6 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Mar, 2026

Perché il no legittima il magistrato politico

Perché il no legittima il magistrato politico: il referendum riguarda l’equilibrio futuro dei poteri nella nostra democrazia


Il dubbio lo avevamo posto tre settimane fa: Giorgia Meloni la vuole davvero questa riforma della giustizia? Oggi, guardando l’andamento della campagna referendaria, la risposta sembra emergere da sola. E non è una risposta rassicurante. Al netto di qualche sporadica incursione della premier in tv, nelle piazze si confrontano i gazebo dei comitati per il «Sì» e per il «No», frutto dell’associazionismo forense e magistratuale, con la politica al più nel ruolo di ospite. La timidezza della maggioranza svela giorno dopo giorno una contraddizione inconscia, un’ambiguità sostanziale.

La riforma della giustizia non nasce dentro la cultura politica della coalizione che oggi governa il Paese. Non è un progetto maturato in tutte le forze che sostengono il governo. Non è una riforma “loro”. È una riforma partorita dalle Camere penali, adottata formalmente dal governo e sostenuta soprattutto da Forza Italia. Era la terza delle riforme di struttura nella gerarchia del programma di centrodestra. Prima veniva il premierato, poi l’autonomia differenziata proposta dalla Lega, che al momento delle elezioni era il secondo partito della coalizione, e da ultimo la separazione delle carriere. Poi, per una serie di circostanze prodottesi in corso di legislatura, la giustizia è avanzata. Dal terzo posto è passata al primo, ha scavalcato il premierato, è diventata la riforma di bandiera.

ASCOLTA – Il giudice terzo nel cortile dei poteri

Ma il sorpasso è avvenuto soprattutto a parole. Perché nei fatti Giorgia Meloni — che è l’unico vero frontman della coalizione — non ha mai preso questa riforma sulle spalle e non ha mai dato neanche l’idea di comprendere la portata di un’iniziativa che si propone di cambiare, con la Costituzione, l’assetto ordinamentale di un potere castale in un Paese dove qualunque cambiamento è vissuto come un terremoto esistenziale.

La prudenza della premier

Dalle carriere separate di giudici e pm la premier si è fin qui tenuta a debita distanza. Con una prudenza calcolata. Il motivo è il timore di un referendum che, bocciando la riforma, si trasformi in un voto di sfiducia verso il governo. Riaffiora il fantasma di Matteo Renzi. Ma forse non solo quello.

È come se questa riforma d’altri non sia stata mai pienamente digerita dagli esponenti della maggioranza. I cui interventi fin qui sono stati pochi, spesso inadeguati, talvolta persino controproducenti, quasi sempre mal coordinati. Ma soprattutto hanno trasmesso l’idea che, nelle intenzioni della coalizione, la separazione delle carriere dovesse riequilibrare il rapporto fra giustizia e politica a vantaggio della politica. Non riequilibrare il rapporto fra giustizia e cittadino. È passata l’immagine di una riforma autoreferenziale, interna al sistema dei poteri. A rafforzare questa percezione hanno contribuito le critiche che Giorgia Meloni e altri esponenti del governo hanno rivolto ad alcune sentenze della magistratura. Sentenze sgradite perché interferivano con decisioni dell’esecutivo, dalle espulsioni dei clandestini alle politiche sui migranti. Quelle critiche, agli occhi dell’opinione pubblica, sono sembrate confermare la tesi dell’Associazione nazionale magistrati: che dietro la riforma si nascondesse il tentativo della politica di mettere il pubblico ministero sotto il controllo del governo. Così la narrazione del «No» ha trovato terreno fertile.

VIDEO – Il voto che può mutare il magistrato in un politico

Una campagna referendaria in salita

Mentre mancano poco più di due settimane al voto, il contesto internazionale è cambiato radicalmente. Una crisi globale mobilita gran parte delle energie della politica. Le alleanze internazionali del governo di Giorgia Meloni non sono mai apparse tanto onerose quanto in questi giorni. In questo scenario planetario l’impegno all’approvazione di una riforma di settore e nazionale coincide con l’improbo compito di trascinare alle urne una popolazione distratta da altre emergenze. In un clima di preoccupazione mondiale l’astensione rischia di essere il vero vincitore. E l’astensione, in un referendum, gioca contro la riforma.

