24 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Feb, 2026

Il giudice terzo nel cortile dei poteri – ASCOLTA

La legge

Dalle tragedie di Napoli e Rogoredo una riflessione sulla bugia come reazione del potere e sulla necessità di un giudice davvero terzo per difendere la democrazia


Ascolta l’editoriale letto da Alessandro Barbano


Il caso del bambino cui è stato trapiantato un cuore bruciato e quello del pusher algerino ucciso da un poliziotto a Milano dicono che la separazione delle carriere è un’assoluta necessità per la democrazia italiana. Voi direte: perché mai? Che c’entrano i fatti di cronaca con la riforma della giustizia? E magari penserete che il mio è l’ennesimo tentativo di strumentalizzare due tragedie per costruire un’altra delle tante fake news che segnano la campagna referendaria.

E allora voglio subito rassicurarvi: gli argomenti che qui di seguito esporrò saranno logicamente verificabili. Sono convinto che nelle due vicende che hanno catturato l’attenzione dell’opinione pubblica ci siano gli elementi per spiegare le ragioni civili, prima che giuridiche, a sostegno di un giudice separato in tutto e per tutto dal pubblico ministero.

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La bugia nella sala operatoria

Torniamo allora alla notte di Napoli, la prima in ordine di tempo. Che accade il 23 dicembre nella sala operatoria della cardiochirurgia dell’ospedale Monaldi? Al netto delle eventuali responsabilità penali di singoli medici e operatori sanitari, che saranno accertate dall’inchiesta, il dato certo di cui disponiamo è che si confeziona una bugia. Una bugia omissiva, perché si omette di raccontare alla madre del piccolo cardiopatico che gli è stato trapiantato un cuore non adatto alla vita. Ormai bruciato da una inadeguata conservazione.

La procura cercherà di accertare il movente di quella bugia. Se cioè sia servita a coprire una o più manchevolezze individuali, tra l’equipe incaricata di prelevare l’organo dall’ospedale di Bolzano e trasportarlo a Napoli e l’equipe incaricata di reimpiantarlo. Ma già possiamo dire che i medici che hanno preso in carico la vita del piccolo Domenico, in concorso morale tra loro, hanno occultato alla famiglia la verità per lungo tempo.

Rogoredo e la versione che crolla

Adesso trasferiamoci nel bosco di Rogoredo. La sera del 26 gennaio scorso il ventottenne pusher marocchino Abderrahim Mansouri viene ucciso da un colpo di pistola in testa sparato da Carmelo Cinturrino, quarantaduenne assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate. Arrestato ieri mattina con l’accusa di omicidio volontario. In prima battuta c’è la versione del poliziotto e dei quattro colleghi che erano con lui. Uno sparo da oltre venti metri di distanza per legittima difesa, dicono all’unisono. Perché Mansouri sarebbe stato armato di una pistola, ritrovata sul luogo e poi risultata a salve. «Me l’ha puntata», riferisce il poliziotto, «e allora ho sparato d’istinto».

Il suo racconto risulta subito molto convincente alle orecchie dei politici di maggioranza e del ministro Matteo Salvini, che si dice senza se e senza ma dalla parte dell’agente e invoca a gran voce uno scudo penale che lo sottragga alla pena dell’indagine. Ma al magistrato inquirente la versione ufficiale appare invece poco credibile. Perché mai un pusher dovrebbe puntare una pistola giocattolo contro un agente armato di una pistola vera? Solo un aspirante suicida potrebbe agire così sconsideratamente.

E infatti gli interrogatori della procura smontano pezzo dopo pezzo la versione del poliziotto e dei quattro colleghi, per i quali oggi si formula un’accusa di favoreggiamento. L’indagine ipotizzerà che il pusher fosse disarmato. Che un collega dell’agente si sarebbe recato in commissariato per reperire la pistola giocattolo fatta trovare sul luogo della tragedia. Solo al suo rientro, dopo 23 minuti, sarebbero stati chiamati i soccorsi. Da ultimo, il pusher sarebbe stato ricattato dal poliziotto e costretto a pagargli droga e pizzo in denaro.

