Le recenti esternazioni dei pm Melillo e Fragliasso, oltre che l’attivismo dei comitati per il No alla riforma della giustizia, dimostrano come il confine tra politica e magistratura sia irrimediabilmente perduto, con la seconda che si confonde con la prima
C’è un doppio filo che lega le recenti esternazioni del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, quelle del procuratore di Torre Annunziata Nunzio Fragliasso e l’impasse in cui è piombata l’agenda delle riforme della giustizia ipotizzate dal ministro Carlo Nordio. C’è, in tutta la sua evidenza, il gigantismo di una magistratura che ormai non reprime più la tentazione di agire da soggetto politico. Per altro verso, c’è il nanismo di una politica prona al potere giudiziario e incapace di difendere gli spazi che la Costituzione le riconosce. E qual è il risultato? Una commistione di ruoli che altera gli equilibri tra poteri e rischia di allontanare l’Italia dal modello delle democrazie liberali.
Il caso Fragliasso
Mentre a Torre Annunziata lo storico fortino del clan Gionta, palazzo Fienga, cadeva sotto i colpi delle ruspe dell’Esercito, Fragliasso ha chiarito che sul fronte della lotta alla criminalità organizzata «occorre fare ancora tanto», che «ci sono ancora troppe contiguità e illegalità anche in seno all’amministrazione comunale» e che «servono meno cerimonie e più azioni concrete e coerenti con le dichiarazioni programmatiche». Tempo poche ore e Corrado Cuccurullo, sindaco di Torre Annunziata, ha rassegnato le dimissioni.
I magistrati in lotta
Le parole pronunciate a margine dell’abbattimento di palazzo Fienga fanno di Fragliasso l’erede di una generazione di magistrati che interpreta il proprio ruolo non come quello di chi persegue i reati nel perimetro tracciato dalla legge, ma come quello di chi è costantemente impegnato in una lotta ora contro la criminalità organizzata, ora contro la corruzione, ora contro il malcostume. Ma la lotta, per sua stessa natura, è sempre “contro” qualcuno e, come tale, non può avere un carattere neutro. E chi la conduce è necessariamente un attore politico, anche se veste la toga e formalmente appartiene a un diverso potere dello Stato.
La teoria di Colombo
Questa distorsione è manifesta, in Italia, da almeno trent’anni. Cioè dall’epoca di Tangentopoli. Non a caso fu Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool di Mani Pulite, a sostenere la tesi secondo la quale pm e giudici sono chiamati a dirimere anche «questioni politiche». E ciò, sempre secondo Colombo, accade perché è la stessa politica a delegare alla magistratura la risoluzione delle questioni più disparate. Salvo poi – aggiungiamo noi – stracciarsi le vesti ogni qual volta le toghe esondano e finiscono per sostituirsi al Parlamento o Governo.
La delega a pm e giudici
Nella tesi di Colombo, però, va colto un elemento di verità. A rendere possibile il gigantismo della magistratura non è solo il clima culturale in cui pm e giudici sono cresciuti dal 1992 a oggi, ma è anche l’incapacità della classe politica di rivendicare e difendere il proprio spazio. All’epoca di Tangentopoli, la classe dirigente si mostrò incapace di risolvere le contraddizioni di un finanziamento illecito, divenuto sempre più intollerabile per l’opinione pubblica, in coincidenza con la crisi di legittimazione dei partiti. E, di conseguenza, quella stessa classe dirigente preferì affidare il compito ai magistrati, arrivando col tempo a servirsi dell’azione di pm e giudici come arma per regolare i conti con gli avversari. Ne è un plastico esempio la stagione del berlusconismo, in cui la sinistra si è spesso affidata alle Procure per disarcionare l’allora presidente del Consiglio.
