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Le relazioni sociali, il potere dei legami

Possono assumere molteplici forme, familiari o amicali, professionali, e ancora politiche, economiche, culturali, e così via. Le relazioni sociali, uno dei temi centrali della sociologia, rappresentano il tessuto connettivo che lega gli individui all’interno di una società, e si riferiscono a tutte le interazioni, i legami e le dinamiche che si instaurano tra le persone, siano esse formali o informali, dirette o indirette. In termini sociologici, una relazione sociale è un legame stabilito tra due o più individui (o gruppi) che si basa su norme, valori, aspettative reciproche e modelli di comportamento condivisi. Le relazioni sociali non sono mai casuali o isolate, ma sono sempre inserite in contesti più ampi, come la famiglia, la comunità, l’organizzazione o la società nel suo complesso. Con queste premesse, insomma, le relazioni sociali costituiscono la materia prima della società.

Attraverso di esse si formano gruppi, istituzioni e sistemi sociali. Senza relazioni, non esisterebbe alcuna forma di organizzazione sociale né alcun senso di appartenenza collettiva, perché favorendo l’integrazione tra gli individui contribuiscono in modo significativo alla coesione sociale. Attraverso di esse, le persone condividono valori, norme e obiettivi comuni, creando un senso di unità e solidarietà. In questa prospettiva, le relazioni sociali giocano evidentemente un ruolo cruciale nella costruzione dell’identità tanto personale quanto collettiva. Attraverso l’interazione con gli altri, gli individui definiscono chi sono, quale ruolo ricoprono nella società e quali sono i loro scopi.

Ma c’è di più. Anche le scelte di natura economico-finanziaria hanno grande attinenza con il tema delle relazioni. È questo il fulcro del pensiero di Mark Granovetter, figura di spicco della sociologia economica contemporanea. Il sociologo statunitense introduce il concetto di “incorporazione” per sottolineare che le azioni economiche non avvengono in un vuoto sociale, ma sono profondamente radicate – “embeddedness” – nelle relazioni sociali.

In altre parole, le decisioni economiche degli individui non sono guidate esclusivamente da calcoli razionali o interessi egoistici, come suggerito dalle teorie economiche neoclassiche, ma sono influenzate dalle reti sociali in cui gli individui sono inseriti. Queste reti includono legami di fiducia, norme sociali, obblighi reciproci e altri fattori relazionali. Granovetter distingue tra legami forti (relazioni strette, come quelle con familiari o amici intimi) e legami deboli (relazioni più superficiali, come quelle con conoscenti), sottolineando che entrambi giocano un ruolo fondamentale nel facilitare informazioni, opportunità e cooperazione economica, distinguendo peraltro due tipi principali di incorporazione.

Il primo è quello noto come embeddedness relazionale, e si riferisce al modo in cui le azioni e le decisioni degli individui sono influenzate dalle relazioni personali e dalle reti sociali di cui fanno parte. Un imprenditore potrebbe per esempio scegliere di fare affari con un fornitore fidato piuttosto che con uno sconosciuto, anche se quest’ultimo offre condizioni migliori. Questo perché la relazione personale e la fiducia reciproca giocano un ruolo cruciale nelle decisioni economiche.

Il secondo è invece il cosiddetto radicamento strutturale, che fa riferimento al modo in cui le azioni e le decisioni sono influenzate dalla struttura più ampia della società, inclusi i sistemi di norme, valori e istituzioni. Ciò significa, per esempio, che le leggi e le regolamentazioni governative possono influenzare il modo in cui le aziende conducono i loro affari, limitando o facilitando certe pratiche economiche.

Questa teoria rappresenta una critica diretta ai modelli neoclassici dell’economia, che tendono a considerare gli individui come agenti razionali che prendono decisioni basate esclusivamente su calcoli di costo-beneficio. Granovetter sostiene che questo approccio ignora il fatto che le decisioni economiche sono sempre influenzate da fattori sociali, come le relazioni di fiducia, le norme culturali e le istituzioni. Se nel modello neoclassico si presume che un consumatore scelga un prodotto in base al prezzo e alla qualità, nella realtà la scelta può essere influenzata da raccomandazioni di amici, abitudini culturali o fedeltà a un marchio, tutti elementi che riflettono il radicamento relazionale e strutturale.

Un aspetto centrale di questa teoria è il ruolo della fiducia. Granovetter sostiene che la fiducia è un elemento chiave che permette alle transazioni economiche di avvenire senza la necessità di costosi meccanismi di controllo formale. La fiducia si sviluppa attraverso le relazioni sociali e le interazioni ripetute, ed è quindi strettamente legata al processo di incorporamento relazionale.

Per qualche verso, il concetto di embeddedness/incorporamento sviluppato da Mark Granovetter ha una relazione significativa con la teoria dell’agire sociale di Max Weber, anche se i due autori operano in contesti e discipline diversi. Entrambi i concetti si concentrano sul ruolo delle relazioni sociali e delle strutture sociali nel determinare le azioni individuali, ma lo fanno con approcci e finalità differenti. Max Weber, nel suo approccio, distingue quattro tipi fondamentali di agire sociale, a partire da quello che definisce strumentale-razionale, guidato da calcoli razionali volti a raggiungere obiettivi specifici. Ancora, l’agire valoriale-razionale, motivato da valori o principi etici, indipendentemente dalle conseguenze pratiche; e quindi l’agire affettivo, dettato dalle emozioni o dagli stati d’animo. Infine, l’agire tradizionale, basato su abitudini e convenzioni sociali consolidate.