Anche in questo caso ci guardiamo bene dal dare per scontata la responsabilità penale degli agenti, limitandoci a rilevare quanto, allo stato dei fatti, pare accertato con ampia probabilità: nel bosco di Rogoredo i poliziotti hanno confezionato una bugia. Non solo lo ha fatto colui che ha sparato e che forse ha pensato, mentendo, di coprire la sua responsabilità, ma anche coloro che nelle prime ore gli hanno fatto da scudo, accreditando la sua versione.

La reazione corporativa

Che vuol dire? Vuol dire che a Napoli come a Milano accade qualcosa di simile, o quantomeno qualcosa di logicamente rappresentabile allo stesso modo, sia pure nella evidente diversità di ruoli. In ospedale si lotta per salvare una vita, nel bosco di Rogoredo si svolge un controllo antidroga. Ma in un caso e nell’altro si racconta una bugia. L’esperienza di tanti casi simili ci insegna che, di fronte a una tragedia imprevista che può chiamare in causa la responsabilità di un soggetto nell’esercizio di un pubblico potere, la burocrazia in cui il soggetto è inserito spesso sviluppa reazioni di tipo corporativo, dirette a coprire la sua responsabilità, con l’effetto di occultare la verità dei fatti.

Non necessariamente si tratta di complicità in senso penale. In molti casi prevalgono la paura di essere trascinati in una responsabilità di altri, un malinteso senso di difesa dell’istituzione che si rappresenta, il bisogno di giustificare il soggetto agente in nome di una colleganza vissuta in forma subalterna e dipendente. Così tra la vita di un singolo e la potestà dei pubblici poteri, che la prendono in carico, si interpone una bugia nel racconto di ciò che è accaduto.

Il cortile della democrazia

Ora provate a dare a questo rapporto tra singolo e poteri una sua configurazione fisica. Che cos’è lo spazio simbolico che sta tra il piccolo Domenico e i suoi chirurghi e tra il pusher e i poliziotti? Immaginatelo come un’intercapedine tra l’individuo e lo Stato. Quell’intercapedine è la misura di una democrazia. O, se preferite una rappresentazione più familiare, pensatelo come un cortile, dove un giorno accada l’impensabile. Una tragedia, o magari un delitto. Più quel cortile è angusto, impenetrabile, e più la democrazia somiglia a un regime. Più è trasparente, visitabile, e più la democrazia è matura, aperta, contendibile.

La torcia della terzietà

Se possiamo convenire su questo, il problema che segue è il seguente: che cosa allarga e illumina quello spazio? Se i poliziotti di Rogoredo avessero disposto di uno scudo, per il quale la relazione da loro sottoscritta avesse fatto fede fino a prova contraria, il rischio che la loro versione falsa dei fatti s’imponesse sulla verità sarebbe stato altissimo. Come dimostrano le bugie raccontate di primo acchito dai colleghi dell’agente.

Ma se anche la sua versione fosse stata verificata dai propri superiori gerarchici, il rischio di una copertura difensiva avrebbe potuto condurre allo stesso esito. Come drammaticamente dimostra quanto accadde nella vicenda di Stefano Cucchi: i carabinieri che lo picchiarono, provocandone la morte. Furono coperti dalla scala gerarchica dell’Arma fino ai più alti livelli, a dimostrazione di come, nella burocrazia scossa da una tragedia imprevista, la reazione corporativa tende a svilupparsi non solo in orizzontale ma anche in verticale.

C’è un solo modo per illuminare e arieggiare quel cortile dove la democrazia rischia di naufragare in una bugia: far entrare qualcuno con una torcia, per poi aprire le finestre esposte alla luce e rendere visibile a tutti ciò che accade all’interno. Può riuscirci solo chi non faccia parte di nessuna delle case e delle finestre che sul cortile affacciano. E non abbia alcuna preoccupazione di lavare i panni sporchi al riparo da occhi indiscreti. La qualità essenziale di costui è la terzietà. Essere terzo vuol dire non solo essere equidistante tra le parti in conflitto, ma soprattutto essere indifferente rispetto a ciò che accadrà quando la luce pervaderà tutto il cortile. In ogni situazione in cui la libertà o la vita del singolo viene a contatto con la potestà dei pubblici poteri, la garanzia democratica è che questo rapporto sia esplorabile da un soggetto autenticamente terzo.

