8 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Apr, 2026

Iran, chi vince e chi perde nella finta tregua

La tregua di due settimane è fragile: tutti i motivi di contesa sono rimasti dov’erano e il nodo dello stretto di Hormuz è più intricato che mai


Siamo ben lontani dalla risoluzione del conflitto: le ragioni che hanno portato all’attuale sfacelo sono assolutamente intatte. Anzi, se ne è aggiunta persino un’altra: oltre l’uranio arricchito al 60%, sotterrato al punto da mettere in imbarazzo persino Jules Verne, oltre la rete di proxies volti a destabilizzare l’area mediorientale in modo permanente, oltre il finanziamento di reti terroristiche internazionali, oltre il programma di missili balistici che oggi, alla luce della condotta di guerra di Teheran, appaiono ancora più minacciosi, c’è anche il transito dello Stretto di Hormuz, che l’Iran è deciso a trasformare in una leva formidabile contro i mercati globali, nonostante quelle siano, formalmente, acque internazionali.

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Gli strumenti del regime

Sono tutti strumenti che il regime di Teheran – con molte ragioni, purtroppo – considera imprescindibili mezzi di difesa per garantirsi la sopravvivenza politica. Ma, anche a partire da queste distanze diplomaticamente siderali, la sospensione delle attività militari, che più realisticamente torneranno ad essere solo circoscritte a Libano, Iran e Israele, era obbligata. Il contrario sarebbe stata l’apocalisse energetica, con possibili conseguenze che è meglio non provare nemmeno ad immaginare. Diciamo che ci ha salvato la fisica, visto che la trattativa in corso è parsa la plastica rappresentazione della terza legge della dinamica newtoniana, nota anche come legge azione/reazione o principio di reciprocità. La legge per cui, immaginando due persone sedute su due carrelli impegnate in un tiro alla fune in cui ognuno tira nella propria direzione, i due finiscono per incontrarsi. Approfittiamo, dunque, di questa pausa per fare un punto della situazione valutando vincitori e vinti di un processo che è ancora tutto in fieri e di cui nessuna analisi può oggi prefigurare l’esito.

Stati Uniti

Il giorno dell’attacco israelo-americano ero a casa di un avvocato civilista milanese del tutto a digiuno di competenze strategico-militari o geopolitiche. Mi disse subito: «Chiuderanno Hormuz». Basterebbe questo aneddoto per far capire la catastrofe tattica americana, davvero da annali. Un fallimento che richiama i più grandi tonfi della storia militare USA: dal Vietnam alle scellerate campagne di esportazione della democrazia targate G. W. Bush, fino all’umiliante ritiro dall’Afghanistan del 2021. Sul piano strategico, cioè quello del ridisegno del Medio Oriente, la partita rimane aperta e potrebbe persino volgere in modo favorevole. Tutto dipenderà dal destino del sempre più debole regime iraniano.

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Israele

Tutti sapevano che gli interessi si sarebbero man mano divaricati da quelli degli Stati Uniti. Così, al di là dei deliri da regime change di Netanyahu, che nella storia militare dello Stato ebraico hanno il solo precedente, infausto, del Libano nel 1982, l’IDF sapeva di dover approfittare della finestra temporale concessa dagli americani per fare più danni possibile e concentrare i suoi sforzi sul vero obiettivo: Hezbollah, che non è sottostato a nessuna delle condizioni previste nell’accordo che interruppe il conflitto sul fronte Nord israeliano. In sintesi, Israele ottiene l’obiettivo minimo dell’indebolimento del nemico, ma si condanna ad un eterno ritorno dell’uguale: vincere la guerra, ma perdere la pace. Responsabilità storica gravida di pessime conseguenze, il rifiuto della mano tesa siriana e libanese di queste settimane. Assenza totale di una visione strategica capace di approfittare dei cambiamenti post 7 ottobre. Male, anzi malissimo.

Iran

Completa vittoria tattica, ma totale disastro interno. Distruzione dell’intera catena di comando (hai voglia a governare con la struttura a mosaico), crisi inflattiva, economia senza sbocchi, tensioni interne, totale sfiducia indotta nell’intera area che potrebbe persino spingere nuovamente i sauditi verso gli Accordi di Abramo per implementare la costruzione di nuove infrastrutture energetiche, a cominciare dal corridoio IMEC. La Repubblica islamica è stata di fatto sostituita da una giunta militare dei pasdaran. Bisognerà vedere se dimostreranno una flessibilità finora sconosciuta.

Paesi del Golfo

Si tratta di una sigla generica che racchiude interessi e vie strategiche molto diverse. In sintesi estrema: Bahrein, Emirati Arabi Uniti e sauditi col fronte israelo-americano, Oman e Qatar molto più inclini alla mediazione e potenzialmente distaccati.

Pakistan

Il vero vincitore della scena. Un’altra pessima notizia per un Israele che ha un solo modo per uscire dall’impasse e far entrare la diplomazia: cambiare governo a fine ottobre prossimo.

Postilla finale: il voto ONU di ieri sulla riapertura di Hormuz proposto dal Bahrein ha dimostrato che i blocchi contrapposti sono sempre più definiti: Occidente-Israele-Ucraina da una parte, Russia-Cina-Iran dall’altra. La guerra mondiale a pezzi sta prendendo forma e, in questo quadro, inquietano le manovre cinesi su Taiwan del 1 aprile.

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