26 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mar, 2026

Dopo il referendum il governo offre scalpi, non riforme: addio garantismo

Giorgia Meloni

Governo, scalpi non riforme, addio al garantismo: è questo il segnale politico che emerge dopo la sconfitta referendaria. Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè arrivano dopo il voto e mandano un messaggio chiaro


Eccoli, dunque, gli scalpi di Delmastro, Bartolozzi e quello – appena arrivato sull’altare sacrificale dopo formale richiesta della premier – di Santanchè. Finalmente, diranno alcuni. E saremmo tentati di dirlo anche noi, tante sono state le leggerezze, le uscite a vuoto, gli strafalcioni, le gaffe (al netto delle responsabilità penali di un Delmastro, che, allo stato attuale, sono nulle). Manca all’appello quello che non sarebbe stato uno scalpo, ma, forse, un’assunzione di responsabilità politica: le dimissioni del ministro Nordio.

Gli scalpi e il messaggio politico

Non vogliamo dare l’idea di essere quelli che, con il fegato eroso dopo il rifiuto popolare di uno dei pochi provvedimenti autenticamente liberali e garantisti di questo governo, adesso vuole vedere qualche testa cadere. Facciamo un respiro allora. E proviamo a leggere quello che sta succedendo in una prospettiva politica di medio-lungo termine. Quale messaggio politico sta dando la maggioranza, offrendo in successione, uno dopo l’altro, questi scalpi subito dopo la sconfitta referendaria? Che cosa si può indurre dalle azioni di questi giorni del governo e della premier?

LEGGI La sfiducia nella politica che diventa paura di cambiare di A. BARBANO

L’unica lezione che il centrodestra di governo sembra aver tratto dal voto è che il garantismo non paga. Se le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè dovevano arrivare, sarebbero dovute arrivare molto prima o almeno un po’ dopo il referendum. Il fatto che arrivino adesso, al netto di fisiologici regolamenti di conti all’interno della maggioranza, è sintomo, temo, di una reazione emotiva e della sola e unica preoccupazione di capitalizzare il consenso di cui dispone la premier in vista delle elezioni del prossimo anno. E allora addio riformismo, addio battaglie garantiste.

La sinistra e la magistratura

Molte analisi sono state fatte in questi giorni post-referendari, altre saranno fatte nei prossimi, su quanto la sinistra si appiattirà sulle posizioni di una magistratura che ormai ha assunto le fattezze di un vero e proprio partito politico. Poco male. Da questo punto di vista, il voto referendario non farà che consolidare una tendenza presente già da anni da quelle parti. Cosa succederà, invece, alle latitudini del governo? Non si può negare che la politica di questa maggioranza, per buona parte improntata al panpenalismo e al securitarismo, abbia avuto un’influenza sul voto di domenica e lunedì. Il fatto che un esecutivo che ha aumentato le pene e paventato uno scudo penale per gli agenti, di colpo, si sia fatto vessillifero di una sacrosanta riforma garantista ha comprensibilmente lasciato perplessi alcuni. Al netto del tradizionale scarso interesse dell’elettorato di centrodestra per gli appuntamenti elettorali secondari, una parte non irrilevante di quell’elettorato ha barrato la casella del No. Adesso, dopo la battaglia, il rischio che il governo cerchi riparo dietro il vecchio scudo giustizialista e ceda alla tentazione di farsi dettare lo spartito dalla magistratura è concreto.

Responsabilità morale e politica

Lo scalpo dei tre è la testimonianza che, ancora una volta, si confonde la responsabilità morale con quella penale. Perché la premier chiede oggi, ottenendole, le dimissioni di Santanchè? Qual è la colpa dell’ex ministra del turismo? Quella di essere un’impresentabile indagata, si dirà. Bene, e non era un’impresentabile indagata anche prima del referendum? Il governo sembra voler dare una risposta morale e non politica alla sconfitta. Risposta che arriva però subito dopo aver tentato, attraverso la riforma della giustizia, di superare proprio l’ipoteca morale che gravava e grava sulla politica tutta, che anima buona parte dell’opinione pubblica italiana, che orienta la maggioranza del giornalismo e la quasi totalità dell’intellighenzia del Paese.

La sfida delle riforme

Ma questo, quello della sconfitta e della sua analisi, non è, o non dovrebbe essere, il tempo delle risposte morali. Dovrebbe essere invece l’occasione per rilanciare le riforme: le liberalizzazioni, l’università, il nucleare. E poi sì, ancora lei, la giustizia. Perché non vogliamo rassegnarci a credere che la sconfitta referendaria determini la definitiva rinuncia alla prospettiva garantista, all’impegno per un sistema-giustizia più equo, più efficiente e meno dominato da logiche politiche che devono restargli estranee.

Meloni e la prova politica

È in questa fase che la premier dovrebbe dimostrare di possedere una fisionomia politica che va al di là dei connotati più deleteri della seconda Repubblica, quella che nasce sulle ceneri lasciate da Tangentopoli e si è nutrita di pane e antipolitica. Oltre a questo, dovrebbe farsi scivolare di dosso gli ultimi residui della sua, di cultura politica, quella da cui proviene e che, lo sappiamo, non ruotava esattamente attorno alla difesa del principio di non colpevolezza. La vittoria del No al referendum è un’occasione persa. Ma la sfida per la politica a venire è quella di superare l’ossessione del dividendo politico e intestarsi battaglie che in un’ottica puramente elettorale possono apparire logoranti.

Quella garantista è una di queste battaglie.

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