La difficoltà italiana nel realizzare la separazione delle carriere non è solo giuridica ma politica e culturale. Tra diffidenza verso l’establishment, moralizzazione della politica e ruolo della magistratura, la separazione delle carriere diventa lo spartiacque per un Italia che teme il cambiamento
Perché è così difficile in Italia – si è chiesto Vittorio Ferla – realizzare la separazione delle carriere, un principio guida delle democrazie liberali, pacificamente accettato in quasi tutti i paesi europei, affrancandoci oltretutto da un modello di organizzazione dell’ordine giudiziario di stampo fascista? Per rispondere alla domanda bisogna guardare a sinistra, ha scritto giustamente Ferla, soffermandosi sulle ragioni storiche della “deriva reazionaria” della sinistra di casa nostra. Ma forse, aggiungo, bisogna fare anche un salto oltreoceano. Mi spiego.
Da decenni la Penn Station, il principale nodo ferroviario della Grande Mela, necessita disperatamente di una ristrutturazione che nessuno riesce a fare. Perché? Delle ragioni per cui New York (e l’America in generale, che un tempo era un Paese che faceva grandi cose) fa fatica a realizzare grandi progetti hanno discusso l’anno scorso, all’Aspen Ideas Festival, Fareed Zakaria, l’architetto Vishaan Chakrabarti e Marc Dunkelman, della Brown University, autore di “Why Nothing Works: Who Killed Progress―and How to Bring It Back” (a detta di molti «il miglior libro fino ad oggi sulla più grande questione politica di cui nessuno parla». In sintesi: perché oggi, pur dovendo affrontare una serie di sfide urgenti – la carenza di alloggi, la crisi climatica, infrastrutture fatiscenti -, non si riesce a piantare un chiodo?).
Il caso della Penn Station
Nel corso della conversazione, alla domanda sul perché sia stato impossibile ripensare e riprogettare la Penn Station nonostante fosse questo l’obiettivo di almeno cinque o sei governatori (la stazione attuale è interamente sotterranea ma l’edificio originale, demolito nel 1963, era un imponente complesso in stile Beaux-Arts ispirato alle Terme romane di Caracalla; la sua demolizione è ancora oggi considerata un grave atto di vandalismo architettonico), Dunkelman ha risposto così: «Beh, quando la Penn Station originale venne demolita, ciò avvenne in un’epoca in cui sembrava che i grandi personaggi, l’establishment dell’epoca, avessero fatto per lo più cose tremende. Non si trattava solo della distruzione di un bellissimo edificio come la Penn Station, ma anche del fatto che avevano permesso la produzione di auto “insicure a qualsiasi velocità», come disse Ralph Nader.
La nascita delle barriere progressiste
Avevano permesso che il DDT venisse spruzzato sulle colture, causando malformazioni congenite. Ci hanno mandato in Vietnam. Era quella sensazione che l’establishment fosse malvagio (…) E così il progressismo di allora pensò: è ora di mettere delle barriere di sicurezza intorno a queste persone. E così, come movimento – il movimento progressista, il movimento democratico -, dal centro-sinistra all’estrema sinistra, abbiamo trascorso gli ultimi 50, 60 anni a pensare a come possiamo erigere nuove barriere per impedire che accadano cose spiacevoli. Tra queste, come impedire alla gente di distruggere qualcosa come la Penn Station.
Queste barriere di protezione sono ormai così rilevanti e numerose che quando qualcuno come Vishaan (Chakrabarti) si presenta con un piano per risolvere il problema, è molto difficile, se non impossibile, eliminare tutte le barriere che noi stessi abbiamo creato”. Insomma, l’America, secondo Dunkelman, è oggi «vittima di una vetocrazia che permette praticamente a chiunque di frenare il progresso». E sebbene i conservatori non siano esenti da colpe, i principali responsabili della sclerosi amministrativa che affligge l’America moderna sono i progressisti che, ha spiegato, «non hanno considerato un colpevole inaspettato: la loro paura dell’Establishment».
