27 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Feb, 2026

Viva la Repubblica (senza l’Unità): Cacciari, Sanremo e il referendum

Frame televisivo Rai con fotografia del referendum del 2 giugno 1946

Referendum sulla separazione delle carriere, che succede quando professori come Cacciari cedono al populismo? Tra filosofia del contesto e giudizio sulle norme, il nodo resta uno: discutere il merito senza processi alle intenzioni


Massimo Cacciari non era a Sanremo, l’altra sera, o davanti alla tv (forse era dentro), ma magari qualcuno gliel’ha raccontata. Sentite questa: per ricordare il referendum che ottant’anni fa sancì la vittoria della repubblica e la fine della monarchia, la Rai ha pensato bene di mandare in onda una celebre fotografia che mostra cittadini italiani intenti a leggere la storica notizia. “Viva la Repubblica”, titolava a caratteri cubitali l’Unità nel 1946.

La Rai del 2026, invece, sbianchetta la testata, lascia l’evviva ma toglie il nome del giornale comunista fondato da Antonio Gramsci, non sia mai finisca sotto gli occhi di spettatori innocenti, anime candide che sono lì solo per ascoltare le canzoni (e che canzoni: ma questa è un’altra storia). E cosi, attraverso i decenni, Sanremo preserva giudiziosamente il carattere democratico e cristiano (copyright by Carlo Conti) del festival più noioso degli ultimi cinque o dieci anni.

Il contesto secondo Cacciari

Nell’intervista a “Repubblica”, il filosofo veneziano non dice nulla a proposito dei solerti funzionari del servizio pubblico che, più realisti del re, vegliano sulle serate degli italiani e purgano le immagini televisive da qualunque bruttura possa dispiacere la destra al governo del Paese (o la premier Meloni, o il Presidente La Russa e tutti i fan di Pucci, o anche solo il capostruttura o comunque colui o coloro che essi immaginano volere così come si vuole dove si puote, e più non dimandare), Cacciari non dice nulla ma potrebbe dire, cavolo se potrebbe.

Per esempio: ecco, vedete? Questa è la destra, questa è la loro idea del potere, questi sono quelli che vogliono la separazione delle carriere, ma solo come primo passo («minimo», concede il filosofo) che va in direzione di esecutivi sempre più insofferenti verso gli altri poteri, sempre più desiderosi di comandare senza intralci o impedimenti, sempre più smaniosi di aver le mani libere, e tanto per cominciare di usarle per metterle sulla magistratura.

Gli specialisti e il merito della riforma

Siccome, però, ci sono fior di professori, a sinistra, giuristi e costituzionalisti che vogliono stare al merito della riforma, e che, in considerazione di questo benedetto merito, voteranno sì al referendum – perché è semplice: la terzietà del giudice richiede come suo naturale completamento la separazione delle carriere – Cacciari aggiunge severo: «Gli specialisti sono miopi, hanno la testa nel pallone, cioè nelle loro specifiche competenze, e non sanno collocare la materia di cui si occupano dentro un contesto più generale», cioè, per capirci, dentro la serata sanremese dell’altra sera.

Insomma: vuoi sapere come votare? Guarda Sanremo, e lascia perdere la lettera della riforma. I professoroni (ma non era la destra che aveva sulle scatole i professoroni? E a proposito di questo vento di destra che costituisce il contesto politico in cui siamo chiamati a votare, non era Cacciari che trent’anni fa, che venti anni fa, che dieci anni fa, che fino a ieri indefessamente spiegava che destra e sinistra sono parole ormai prive di senso? Pure questa, però, è un’altra storia), i professoroni, dicevamo, possono anche essere nel giusto, brav’uomini, ma giudicano il particolare e non vedono l’universale, si attaccano alle singole norme e non vedono il quadro d’insieme – storico, politico, culturale –, in cui quelle norme si inseriscono.

Vedere il contesto, ma fino a dove?

Ora io, che pure non ho mai pensato che le parole destra e sinistra non servissero più, e che in anni recenti non ho mai mancato di guardare tutte le edizioni del Festival – memore di un felice consiglio di Beppe Vacca, il quale, da massimo studioso di Palmiro Togliatti, soleva ripetere che per il Migliore il bravo redattore dell’Unità mette senz’altro in pagina, sul quotidiano comunista e in attesa della rivoluzione, i popolarissimi risultati del campionato di calcio, e sosteneva a sua volta (Vacca, dico) che per capire dove sta andando il Paese proprio Sanremo bisogna guardare – io non faccio difficoltà a credere a Cacciari. Io vedo il contesto, vedo la destra.

