Tra guerra e diplomazia resta la domanda sui ragazzi e le ragazze di Teheran, tra repressione, arresti ed esecuzioni
Come molti analisti – in primo luogo americani – avevano previsto la guerra in Iran non poteva essere risolta in pochi giorni. L’Iran è un Paese di dimensioni estese, con una storia secolare, con più della metà della popolazione inferiore ai 35 anni, con una classe dirigente diffusa – dagli ingegneri ai letterati – e un orgoglio identitario che manifesta con determinazione.
E se è vero che dalle Università ai bazar l’avversione al regime è diffusa e crescente, altrettanto vero è che anni e anni di indottrinamento fanatico unito ad apparati di polizia e militari potenti hanno fin qui assicurato agli ayatollah il controllo del Paese. Tant’è che un regime change provocato da una rivolta popolare interna fino ad oggi è apparsa a molti analisti improbabile.
Trump tra guerra e negoziati: le due priorità
Di fronte ad una guerra dall’esito tutt’altro che scontato, dagli esiti imprevedibili su scala regionale e da impatti pesanti sull’economia mondiale, a partire dall’aumento dei prezzi di gas e petrolio, molte cancellerie moltiplicano richieste di interruzione dei bombardamenti e di ripresa di negoziati volti ad una soluzione al nucleare militare. E lo stesso presidente americano Donald Trump appare ambivalente. Prospetta un intervento militare di terra e al tempo stesso sollecita le autorità iraniane a trattare, accreditando colloqui già in corso dagli esiti positivi.
In ogni caso quel che appare è che a Trump stiano a cuore due priorità. Impedire che gli iraniani dispongano del nucleare militare e garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz per assicurare gli approvvigionamenti energetici necessari all’economia mondiale.
Il nodo ignorato: prigionieri politici ed esecuzioni
Ora, che si liberi il mondo da un’ipoteca nucleare iraniana è certamente indispensabile per la sicurezza di Israele e del pianeta intero. Così come è essenziale garantire gli approvvigionamenti energetici necessari alla vita economica di ogni nazione. Colpisce, tuttavia, che a quelle due priorità non si accompagni anche la richiesta di liberare tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri iraniane e di sospendere le esecuzioni capitali.
Anzi, è passata quasi sotto silenzio la esecuzione di condanna a morte di uno scienziato svedese per la cui salvezza per anni sono stati rivolti appelli mai accolti. E in queste stesse settimane sono stati avviati processi, con probabilità di condanna a morte, contro chi ha partecipato alle manifestazioni contro gli ayatollah. Peraltro il regime ha annunciato l’arresto di centinaia di persone accusate di essere spie di Israele. E si può ben immaginare come ad un’accusa così grave seguirà ogni forma di tortura e di condanna.
La frustrazione degli iraniani e la realpolitik
Di tutto questo il presidente Trump e la Comunità internazionale paiono non occuparsi. Chi ha avuto in queste settimane contatti con cittadini iraniani ha constatato la frustrazione di quanti speravano che la comunità internazionale agisse. Che si muovesse per liberare il loro Paese da una dittatura feroce e sanguinaria. Se invece l’esito finale della guerra fosse un accordo che lascia inalterato il potere degli ayatollah, quella frustrazione si trasformerebbe nella convinzione di essere stati sacrificati alla realpolitik. Agli interessi geopolitici dell’Occidente.
La domanda finale: libertà o interessi?
E dunque mentre discute di come uscire da una guerra, il mondo ha il dovere di non eludere una questione cruciale. Come si risponde alla domanda di libertà delle ragazze e dei ragazzi di Teheran che non hanno esitato a mettere a rischio la propria vita ? È un dovere non solo politico, ma anche morale.



