Il referendum e la custodia cautelare

Ora proviamo a portare queste considerazioni nel dibattito che si è aperto attorno al voto referendario del 22 e 23 marzo. C’è un momento in cui la libertà del singolo viene in rapporto con la potestà autoritativa dei pubblici poteri. Accade per esempio quando, al termine di un’indagine condotta in segretezza, il pubblico ministero chiede al gip l’emissione di un provvedimento di custodia cautelare per l’indagato, cioè l’autorizzazione ad arrestarlo.

Immaginatelo questo assemblaggio di diversi atti d’indagine, talvolta lunghi mesi, che si apre nelle mani del gip, chiamato a decidere se accordare o no l’arresto. Quel faldone altro non è che lo spazio simbolico, l’intercapedine che sta tra la libertà dell’individuo ignaro di tutto e il potere dello Stato che si propone di mettergli le manette ai polsi per condurlo in carcere.

Dobbiamo anzitutto riconoscere che si tratta di un rapporto impari. Perché, a dispetto della parità d’armi tra accusa e difesa, proclamata dal principio del giusto processo, c’è un momento in cui lo Stato, cioè il pm che indaga, sa tutto ciò che ritiene di dover sapere per richiedere gli arresti, e il cittadino non sa nulla di ciò che deve sapere per difendersi.

Vuol dire che c’è un momento dell’indagine in cui quell’intercapedine che è, come ricordiamo, la misura della democrazia, somiglia a un pertugio strettissimo in cui il cittadino non può entrare. Ci entra per suo conto il gip. Per suo conto perché questo magistrato terzo dovrebbe incarnare tanto l’interesse a indagare, quanto quello a proteggere l’innocente. Il quale si trova in una posizione di evidente disparità rispetto a chi lo indaga.

Non solo perché non ha ancora un avvocato, ma perché è del tutto ignaro, per ovvi motivi di segretezza dell’indagine, di ciò che accade attorno a lui. Non ha in quel momento altra garanzia che non sia quella del giudice. Che apre in solitudine il faldone di carte consegnategli dal pubblico ministero e legge, valuta, dubita, e alla fine decide.

La diffidenza come metodo

Ma quali strumenti ha, in concreto, questo magistrato? Si trova tra le mani un testo di pagine e pagine, in cui si esprime una tesi articolata, costruita su decine di atti istruttori compiuti da decine di agenti di polizia giudiziaria e collegati tra loro dai ragionamenti del pubblico ministero che, mirando a ottenere il sì all’arresto, portano a sostegno di questo obiettivo fatti e deduzioni al fine di persuadere il giudice. La torcia con cui far luce in questa strettissima intercapedine costruita dal pm è la capacità di discernimento.

Che sarà tanto più ampia quanto più il giudice è distante culturalmente e psicologicamente dal primo, fino al punto di diffidare di ciò che il pm sostiene. La diffidenza come metodo è un attributo della terzietà del gip. Ed è la vera garanzia di processo giusto. Ma la diffidenza è nemica della colleganza, della contiguità di relazioni, dell’appartenenza a una stessa famiglia, a una stessa organizzazione ordinamentale, a una stessa cultura. Se nel nostro Paese le richieste di custodia cautelare del pubblico ministero vengono accolte dal gip in una percentuale di casi che supera il 90 per cento, vuol dire che la garanzia della diffidenza non c’è.

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La separazione come scelta culturale

Ecco perché la separazione delle carriere è anzitutto un risultato culturale, di cui la riforma è il presupposto essenziale. In questo senso il processo penale si avvicina ai tanti casi della vita in cui la libertà dei singoli entra in rapporto con la forza autoritativa di un potere. Democrazia è terzietà autentica nella valutazione di questo rapporto. Che sia un trapianto di cuore andato male, una sparatoria tra guardie e ladri, o un braccio di ferro tra inquirente e indagato.

Per lo stesso motivo non si può promuovere e sostenere la riforma della giustizia e contemporaneamente invocare uno scudo penale per le forze dell’ordine. Ma questa è un’altra storia…oli entra in rapporto con la forza autoritativa di un potere: democrazia è terzietà autentica nella valutazione di questo rapporto. Che sia un trapianto di cuore andato male, una sparatoria tra guardie e ladri, o un braccio di ferro tra inquirente e indagato.

Per lo stesso motivo non si può promuovere e sostenere la riforma della giustizia e contemporaneamente invocare uno scudo penale per le forze dell’ordine. Ma questa è un’altra storia…

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