Le toghe? Attori politici
Dal 1992 a oggi nulla è cambiato, se non una cosa. Oggi i magistrati non fanno più mistero di voler svolgere un ruolo politico. Lo dimostrano le parole di Fragliasso, certo. Ma anche quelle del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, senza eccessivi imbarazzi, ha chiesto al governo di cancellare o modificare l’articolo 270 del codice di procedura penale che limita l’uso indiscriminato delle intercettazioni e, soprattutto, vieta quelle “a strascico”. Una richiesta irrituale tanto nel metodo, visto che il Procuratore nazionale antimafia si autoattribuisce la prerogativa di rivolgersi direttamente a Parlamento e Governo, quanto nel metodo, visto che Melillo sollecita il ribaltamento di una riforma approvata appena due anni fa e che rappresenta il fiore all’occhiello dell’offerta politica garantista e liberale dell’esecutivo Meloni in materia di giustizia.
I comitati permanenti
Ma che i magistrati intendano svolgere un ruolo politico lo dimostra anche la volontà dell’Anm di rendere permanenti i comitati per il No costituiti durante la recente campagna per il referendum sulla riforma della giustizia: una decisione che, se fosse approvata dall’assemblea convocata per il prossimo 16 maggio a Roma, sancirebbe ufficialmente la nascita di quel “partito dei magistrati” che finora è stato soltanto evocato o denunciato dai pochi difensori della democrazia liberale.
Il sindaco si dimette
Una simile prospettiva è destinata a realizzarsi anche perché con ogni probabilità, la magistratura non incontrerà alcun ostacolo da parte della politica. Indizi in tal senso si trovano a livello sia locale sia nazionale. Prendiamo il caso di Torre Annunziata: davanti alle ingerenze del procuratore Fragliasso, il sindaco Cuccurullo si è immediatamente dimesso. Non sono stati necessari avvisi di garanzia, ipotesi di reato più o meno solide o precise contestazioni di illeciti. È bastato che un magistrato si ergesse a censore, delegittimando l’amministrazione comunale dal punto di vista politico e morale, perché il sindaco facesse un passo indietro e perché il Partito democratico lo scaricasse quasi immediatamente.
Il candidato “imbarca” i magistrati
Qualcosa di simile accade nella vicina Sorrento, dove il 24 e 25 maggio si voterà per sostituire un’amministrazione comunale travolta dagli scandali e il candidato sindaco di centrosinistra Fernando Pinto non ha saputo fare altro che promettere, in caso di vittoria, la nomina di due ex giudici ad assessori: come se la politica fosse sempre e comunque marcia e l’appartenenza alla magistratura fosse garanzia automatica di legalità.
Le riforme bloccate
A livello nazionale, intanto, le riforme liberali della giustizia sono destinate a rimanere lettera morta. Il referendum ha stroncato la separazione delle carriere e il riassetto del Csm. Subito dopo, la magistratura ha nuovamente alzato le barricate davanti alla norma che a breve dovrebbe trasformare il giudice per le indagini preliminari in un organo collegiale. E il ministro Nordio si è piegato al rinvio dell’entrata in vigore della riforma delle misure cautelari. Nulla di fatto anche sull’ufficio del processo e sulla depenalizzazione, destinati a rimanere vittima della resistenza della magistratura e dell’arrendevolezza della politica. Nel frattempo, però, il guardasigilli ha annunciando «un’ipotesi di affinamento della normativa» in materia di intercettazioni, aprendo così alla riforma sollecitata dal procuratore nazionale antimafia Melillo.
Addio democrazia
Magistratura e politica, in definitiva, tendono ormai a sovrapporsi. Eppure la distinzione tra questi due “mondi” rappresenta una delle massime conquiste della civiltà del diritto e ha storicamente consentito il rafforzamento dello Stato democratico. E il corretto rapporto tra politica e magistratura trova un riferimento preciso nella separazione dei poteri. Allora viene da chiedersi: che Stato è quello in cui la magistratura agisce apertamente da soggetto politico arrogandosi il diritto di selezionare la classe dirigente e dettare l’agenda al Parlamento? E che Stato è quello in cui la politica rinuncia al proprio primato, lasciando che siano i magistrati (e non gli elettori) a valutare il suo operato e a stabilire le riforme da approvare? Quello Stato potrà essere tutto tranne che una matura democrazia liberale.


















