17 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Apr, 2026

Antimafia, l’indagine che ribalta il racconto

Paolo Borsellino

L’indagine Antimafia ribalta il racconto: una minaccia alla verità che si esprime in un depistaggio lungo quasi quarant’anni


Premessa maggiore: l’inchiesta mafia-appalti dei carabinieri del Ros è «una sicura causa della strage di via D’Amelio», in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. Premessa minore: l’inchiesta mafia-appalti fu insabbiata da alcuni magistrati della procura di Palermo, che con la mafia sarebbero stati collusi. E che ne trassero vantaggi nella carriera. E la sintesi?

La sintesi aristotelica il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca l’ha lasciata alla Commissione antimafia, dalla quale è stato audito pochi giorni fa per la seconda volta. Il suo atto d’accusa non è solo un’ipotesi investigativa sconvolgente, ancorché tutta da dimostrare e irritualmente consegnata al dibattito pubblico in una fase istruttoria. Ma è anche e soprattutto una rivoluzione nel racconto che il Paese si dà della lotta alla mafia.

TUTTI GLI EDITORIALI DI A. BARBANO

Un depistaggio lungo quarant’anni

Non si tratta di una controversia storica, tutt’altro. Si tratta di una minaccia alla verità, che si esprimerebbe in un depistaggio lungo quasi quarant’anni e ancora in atto. Che giustificherebbe l’indagine e le intercettazioni disposte nei mesi scorsi contro due ex magistrati di quella procura. Dove morì, insabbiata, la neonata inchiesta sui reati d’impresa e sulle collusioni con il sistema politico e mafioso, il parallelo di Mani Pulite in salsa siciliana, e subito dopo nacque il teorema della trattativa Stato-mafia. Cioè l’idea che le stragi fossero la leva di un patteggiamento sullo spazio di agibilità concesso alla mafia dal lato occulto del potere.

Una narrazione suggestiva, che puntava a leggere la storia della Seconda Repubblica come una storia del doppio: sotto la coltre dell’ufficialità gli uomini delle istituzioni al massimo livello avrebbero trattato con mafia e massoneria, fino al punto di usare le stragi, quelle del 1993, per un cambio di regime che avrebbe portato Berlusconi a Palazzo Chigi.

Il crollo del teorema della trattativa

L’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia è stata consegnata alle favole da una sentenza nettissima della Cassazione, che l’ha demolita fin dalle fondamenta. Ma ciò non ha impedito che diventasse la trama di un racconto noir del Paese, usato da una magistratura ideologizzata per tenere in scacco la politica. E da giornalisti spregiudicati per lucrare su una narrativa di sicuro successo editoriale.

La funzione del racconto e i suoi effetti

Adesso il procuratore di Caltanissetta suggerisce indirettamente, nella sua costruzione investigativa, un’altra utilità sociologica del teorema. La trattativa Stato-mafia sarebbe servita a tenere inabissata l’inchiesta mafia-appalti. Cosicché, senza saperlo, un gruppo di ferventi sacerdoti della verità in toga avrebbero inseguito per due decenni una pista inesistente che ha funto da depistaggio a quella che portava alla morte di Borsellino e Falcone e alle presunte collusioni con spezzoni della magistratura palermitana. Il linciaggio di fedeli uomini delle istituzioni, come il generale Mori e il colonnello De Donno, che avevano redatto il dossier su mafia-appalti, sarebbe stato un effetto collaterale.

Toghe, potere e sistema

Per quattro decenni sotto l’ombrello dell’Antimafia avrebbero operato fianco a fianco le toghe di quel depistaggio originario, che con le loro collusioni avrebbero coperto o addirittura scatenato le stragi, e le toghe che le stesse stragi e il dolore della comunità armarono di sacro furore, inducendole a sposare la suggestione di uno Stato che cospirava ai massimi livelli nelle sue segrete stanze. Gli uni e gli altri sono stati alleati della stessa causa, per motivi individuali opposti. I corrotti volevano nascondere la verità della propria corruttela con una verità più grande, apocalittica, alla quali gli ingenui colleghi hanno abboccato. E in mezzo ai «fetenti» e ai «cretini», una pletora di furbi ha stabilizzato, in nome del bene, un sistema burocratico e parassitario, fatto di poteri eccezionali e privilegi non giustificabili.

Due verità e una crisi della giustizia

Cosa ci resta dopo quarant’anni? Una verità bugiarda, quella del doppio Stato, che la Cassazione ha demolito sul piano giuridico, ma che continua sul terreno mediatico e civile ad esprimere la sua fascinazione. E una verità ipotetica, plausibile ma forse impossibile da provare dopo tanto tempo. Il fatto che il procuratore di Caltanissetta la disveli all’Antimafia, mentre sono in corso le indagini, malcela la sua impotenza.

Ma c’è una seconda conseguenza di questa lunga battaglia giudiziaria contro un bersaglio fittizio: la perdita di contatto con la realtà della mafia. Che, approfittando di tanto inabissamento, si è inabissata anche lei, in parte integrandosi nel sistema. Cosicché oggi è un fantasma, di cui si può ancora parlare, ma di cui non c’è più traccia in nessun radar investigativo.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA