25 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Mar, 2026

Sisto: «Adesso basta scontri. Il Paese vuole le riforme»

Il viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto interviene all’indomani della vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia


Bartolozzi e Delmastro, rispettivamente capo di gabinetto e sottosegretario alla giustizia, hanno rassegnato ieri le dimissioni. «Mi dispiace. Le dimissioni sono sempre un fatto legato alla sensibilità personale. Nessuno può stabilire dal di fuori ciò che è opportuno e ciò che non lo è», commenta il viceministro della giustizia Francesco Paolo Sistoin dialogo con l’Altravoce. «Noi di Forza Italia, da questo punto di vista, abbiamo sempre tenuto un atteggiamento coerente nei confronti di alleati e avversari».

Invece il ministro Nordio, pur assumendosi la responsabilità della sconfitta, ha detto che non ha intenzione di dimettersi.

«Un gesto nobile. Un po’ come quando una squadra perde e l’allenatore se ne assume la responsabilità. Per poi provare a vincere l’incontro successivo».

Un minimo di analisi critica adesso andrà fatta. Quali sono le cause della sconfitta al referendum?

«Anzitutto una ritardata politicizzazione da parte nostra della campagna referendaria. Il fronte del No è partito immediatamente con una campagna prettamente politica. Noi, al contrario, abbiamo parlato all’Italia, spiegando la riforma, pensando che, per la sua struttura garantista e costituzionale, potesse coinvolgere tutti gli schieramenti. Abbiamo quindi subito uno svantaggio iniziale che, alla fine, ci ha penalizzato. Basti pensare che in tante regioni governate dal centrodestra ha vinto il No».

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Forse anche perché alcuni vostri alleati di governo credevano poco nella riforma…

«Posso testimoniare quello che abbiamo fatto noi e che non è poco. Io, personalmente, ho partecipato a 178 eventi su questa riforma. L’ho fatto con passione, prendendo a modello solo il testo, convinto della bontà del cambiamento. In ogni caso, va detto che la riforma era nel programma di tutta la coalizione».

I giovani hanno votato in massa per il No.

«Quello dei giovani, a mio avviso, è un voto dovuto alla situazione geopolitica complessiva. È stato un no alle guerre, alle derivate condizioni economiche difficili, un no geopolitico più che politico. Una scelta che c’entra poco o niente con la riforma».

Anche il presidente dell’Anm Parodi ha fatto un passo indietro. È un segnale di apertura?

«Le dimissioni di Parodi mi risulta siano state di carattere esclusivamente personale. Mi auguro comunque che il nuovo presidente possa fare dimenticare il clima da “wrestling” che ha contraddistinto il referendum e possa rappresentare un’Anm più disposta al dialogo sia con la politica sia con gli avvocati».

Dopo la vittoria del No abbiamo visto i magistrati festeggiare nei tribunali. È la metafora della magistratura che si legittima come soggetto politico: la repubblica giudiziaria adesso è realtà?

«È una lettura estrema che non mi sento di condividere. Il day after del referendum deve comunque provare ad aprire un nuovo capitolo nel confronto tra politica e magistratura. Visto che il leitmotiv del fronte del No in campagna elettorale era che “le riforme sono necessarie, ma non con modifica costituzionale”, possiamo provare a dialogare per scrivere riforme quanto più possibile condivise. Gli inaccettabili festeggiamenti e canti di taluni magistrati mi auguro che siano soltanto l’effetto, passeggero, di una euforia da voto referendario. Se abbiamo davvero a cuore l’interesse del paese e il ripristino della fiducia dei cittadini nella giustizia, situazioni del genere vanno espunte dal codice comportamentale di ciascun appartenente alla magistratura».

Forse avreste dovuto raccontare meglio la riforma? Quando ha attaccato le sentenze della magistratura la premier non ha dato ragione a chi la accusava di voler sottomettere le toghe all’esecutivo?

«Chi ha raccontato la riforma in maniera non rispondente al vero è stato, in verità, il fronte del No. In ogni caso, non credo che tutte le esternazioni della campagna elettorale, da qualsiasi parte provenissero, siano state determinanti. Oggi sicuramente la comunicazione fa la differenza. E Il fatto di aver comunicato un messaggio non vero, ma più semplice, ha destato incontrollabili quanto infondati timori nell’elettorato ”.

La separazione delle carriere è archiviata. Adesso si può migliorare la giustizia attraverso leggi ordinarie?

«Abbiamo provvedimenti già pendenti in Parlamento, come quello sulla prescrizione, sugli smartphone, sulle sentenze di assoluzione. A questi si aggiungono proposte cardine come la riforma delle professioni, la nuova disciplina della sicurezza del lavoro e dei modelli organizzativi».

E al vostro popolo che reclama riforme garantiste, come si può rispondere adesso che è fallito il progetto della riforma costituzionale?

«Certo non rinunciamo alla tensione verso la presunzione di non colpevolezza, confidando che ci sia una sensibilità comune alla sua tutela».

Una riforma costituzionale non può essere fatta semplicemente chiamando a raccolta i propri elettori, perché nessuna forza politica ha più del 50%. C’è un problema di immobilismo legato al bipolarismo?

«Ritengo questo voto referendario una sconfitta per tutto il Paese, tanto resto convinto della solidità logico-giuridica della riforma. Ripercussioni sul governo? No. Il referendum è una sorta di “incidente costituzionale”, una piccola sezione del quadrante-giustizia, a sua volta una delle parti del programma di governo. Ne viene che l’attività dell’esecutivo va avanti, spedita. Sarei poi cauto nel condannare il bipolarismo, perché c’è il rischio, come la storia recente insegna, che piccoli partiti diventino poi determinanti sulla vita politica del Paese».

Per fermare il referendum è stato detto che la Costituzione era in pericolo. Schlein e Conte dicono adesso che con un forte premio di maggioranza, come previsto dalla legge elettorale proposta dal governo, si vuole introdurre un premierato di fatto. Sulla legge elettorale c’è il rischio di ritrovarsi vittime di quella narrazione sulla Costituzione in pericolo?

«Anzitutto è una legge e non una riforma costituzionale, sicché il Parlamento deciderà con i numeri garantiti dalla democrazia rappresentativa. Con un po’ di buon senso reciproco, non escludo si possa arrivare anche a una legge condivisa con le opposizioni. Sarebbe un ottimo segnale, per così dire, di “distensione parlamentare”».

Davvero pensa che a un anno dalle elezioni politiche le opposizioni potranno essere disponibili al dialogo?

«Noi abbiamo l’obbligo di provarci e di fare un’apertura al dialogo. Se poi non ci sarà la volontà di collaborare attivamente, allora ognuno trarrà le debite conseguenze».

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