinatu” lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento».

La lezione pavesiana ha saputo unire l’umanità antichissima della favola, così come emerge dalle caratteristiche dei suoi personaggi. Costruire in arte e costruire nella vita, bandire il voluttuoso dall’arte come dalla vita, essere tragicamente. Pavese ci consegna una chiave interpretativa esistenziale in cui spesso ci si ritrova prigionieri della propria solitudine.

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