Dalla denuncia morale alla paralisi dello Stato
Mezzo secolo fa, insomma, i progetti del movimento progressista per realizzare le cose sono passati in secondo piano rispetto al desiderio di imbrigliare il governo. I riformatori hanno anteposto la denuncia coraggiosa di ciò che è percepito come ingiusto o moralmente sbagliato all’esercizio concreto del potere per il bene comune, incatenando di fatto lo Stato. «La sclerosi amministrativa conseguente ha minato la fiducia nelle istituzioni pubbliche di ogni tipo, ha intaccato la capacità del movimento progressista di mantenere le promesse e, paradossalmente, ha aperto le porte al populismo in stile MAGA».
Da questa parte dell’Atlantico l’aria che tira è la stessa. Il guaio è che, in Italia, si sa, tutte le cose americane diventano rapidamente sudamericane. Dalle nostre parti la sindrome è aggravata dal fatto che un apparato dello Stato, la magistratura, (trasformata dagli esclusi, a causa del “Fattore K”, in opposizione al governo, scrive Ferla) si è messa al servizio di una battaglia moralizzatrice il cui fine ultimo è quello di risanare la società imbrigliando i decisori e mettendo la politica, nella sua forma rappresentativa e nella sua articolazione partitica, sotto tutela.
Il ruolo dei magistrati nella politica italiana
Dal crollo della prima repubblica, osservavo infatti sul Foglio qualche anno fa, i magistrati in Italia hanno lo stesso ruolo “regolatore” dei militari in Sudamerica. Ovviamente il paragone non va preso alla lettera: in America Latina, i militari hanno instaurato regimi dittatoriali sanguinari. Resta però il fatto che in Sudamerica, le giunte militari hanno legittimato la presa del potere con l’intento di portare stabilità politica alla nazione “salvandola” dalla minaccia del comunismo (o del capitalismo, in ogni caso di “ideologie pericolose”).
In Italia, invece, da trent’anni l’esondazione dei pm nel controllo della politica è legittimata dalla necessità di “salvare” il Paese dalla corruzione dilagante e dalla criminalità diffusa. Che in Italia ci sia un nesso profondo tra la visione populista che sembra avere conquistato il Paese e la concomitante straripante “explosion judiciaire” che si ritiene indispensabile per fronteggiare il nemico della Repubblica (ieri il terrorismo e la criminalità organizzata, oggi la corruzione, il malaffare e, addirittura, l’incompetenza dei politici o le loro scelte), non è infatti una cosa che si scopre ora e spiega perché è così difficile “fare come in Europa” e sbarazzarsi di una semplice e persistente eredità del fascismo.
Il nodo della modernizzazione italiana
Il problema principale dell’Italia resta tuttavia quello della sua modernizzazione e la vittoria del Sì, oltre a separare le carriere rimuovendo un ostacolo al principio costituzionale del giusto processo e un’anomalia tutta italiana rispetto alle grandi democrazie occidentali, eviterebbe, come scrive Carmelo Palma, «di costituzionalizzare, per via traversa, la sovrintendenza della democrazia italiana da parte di un corpo separato di chierici togati – il corrispondente del Consiglio dei Guardiani dell’Iran sciita – che hanno usurpato alcuni poteri e abusato di altri, fino a esercitare, in un rapporto diretto con l’opinione pubblica, una guardiania generalizzata sulla salute morale della Repubblica, d’intesa con una libera stampa (absit inuiria verbis).
Lo spartiacque politico
Il che spiega perché il confronto ha assunto toni radicalizzati e la campagna referendaria si è trasformata in un’ordalia. Una volta di più lo spartiacque fondamentale della politica italiana è tra chi vuole innescare un processo di allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia velleitario o addirittura dannoso perché, manco a dirlo, “l’Italia è diversa” e «in Italia queste cose non si possono fare».
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Va da sé che per rendersi più comprensibile la politica nazionale dovrebbe ristrutturarsi sulla base di questa alternativa decisiva, posto che come ha scritto Sergio Fabbrini e come è evidente tutti, «tale divisione non ha sostituito quelle precedenti, ma ne ha cambiato la natura. La divisione tra destra e sinistra rimane, ma il processo integrativo ha finito per destrutturare sia la prima che la seconda».


















