Dopo Mattarellum, Porcellum, Italicum e Rosatellum, l’Italia si prepara al “Melonellum”, la quinta legge elettorale in trentatré anni. Tra premio di coalizione, soglie e assenza delle preferenze, resta il nodo della rappresentanza.
L’Italia è il Paese che ha fatto registrare nell’ultimo trentennio il più alto tasso di “ipercinetismo elettorale” del mondo, cambiando ben quattro leggi per l’elezione delle assemblee legislative dopo la caduta della Prima Repubblica. Si tratta di un’anomalia che non trova riscontro nel quadrante democratico internazionale. Un’anomalia che viene anche combattuta in linea di principio da istituzioni come il Consiglio d’Europa per il potenziale d’instabilità che il mutamento continuo delle regole del gioco reca con sé.
Siamo, dunque, ancora una volta alla vigilia di una nuova legge elettorale, la quinta in trentatré anni, dopo il Mattarellum, il Porcellum, l’Italicum e il Rosatellum, una riforma che si candiderà, supponiamo, ad assumere orgogliosamente il nome di Melonellum, tanto per onorare il vezzo del grande politologo Sartori che sfregiava le prime riforme col “latinorum” dell’azzeccagarbugli, per significarne la sua profonda disapprovazione.
I punti chiave della riforma
Per quello che si sa, l’impianto della legge non smentirebbe le voci circolanti da tempo che raccontavano di alcuni sostanziali mutamenti nel corpo della legge vigente. In particolare: 1) eliminazione dei collegi uninominali attualmente contemplati, lasciando l’impianto proporzionale con sbarramento al 3%; 2) un premio di maggioranza pari al 55% dei seggi per la coalizione che abbia raggiunto il 40% dei consensi; 3) l’indicazione del primo ministro nel programma elettorale e non nella scheda come si era detto; 4) la conferma dell’attuale sistema a liste bloccate, insomma: la cooptazione da parte dei capi. 5) In più ci sarebbe anche la previsione di un ballottaggio tra le coalizioni che avessero superato il 35% ma non il 40.
Dunque dovremmo supporre che i compilatori del congegno elettorale abbiano dato una ripassata alle sentenze della Corte Costituzionale che nel 2014 e nel 2017 si levarono come una mannaia sul Porcellum e sull’Italicum, per ragioni legate al premio di coalizione e ai ballottaggi.
Leggi “sartoriali” e maggioranze semplici
È probabile che ciò che è trapelato rappresenti sostanzialmente ciò che sarà approvato, visto che il Parlamento ormai dal 1993 approva leggi elettorali sostenute solo dal consenso della maggioranza di Governo, visto che una legge fondamentale che stabilisce le regole del gioco democratico, da noi si approva solo con la maggioranza semplice nelle assemblee legislative. Infatti la storia dell’ultimo trentennio ci ha insegnato che le maggioranze di governo, non dovendo raccogliere altro consenso aggiuntivo ma solo quello di cui già potevano disporre, si sono organizzate per farsi leggi sartoriali, immaginando di propiziarsi risultati favorevoli, talvolta, però, perdendo lo stesso, per compimento della giustizia divina, chiamata dai filosofi “eterogenesi dei fini”.
Premio di maggioranza e astensionismo
Eterogenesi a parte, questa ipotesi normativa, che pure monda (bisogna riconoscerlo) da cospicua ipocrisia la legge precedente, togliendo i collegi uninominali – i voti presi col proporzionale si spandevano sull’uninominale e viceversa, un’ipocrisia che serviva solo a regalare qualche bandiera ai piccoli partiti coalizzati sotto il 3 per cento – lasciando tutto proporzionale, è abbastanza claudicante per il resto.
È il gioco del premio di coalizione ad apparire piuttosto generoso partendo da quella soglia del 40%, tenendo conto di due fatti: il primo è il tendenziale abbandono delle urne da quote sempre più alte di votanti (alle ultime regionali, per esempio, una regressione ulteriore ha portato intorno al 42% il numero degli elettori votanti), cosicché i vincitori, che sarebbero già rappresentativi di una minoranza degli elettori, riceverebbero in premio il 15% degli eletti. Un po’ troppo. Il secondo aspetto è dato dall’effetto maggioritario collaterale della riduzione dei parlamentari: nei numeri ridotti c’è sempre un premio nascosto a chi prende più voti. Basti vedere la maggioranza a sostegno della Meloni. Dunque: accontentiamoci.
Il nodo irrisolto delle preferenze
Ma la grande occasione che questa ipotesi di legge non vuole cogliere è quella del ripristino della scelta dal basso rubata dai capi e non più restituita: il voto di preferenza, presente nell’ordinamento elettorale a tutti i livelli, dai Comuni, alle Regioni al Parlamento europeo, tranne che alla Camera e al Senato.
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Questo è il vero vulnus che non si riesce a sanare perché chi compila le liste vuole parlamentari docili e obbedienti (la Lega in questi giorni, tanto per far capire meglio l’aria che tira, ha presentato una proposta per l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione che fa liberi gli eletti dal mandato imperativo, vecchio pallino di Grillo), e chi dovrebbe cambiare le regole siede proprio su quegli scranni gentilmente ricevuti in dono dal capo. Con buona pace del popolo sovrano.
Ci sembra di capire che neanche le opposizioni sul punto avranno voglia di impegnarsi più di tanto. Siamo ai titoli di testa, vedremo più avanti. Ma questa è l’aria che tira.


