Perché l’idea di buttare il governo giù dalla torre è certamente più semplice e attrattiva, come spesso accade in Italia per le imprese distruttive. Le forze del «No», organizzate con disciplina quasi militare, sono riuscite a coagulare tutti gli avversari di Giorgia Meloni dentro una battaglia che ha assunto il valore simbolico di una sfiducia politica.

Il ruolo della magistratura nello scontro

Senonché l’eventuale vittoria del «No» produrrebbe conseguenze molto profonde, che investono direttamente l’equilibrio della nostra democrazia costituzionale. In questi mesi abbiamo assistito a un fatto senza precedenti: una parte significativa della magistratura è scesa apertamente in campo attraverso il proprio sindacato, l’Associazione nazionale magistrati. Lo ha fatto schierandosi accanto ad alcuni partiti e contro altri. Ha chiesto direttamente il voto ai cittadini, condividendo con una parte di questi una visione contraria a quella di altri cittadini. In pratica ha cercato una legittimazione democratica al pari di un partito.

In tal modo la campagna referendaria ha slatentizzato una tentazione che attraversa la magistratura italiana almeno dai tempi di Mani Pulite, e che prefigura una distorsione costituzionale rispetto al ruolo e ai compiti che la Carta assegna alle toghe. Non solo perché l’azione penale ha cessato di essere finalizzata al mero perseguimento dei reati e si è incaricata di esercitare un controllo della legalità e della moralità della vita pubblica. Ma perché la magistratura ha instaurato una delega surrettizia con l’opinione pubblica, una forma di rappresentanza politica indiretta, legittimata dal consenso popolare e intermediata dalla stampa che ne esaltava le gesta e ne rappresentava le istanze. Una rappresentanza che si pone come alternativa e antagonista rispetto a quella formale che deriva dal voto parlamentare.

Negli ultimi trent’anni il confronto tra queste due forme di delega ha avuto un andamento altalenante. Mentre la delega formale della politica ha attraversato una crisi di usura democratica, quella informale e sostanziale della magistratura si è rafforzata, a danno della prima, attraverso il processo mediatico che metteva sotto accusa la politica. Politica e magistratura hanno progressivamente iniziato a confrontarsi come due poteri ciascuno dotato di una propria legittimazione. Poi anche la magistratura ha visto la sua delega indebolirsi come conseguenza degli eccessi di un’azione penale moralmente e politicamente orientata. Il referendum è diventato il punto di snodo di questo conflitto.

Il rischio per l’equilibrio dei poteri

Se la separazione delle carriere dovesse essere respinta nelle urne, la legittimazione sostanziale delle toghe diventerebbe per la prima volta una legittimazione formale. Il voto popolare apparirebbe come una investitura politica della magistratura. Con effetti non solo politici, ma anche di sistema. Non solo si interromperebbe il lento percorso del processo penale verso un approdo pienamente liberale e garantista, secondo le prescrizioni della Carta espresse già nelle disposizioni transitorie del 1948, secondo la riforma del rito accusatorio del 1989 e secondo la riforma costituzionale del giusto processo del 2001. Rimarrebbe in piedi un modello di giurisdizione ibrido, culturalmente inquisitorio, nel quale chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso ordine. Un modello che ci allontana dalle democrazie europee e ci avvicina, per alcuni tratti, a sistemi propri di ordinamenti illiberali.

Di più, il «No» vincente nel referendum sarebbe comunque una sconfessione della leadership di Giorgia Meloni, a prescindere dal suo disimpegno nella propaganda referendaria. Ma, sopra ogni cosa, legittimerebbe un potere alternativo alla rappresentanza politico-parlamentare, capace domani di contestare qualsiasi decisione, forte di una investitura popolare esplicita e maggioritaria.

Per tutte queste ragioni Giorgia Meloni sembra avere sottovalutato il meccanismo che ha attivato. Nelle due settimane che restano farebbe bene a rendersene conto. La partita non riguarda più il destino della riforma, e neanche solo la sorte del governo, ma l’equilibrio futuro dei poteri nella nostra democrazia.iù il destino della riforma, e neanche solo la sorte del governo, ma l’equilibrio futuro dei poteri nella nostra democrazia.

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