16 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Mar, 2026

Referendum, il teatro ideologico che ostacola le riforme

Attorno alla riforma della giustizia si è sviluppato un teatro ideologico oltre il contenuto, ma il referendum interessa norme e istituzioni


Mario Monti ha spiegato sul “Corriere della Sera” che voterà No al referendum sulla riforma della giustizia. Non tanto – o non solo – per il contenuto della riforma, ma perché a suo giudizio Giorgia Meloni non avrebbe preso abbastanza le distanze da Donald Trump, e questo, nella sua lettura, rivelerebbe l’intenzione, o il rischio, di indebolire lo Stato di diritto. Colpisce e sorprende che un ragionamento di questo tipo provenga da un economista e accademico di valore, da un ex presidente del Consiglio, da una figura che per formazione dovrebbe avere una naturale inclinazione all’analisi delle norme e delle istituzioni nel loro merito. Invece il giudizio sulla riforma viene fatto discendere da un processo alle intenzioni, temendo gli effetti che essa avrebbe «nel momento storico che il mondo sta vivendo».

La separazione delle carriere, poiché la propone un governo preventivamente accusato di cattive intenzioni, diventa una minaccia. È un modo di ragionare che somiglia più al sospetto che all’argomentazione. E che resta un esempio emblematico di quel politicismo che sta avvelenando il dibattito pubblico italiano, con tutti i suoi legami con suggestioni emotive e dinamiche di potere. È esattamente questo il problema del referendum sulla riforma della giustizia che ci apprestiamo a votare: la riforma è stata discussa quasi sempre per ciò che si pensa di chi la propone, raramente per ciò che effettivamente contiene.

La piazza e l’opposizione generale

Il corteo di Roma di sabato scorso ha avuto almeno il merito, da questo punto di vista, di togliere ogni alibi al fronte del No. Nato formalmente contro la riforma della giustizia, si è rapidamente allargato a tutto il resto: contro la guerra, il governo, l’ordine politico nel suo complesso. Sotto lo stesso striscione convivevano slogan sulla Palestina, sull’economia, sulla politica estera, sulla Costituzione “in pericolo”. In piazza c’erano Potere al Popolo, Usb, collettivi studenteschi, movimenti pro-Pal, centri sociali, No Tav, e i cori contro la riforma si mescolavano a quelli contro Trump, Israele, l’Iran, Meloni.

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È difficile immaginare una fotografia più nitida della natura politica e ideologica di questo movimento: l’ennesimo contenitore identitario di opposizione generale. Tutto insieme, tutto indistinto. Contro tutto. Anche a Napoli, al Teatro Diana, è stata organizzata ieri una maratona di interventi “in difesa della Costituzione”. Il livello dello scontro si è talmente polarizzato da raggiungere livelli imbarazzanti, al punto che lo specifico oggetto del referendum sulla riforma della giustizia – la riforma costituzionale – sembra sparito.

La Costituzione e la procedura del referendum

Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza, partendo proprio dalla presunta difesa della Costituzione. Difesa da cosa, precisamente? Questa legge è stata approvata dal Parlamento secondo l’articolo 138 della Costituzione italiana, pubblicata in Gazzetta Ufficiale e sottoposta a referendum confermativo proprio perché non ha raggiunto i due terzi e perché siano i cittadini a decidere, tutto come previsto dallo stesso articolo. In un paese normale sarebbe la fisiologia della democrazia. Da noi, invece, diventa il preludio di un’apocalisse civile.

La stessa Corte costituzionale, del resto, ha chiarito da tempo un punto che nel dibattito sembra tabù: la Costituzione non impone né vieta la separazione delle carriere magistratura. È una scelta ordinamentale. Il nostro processo penale, dopo la riforma degli anni Ottanta, è formalmente accusatorio: accusa e difesa si confrontano davanti a un giudice terzo. Ma nello stesso tempo giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa carriera, allo stesso sistema di autogoverno, alla stessa cultura professionale.

I modelli europei della magistratura

Se guardiamo fuori dai nostri confini, in Germania, Spagna e Portogallo le carriere sono separate. In Francia il pubblico ministero appartiene allo stesso corpo dei giudici, ma dipende dal ministro della Giustizia. Qual è quello democratico? Qual è quello autoritario? La verità è che in Europa esistono soluzioni diverse. Solo in Italia il tema della separazione delle carriere sembra assumere i contorni di una guerra di religione. Il che fa sorgere il dubbio che la riforma venga spesso discussa senza aver letto il testo.

Si ripete, ad esempio, che la separazione delle carriere consegnerebbe il pubblico ministero al potere politico. Ma dove è scritto? La riforma non cancella affatto il principio per cui la magistratura è “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Su questo punto il nuovo articolo 104 si limita a ribadire la formula vigente. Introduce la distinzione tra carriera giudicante e requirente, due Consigli superiori distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. L’articolo 107 continua a garantire l’inamovibilità dei magistrati; secondo l’articolo 110 al ministro della Giustizia restano gli stessi poteri che ha oggi: funzione ispettiva e organizzazione dei servizi. Nulla sulle indagini, nulla sull’azione penale, nulla sulla carriera dei magistrati. Nel testo, insomma, non c’è scritto da nessuna parte che il pubblico ministero dipenderà dall’esecutivo.

Il sorteggio e il problema delle correnti

Un’altra parola agitata come uno spauracchio è quella del sorteggio. Si dice che sarebbe una mortificazione del merito. Eppure il sorteggio è uno strumento antico della tradizione democratica, spesso usato per spezzare la cristallizzazione di gruppi di potere. Nel caso della magistratura nessuno può ignorare che da decenni il sistema delle correnti pesa sulle nomine e sugli equilibri interni. Dopo lo scandalo Palamara è diventato difficile negarlo. Il sorteggio non elimina il merito – perché avviene tra magistrati che possiedono già i requisiti – ma riduce il peso delle cordate. Si può discutere se sia la soluzione migliore. Ma perché trasformarlo in un attentato alla democrazia?

Anche la memoria storica meriterebbe meno slogan. L’assetto della carriera unica tra giudici e pm deriva in larga parte dall’ordinamento giudiziario del 1941 (Regio decreto n. 12), il grande riassetto della magistratura compiuto durante il regime fascista. In quel sistema il pubblico ministero faceva parte della stessa magistratura dei giudici, ma dipendeva gerarchicamente dal ministro della Giustizia. La Repubblica ha spezzato quella dipendenza, garantendo autonomia al pm, ma ha mantenuto la carriera unica, il cui assetto giuridico – lo sanno i sostenitori del No? – è di matrice fascista.

Il cambiamento della sinistra

Ed eccoci al punto più sorprendente: la posizione della sinistra. Per anni la separazione delle carriere magistratura è stata sostenuta dall’area progressista. La Bicamerale presieduta da D’Alema negli anni Novanta la prese seriamente in considerazione. Oggi, improvvisamente, diventa un’eresia eversiva. Cos’è cambiato? Il testo della riforma? Oppure semplicemente il campo politico che la propone?

Ma una democrazia matura discute le leggi per ciò che contengono, non per le fantasie che si proiettano su chi le propone. È questo che il referendum sulla riforma della giustizia dovrebbe fare: costringerci a tornare alle cose, ai testi, ai contenuti. In una parola: alla realtà. Perché la giustizia italiana ha bisogno di molte riforme e di molto meno teatro ideologico. E il confronto civile e liberale comincia sempre dalla fatica di guardare le cose per quello che sono.

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