13 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Mar, 2026

Petrelli: «Giudice e pm non possono stare nella stessa carriera»

Francesco Petrelli

Il presidente delle Camere Penali Francesco Petrelli interviene sul referendum sulla giustizia e sulla separazione delle carriere: «Separare le carriere non indebolisce la magistratura»



La giustizia italiana torna al centro dello scontro politico, ma il dibattito pubblico sembra sempre più dominato da slogan e semplificazioni, al punto che il merito della riforma rischia di scomparire. Il clima si è ulteriormente acceso dopo le polemiche suscitate dalle dure, inaudite parole del procuratore Nicola Gratteri contro alcuni giornalisti del Foglio che lo avevano criticato. Un episodio che riapre una questione più ampia: il rapporto tra magistratura, opinione pubblica e libertà di critica. Ne parliamo con Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, per capire che cosa c’è davvero in gioco nel referendum.

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Avvocato Petrelli, sta facendo discutere l’attacco del procuratore Gratteri ad alcuni giornalisti del “Foglio”. Lei che valutazione dà di questo episodio?

«Si tratta di espressioni gravissime, specie perché utilizzate nei confronti di una testata giornalistica, che svolge un compito delicatissimo all’interno di ogni democrazia come quello dell’informazione. Le espressioni sono ancor più gravi, considerato che provengono da chi dovrebbe essere consapevole di rappresentare in questo delicatissimo momento la voce dell’intera magistratura. Tutti questi aspetti fanno sì che quel modo di esprimersi comprometta gravemente i valori della libertà di informazione e di critica. Ed è ciò di cui in questo momento francamente si sente meno il bisogno».

Eppure la campagna referendaria si è trasformata rapidamente in una battaglia di slogan e di appartenenze. Secondo lei è ancora possibile discutere di riforma della giustizia in modo razionale oppure questo tema è ormai intrappolato in una polarizzazione permanente?

«Giunti a questo livello diventa difficile immaginare che il discorso sui contenuti del referendum torni nel suo corretto binario. Credò credo che questo discorso debba essere allargato. Dobbiamo forse fare un passo indietro e non attribuire neppure tutta la responsabilità a Nicola Gratteri, anche se lui è il frontman del Comitato per il No. Perché la responsabilità di questi scivolamenti va divisa anche con chi ha pensato di condurre la magistratura nel vortice di una campagna politica che era prevedibile si sarebbe collocata agli antipodi di quell’imparzialità e sobrietà. E anche di quella lealtà che costituiscono la base stessa della giurisdizione. Se non fosse per questi valori, infatti, quale altra ragione legittimerebbe un funzionario che ha soltanto vinto un concorso a decidere delle libertà e del patrimonio dei suoi simili? Questa è una domanda che si dovrebbe porre l’intero ordine giudiziario. E che soprattutto dovrebbe porre quella parte molto vasta di magistratura che, suo malgrado, sta subendo questo snaturamento della funzione a opera di una minoranza al suo interno».

Il referendum nasce anche da una lunga mobilitazione dell’avvocatura penalista, che già nel 2017 aveva raccolto decine di migliaia di firme su questo tema. Questa è la prova che il problema è strutturale e non contingente.

«Ma non c’è dubbio. È importante comprendere che questa riforma non è un’invenzione dell’attuale governo. La storia della separazione delle carriere risale ad almeno 40 anni fa. Da quando esiste, l’Unione delle Camere Penali si è fatta promotrice di questa battaglia. Sostenendo la necessità di modificare l’ordinamento giudiziario, perché l’unitarietà delle carriere che abbiamo ereditato dal ventennio fascista non può convivere con un modello accusatorio in cui giudice e pubblico svolgono due funzioni addirittura antitetiche. Perché il giudice ha una funzione di controllore e il pubblico ministero è colui che deve essere controllato a garanzia dei diritti di tutti i cittadini. Ed è quindi ovvio che controllore e controllato non possono condividere una stessa organizzazione. Che regola promiscuamente le promozioni, le valutazioni di professionalità e la disciplina di tutti i magistrati. Questo non avviene in nessun’altra democrazia liberale né dell’Europa né del mondo».

E questo è anche il nodo reale della questione che i cittadini dovrebbero comprendere. Perché poi spesso il referendum viene presentato come uno scontro ideologico tra chi difende la magistratura e chi vuole indebolirla.

«Sì, perché quando si dice che è una questione tecnica che i cittadini non possono comprendere, si cerca di far cadere gli elettori in una trappola ideologica. Invece se spiegato in maniera corretta, lontano dal tifo da stadio, il significato della separazione delle carriere è molto semplice. Basti pensare a quella metafora che utilizziamo da moltissimi anni, dove mostriamo un arbitro che indossa la stessa maglia di una delle due squadre in campo. Credo che il pubblico degli elettori comprenda benissimo che cosa questo significa, al di fuori della metafora, entrando in una qualsiasi aula di tribunale».

I magistrati contrari alla riforma sostengono che con la vittoria del sì si esporrebbe il pm a rischio di un controllo politico. Da dove nasce questa interpretazione?

«Nasce dalla volontà di inquinare i pozzi e appunto di dire cose che non stanno scritte affatto nella legge. Perché se è una cosa è certa, è che l’articolo 104 non fa altro che ribadire, in termini più ampi, che l’intera magistratura è autonoma e indipendente. Da qualsiasi altro potere. La riforma fa addirittura un passo avanti rispetto al vecchio testo della nostra Costituzione. Dove la posizione del pm era invece garantita esclusivamente da un richiamo operato dall’articolo 107 alle norme ordinarie: ora è lo stesso testo costituzionale a blindarne l’autonomia e l’indipendenza. È difficile immaginare cosa si potrebbe fare di più per mettere a riparo l’azione della magistratura dal potere politico. Quindi tutto si può dire di questa riforma meno che il pubblico ministero è esposto alla possibilità di controllo da parte del governo di turno».

Ma al di là del referendum, lei pensa che in Italia esista una cultura del garantismo liberale oppure il dibattito pubblico resta dominato da una visione punitiva della giustizia?

«Ci sono più ragioni per ritenere che nel nostro Paese la cultura delle garanzie stenti a farsi largo. Le ragioni sono molteplici: un po’ dipende dal cosiddetto processo mediatico che indubbiamente ha finito con il conferire al pm uno spropositato ruolo egemonico. Al punto che se capita che un giudice dissenta da quello che ha fatto un pubblico ministero e assolva l’imputato, anziché prendere atto che giustizia è fatta, si rimprovera il giudice al grido di “vergogna”. Se da un lato la riforma della giustizia pone un importante rimedio a questa visione restituendo al giudice l’autorevolezza perduta, è poi innegabile che ci sia anche un grande lavoro culturale da portare avanti insieme alle riforme del processo per restituire dignità e credibilità all’intero “sistema giustizia».

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