Vedo Trump, vedo Orbán e la sua democrazia illiberale. Vedo il populismo (lo vedo pure a sinistra, per la verità, ma è un’altra storia ancora) e vedo pure i bianchi mutandoni coprire le vergogne in quel di Sanremo. (Se poi cambio canale quasi non c’è sera che non veda anche Massimo Cacciari, la cui chioma nera nerissima corvina non sbianchetta mai). Ma, avendo visto, so.

So anzitutto che tra il sì alla riforma e la paventata fine del liberalismo politico (che, nel merito, compie anzi un passo in avanti grazie alla separazione delle carriere) ci sono non uno, ma dieci, cento, passi non minimi da compiere, e tra questi perlomeno un’altra riforma costituzionale (se il fine ultimo è la dipendenza del pm dall’esecutivo) e quindi quattro letture in Parlamento e quasi sicuramente un altro referendum confermativo e un’altra campagna elettorale. So che persino la temuta dipendenza non è di per sé sinonimo di fine della separazione dei poteri, perché dipende da come la fai (oppure la Francia è un’autocrazia?).

Magistratura, CSM e culture politiche

So, intanto, come sta messa la magistratura nel nostro Paese, e che fa parte del contesto pure il suo coriaceo corporativismo, e so quanto poco probabile sarebbe un futuro intervento di riforma (o addirittura di autoriforma, un’amabile presa in giro che ogni tanto ci viene ammannita).

So che la carriera unica e l’autogoverno del CSM, indispensabile presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, sono andate ottimamente d’accordo con il potere politico in stagioni democratiche e cristiane – per dirla sempre con Carlo Conti – in cui le procure venivano non a sproposito soprannominate porti delle nebbie (e mamma Rai aveva a sua volta, pur in regime di legge che ne affermava l’autonomia, i suoi bravi editori politici di riferimento), e so dunque che le culture e le prassi politiche impregnano ancor più di certe leggi la vita delle istituzioni.

Ma so soprattutto che i processi alle intenzioni sono molto, molto pericolosi, non solo perché tra le intenzioni e le azioni ci corre un mondo, come ognuno sa, ma pure perché viene facile attribuire intenzioni a piacere, soprattutto quando si può liberamente ignorare il merito, e i particolari, e le norme come effettivamente stanno e sono scritte.

Universale e particolari

Cacciari difende la categoria: è il filosofo, lavoratore del concetto, che non si ferma al particolare perché vede l’universale. Ma esagera, quando pensa che si possa vedere l’universale fregandosene bellamente dei particolari. O addirittura piegandoli nella direzione opposta, perché i professoroni di cui sopra la considerano proprio così, come una riforma ispirata a principi liberali, che dunque migliora e non peggiora la qualità della democrazia.

Infine, Cacciari usa un argomento abbastanza indecente, e devo pensare (per non fare torto alla sua intelligenza) che lo usa solo perché lo sente ripetere qua e là, nel contesto. E cioè che la riforma non risolve i problemi che stanno davvero a cuore ai cittadini («i processi più rapidi, le procedure più snelle, le garanzie»). Ora, a parte il fatto che in un articolo in cui si invita a guardare il contesto, dovrebbe preoccupare un simile fuori d’opera, per giunta disperatamente approssimativo, ma dire una cosa simile significa dire, in un articolo in cui si paventano timori per la tenuta della democrazia, che i cittadini se ne fregano della tenuta della democrazia. Un orribile benaltrismo.

LEGGI Il Csm e i magistrati schiavi dell’amichettismo

Se fosse vero (e per fortuna non lo è), la democrazia sarebbe già spacciata, con o senza referendum. E sarebbe in affanno se questi fossero, come purtroppo sono, i soli argomenti che vengono messi in campo per difenderla, rinunciando a dire, con l’aria di dire l’essenziale e di pensare l’universale, ciò che davvero conta, cioè una parola di merito. E come infine cambierebbero le cose, se la riforma passasse.

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