Per Weber, l’agire sociale è sempre orientato verso il significato che gli attori attribuiscono alle loro azioni e alle azioni degli altri. Questo significa che le azioni umane non sono mai completamente autonome o isolate, ma sono sempre influenzate dal contesto sociale e culturale in cui si verificano. Le connessioni tra la proposta teorica di Granovetter e la teoria dell’agire sociale di Weber possono essere individuate a partire da diversi aspetti, primo fra tutti quello che entrambi i concetti enfatizzano: le azioni individuali sono influenzate dal contesto sociale. Per Granovetter, le decisioni economiche sono incorporate nelle reti sociali, mentre per Weber l’agire sociale è sempre guidato da significati culturali, norme e valori condivisi. In entrambi i casi, l’individuo non agisce in modo isolato, ma è immerso in un tessuto sociale che influenza le sue scelte.

Peraltro, Granovetter evidenzia l’importanza delle reti sociali e dei legami interpersonali (forti e deboli) nel plasmare le azioni economiche, e analogamente Weber riconosce che l’agire sociale è spesso diretto verso altri individui (orientamento sociale) e che le relazioni tra le persone influenzano il significato delle azioni. Per quanto riguarda la razionalità e i suoi limiti, il sociologo statunitense critica l’idea neoclassica di razionalità economica pura, sostenendo che le decisioni economiche sono influenzate da fattori sociali ed emotivi. Anche Weber, pur riconoscendo l’importanza dell’agire strumentale-razionale, sottolinea che questa forma di razionalità non è l’unica guida dell’azione umana. L’agire affettivo e quello tradizionale mostrano come le emozioni, le abitudini e le norme sociali possano contrastare o integrare la razionalità strumentale.

In aggiunta, Granovetter riconosce che le norme sociali e le aspettative reciproche all’interno delle reti influenzano le azioni economiche. Questo risuona con l’enfasi di Weber sui valori e sulle norme culturali come fattori che orientano l’agire sociale. Nonostante queste convergenze, ci sono comunque anche differenze importanti, a partire dalla considerazione che Granovetter si concentra principalmente sulle dinamiche economiche e sulle reti sociali, mentre Weber offre un quadro più ampio che include anche aspetti culturali, politici e religiosi. Inoltre, il sociologo statunitense utilizza un approccio empirico e analitico, mentre Weber adotta un approccio interpretativo e comprensivo.

Ciò non toglie che il concetto di incorporamento di Granovetter sia coerente con la visione weberiana dell’agire sociale, poiché entrambi enfatizzano il ruolo delle relazioni sociali e delle strutture culturali nel plasmare le azioni individuali. Tuttavia, mentre Weber offre una teoria generale dell’azione sociale, Granovetter si concentra sulle implicazioni di tali relazioni nel contesto economico, e come tale può essere visto come una specificazione moderna e applicata di alcune idee weberiane sull’agire sociale. Entrambi gli autori riconoscono che le azioni umane sono immerse in un contesto sociale e culturale, ma lo fanno con prospettive e metodologie diverse. Entrambi riconoscono il ruolo centrale del contesto sociale nell’influenzare le azioni umane.

Il concetto di incorporamento in sociologia ci aiuta a comprendere come le azioni economiche e sociali siano profondamente radicate nei contesti sociali e culturali in cui si verificano. Attraverso le due possibili versioni, relazionale e strutturale, possiamo vedere come le reti sociali, le norme culturali e le istituzioni influenzino il comportamento umano, andando oltre i modelli puramente razionali o individualistici. Questo concetto è particolarmente utile per comprendere fenomeni come la fiducia, la cooperazione e la formazione delle reti sociali, e continua a essere un punto di riferimento importante per la sociologia economica e lo studio delle dinamiche sociali.

A questo punto, una domanda potrebbe sorgere spontanea: si può ipotizzare che questo concetto governi anche l’atteggiamento delle diverse nazioni nei confronti dei conflitti in corso, per esempio quello russo-ucraino? La risposta potrebbe essere positiva, a partire dalla considerazione che l’atteggiamento delle nazioni nei confronti del conflitto russo-ucraino è spesso incorporato nelle loro relazioni storiche, diplomatiche e culturali con Russia e Ucraina. Peraltro, le decisioni delle nazioni sono anche influenzate dalle strutture più ampie in cui sono inserite, come norme internazionali, valori culturali e istituzioni globali: questo aspetto riflette l’embeddedness strutturale.

Ciò porta a riflettere sul fatto che, in definitiva, l’atteggiamento delle nazioni non è mai completamente autonomo o razionale, ma è sempre “incorporato” in contesti più ampi di relazioni, valori e strutture, che inevitabilmente scontano anche temi quali le identità nazionali e le relative narrazioni culturali. Il radicamento culturale, infatti, si riferisce proprio al modo in cui le identità nazionali, le narrazioni storiche e i valori culturali influenzano le percezioni del conflitto stesso.

Ecco allora un aspetto probabilmente critico di questo concetto, allorché finisce per rappresentare una sorta di condizionamento. Perché pare ovvio che, per esempio, un atteggiamento patriottico da parte degli stati, se inteso come un forte attaccamento agli interessi nazionali, alle identità culturali o alle narrazioni storiche del proprio paese, tende a rafforzare il radicamento piuttosto che favorire l’uscita dal condizionamento. Questo perché il patriottismo è spesso profondamente radicato nelle strutture sociali, culturali e istituzionali che definiscono il radicamento nei confronti di una nazione, e spesso non apporta significativi risvolti positivi mantenendo alleanze e rivalità consolidate. Inoltre, limita la capacità di vedere interessi globali, concentrandosi sugli interessi nazionali immediati, per non dire del fatto che viene spesso strumentalizzato dalle élite per legittimare decisioni geopolitiche.

Per uscire dal condizionamento delle incorporazioni, un approccio più cosmopolitico o multilaterale potrebbe essere più efficace, incoraggiando la cooperazione, il dialogo e una visione globale dei problemi.

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