Nel dibattito sulla separazione delle carriere emerge una contraddizione politica: chi si oppone alla riforma finisce per difendere un modello isolato rispetto alle principali democrazie occidentali. Riaprendo il nodo del rapporto tra magistratura e sovranità popolare
È nato il “sovranismo à la carte”. La campagna referendaria sta disegnando una nuova postura politica: l’autarchia istituzionale, demonizzata o sposata, a seconda delle convenienze. In altri termini, è plausibile immaginare che la stragrande maggioranza dei sostenitori del no sia stata, e sia tuttora, alacremente impegnata a combattere quel che viene considerato il più pericoloso virus della destra, il sovranismo appunto. Ebbene, appare ormai chiaro come, in vista del referendum, la furente battaglia contro tale pericolo si sia improvvisamente rovesciata nel suo opposto.
LEGGI Perché il no legittima il magistrato politico di A. BARBANO
Il no come scelta autarchica
Guardando all’Europa, infatti, non può esserci alcun dubbio: il no al referendum è un voto chiaramente italo-autarchico. Per l’appunto, sovranista. Com’è noto (eppure non sempre adeguatamente sottolineato) in quasi tutte le democrazie europee, ma anche in Giappone, Canada e Australia, la separazione delle carriere è norma acquisita da tempo.
I modelli europei della giustizia
Di più: in molti Paesi, dalla Francia alla Germania, dall’Austria alla Danimarca, dai Paesi Bassi alla Svezia, il pubblico ministero è gerarchicamente sottoposto all’esecutivo (senza che nessuno gridi allo scandalo). In alcune nazioni, ad esempio in Germania, la formazione dei professionisti della giustizia è comune: ma l’organizzazione dei vari Csm è sempre e comunque distinta. In sintesi si può concludere che, quale che sia la specifica forma di organizzazione dello Stato, un solo obiettivo prioritario accomuna tutte le democrazie liberali: garantire l’indipendenza e la terzietà della magistratura giudicante. Perché allora solo l’Italia dovrebbe restare indietro?
La sinistra e la riforma dimenticata
In realtà, da sempre, è la stessa riforma ad esser considerata “à la carte” dalla sinistra del no. Prova ne sia il fatto che, nel corso del tempo, la separazione delle carriere è stata sponsorizzata dai massimi dirigenti del Pd o del’Ulivo: da D’Alema a Violante, da Bassanini a Mastella, da Serracchiani a Enrico Letta. Di più: si può dire che tale progetto (liberale, appunto) sia proprio stato concepito nel milieu culturale della sinistra, da Vassalli in poi. Prima di essere “regalato” alla destra e, di conseguenza, esorcizzato.
L’ossimoro dell’europeismo sovranista
Tra i tanti miracoli della campagna referendaria, c’è infine da annotare l’epifania di un clamoroso ossimoro politico: “l’europeismo sovranista”. Come giudicare altrimenti il fatto che uno dei più riconosciuti europeisti italiani come Mario Monti si sia trovato a dichiarare che la separazione delle carriere sarebbe “una minaccia allo Stato di diritto”? Attenzione: se ciò fosse vero dovremmo arrivare alla tragica conclusione che in tutta Europa lo Stato di diritto non esiste! E cominciare dunque a contestare Parigi come capitale di un sistema illiberale! Ma forse tutto è più semplice: lo scivolone del professor Monti è ben spiegato dal poeta inglese Alexander Pope: “chi è impegnato in una controversia si preoccupa della verità quanto il cacciatore si preoccupa delle lepre!” E la lepre del cacciatore Monti è chiaramente Giorgia Meloni, non la riforma.
Il nodo dei poteri fuori controllo
Il fatto è che non ha molto senso dividersi come in un derby. Il vero problema di una democrazia liberale, infatti, è che nessun potere, né quello politico né quello giudiziario, si riveli “fuori controllo”. Devono esistere, per entrambi i poteri, efficaci “limiti” che poggino la loro legittimità nella “sovranità popolare”.
Magistratura e sovranità popolare
Ecco: forse si nasconde proprio qui l’origine storica del dissidio. Nelle due più grandi culle della modernità, infatti, la magistratura risponde direttamente o indirettamente al popolo. Negli Stati Uniti direttamente, perché la carica di procuratore distrettuale è elettiva e, dunque, nella maggioranza degli Stati, è scelto direttamente dai cittadini. In Francia indirettamente, perché il magistrato inquirente dipende dall’esecutivo, che in ogni caso è figlio di un voto popolare. In definitiva, nelle nazioni madri della democrazia moderna, che hanno scritto con Montesquieu, Tocqueville, Jefferson e Hamilton, i più raffinati pensieri costituzionali del mondo libero, la magistratura è sempre vista come “dipendente” dalla sovranità del popolo.
L’anomalia italiana
Ebbene, rispetto a queste tradizioni, la nostra organizzazione della giustizia si configura come un’assoluta anomalia. Al contrario di Stati Uniti e Francia, da noi si è costruito un sistema (unico al mondo) basato sul cosiddetto “autocontrollo della magistratura”. Non si può escludere che questa “via italiana” possa essere stata saggiamente corrispondente al clima postbellico. Ma una cosa è certa: se si intende proseguire lungo questa strada, occorre almeno introdurre nel sistema qualche significativa correzione.
Separazione delle carriere e limiti al potere
La più importante delle quali è certamente riuscire a garantire l’autonomia, l’indipendenza e la terzietà della magistratura giudicante, omologando il nostro a tutti i principali sistemi europei. Del resto, avere due Csm separati non significa affatto dare il via libera al controllo dell’esecutivo (e perché mai?). Vuol dire, invece, impedire che l’intera magistratura viva se stessa come un corposo “contropotere”. E, probabilmente, è proprio ciò che alcuni magistrati intendono preservare.
Il rischio della supplenza giudiziaria
Un’ultima riflessione: negli ultimi decenni del secolo scorso la nuova complessità dei valori e dei diritti, maturata nella società italiana, si è scontrata con l’emergere della grave crisi di rappresentanza del vecchio sistema istituzionale, facendo sì che la sede di soluzione di numerosi conflitti sui diritti sociali e civili si spostasse dal politico al giudiziario.
Il ritorno alla normalità europea
Tale fenomeno, esploso contemporaneamente in molti Paesi occidentali, ha finito per investire la magistratura di una funzione di “supplenza” del potere. La qual cosa, sia chiaro, non le può certo essere rimproverata. Ma sarebbe altrettanto miope non riconoscere come ciò l’abbia condotta, spesso aiutata da media compiacenti, a un’oggettiva “invasione” di campo. Il giudiziario è trascolorato nel legislativo e, in definitiva, nel politico, alimentando la psicologia di un potere alternativo. Perciò la separazione delle carriere, misura di per sé non certo risolutiva dei mali della giustizia, è ormai diventata la metafora di un obiettivo più importante: il ritorno dell’Italia a una normale, “europea”, separazione dei poteri. Proprio il contrario di quanto denuncia il “sovranismo del no”.



















