Da poco è stata approvata quasi all’unanimità la riforma del regolamento della Camera dei deputati
Diciamo la verità: non è una stagione eroica per i Parlamenti nelle liberaldemocrazie contemporanee. La concatenazione della rimozione di ogni spinta ideologica, la liquefazione della forma-partito democratica, la retrocessione del pensiero politico sostituito dal grugnito degli odiatori digitali, e l’avvento di leggi elettorali che aiutano il disimpegno dei cittadini dalle urne, sono tutte concause della crisi del parlamentarismo, ragioni efficienti che concorrono a rendere le assemblee parlamentari più docili e più lontane dai popoli sovrani. Ovviamente c’è chi sta peggio e un’occhiatina all’altra parte dell’Atlantico ci può dare un’idea. Ma la cosa non consola, anche perché è come uno tsunami che allaga anche l’Europa.
Il provvedimento
Per questo può passare come un gesto controcorrente l’approvazione, fresca di voto quasi unanime (con l’astensione dei Cinque Stelle), della riforma del regolamento della Camera dei deputati. Perché ne parliamo? Perché stiamo considerando un ordinamento giuridico che va dritto al cuore delle istituzioni, perché è da qui che sgorga la legge che regola la nostra convivenza civile, l’orizzonte programmatico su cui scorre l’azione di governo, l’azione di controllo dello stesso Esecutivo.
La riforma del 2026, la terza tra le riforme d’impianto dopo quelle del 1971 e del 1997, prova a mettere un punto ad un lavoro impegnativo avviato fin dalla 17esima legislatura, più di un decennio fa.
È una riforma che tocca quasi la metà delle norme che compongono il regolamento della Camera, snellendo alcuni arcaismi e mettendo mano alle procedure che governano le Commissioni e i Gruppi, oltre che al rafforzamento dei meccanismi valutativi dell’impatto delle politiche del governo. L’anacronismo abolito è quello dell’obbligo di bloccare tutti i lavori della Camera, aula e commissioni, per 24 ore in attesa del voto di fiducia, una regola che faceva pensare alle diligenze trainate da cavalli in attraversamento dello Stivale per portare deputati in viaggio dalla bassa Savoia a Roma dopo il 1870. Da tempo il Senato non aveva più in regolamento questo reperto storico.
Contro i cambi di casacca
È una riforma, questa, che si vanta di punire i cambi di casacca spuntando le unghie ai Gruppi di nuovo conio: per capirci per non incoraggiare il vannaccismo. Argomento che, come quello del taglio dei parlamentari di qualche anno, fa venire i lucciconi di felicità all’osservatore distratto. Ancora una volta, però, si colpisce l’effetto e non la causa: quando c’era il voto di preferenza il fenomeno della “transumanza” dei parlamentari era sconosciuto. Gli eletti venivano votati dal popolo e al popolo rispondevano: il confronto politico si faceva nei partiti, democraticamente, e le minoranze venivano rispettate per il peso che avevano nei congressi e i voti presi dagli elettori. Adesso, è vero, circolano anche furbetti alla ricerca di più comode collocazioni. Ma chi ha portato quei furbetti in Parlamento? Non il popolo, ma la lista bloccata.
Avremmo gradito vedere qualcosa di più a tutela delle opposizioni: siamo in attesa ancora di uno statuto dell’opposizione, auspicabilmente nella tradizione anglosassone, dove il capo della minoranza parlamentare ha un ruolo istituzionale, se non a quel livello almeno qualcosa di più robusto del poco che c’è. Peccato. Anche perché se regge la democrazia all’opposizione prima o poi ci vanno tutti.
Il codice etico
In ultimo il codice etico dei deputati. L’innovazione venne approvata dalla Giunta del Regolamento ed entrò in vigore quasi dieci anni fa in forma di sperimentazione perché non si faceva a tempo a votarla in aula prima della fine della legislatura. Per questa ragione, per esempio, non si previdero sanzioni per i deputati inadempienti rispetto alle prescrizioni del Codice, se non quelle della pubblicazione dell’eventuale inadempimento sul sito della Camera.
Oggi, sostenuti dal voto d’aula, si poteva, forse, osare di più. Il codice continuerà ad essere ancora uno strumento di soft law con pubblicazioni delle violazioni sul sito, in un tempo tutto hard. Segnaliamo al colto e all’inclito la modalità di approvazione della riforma: è richiesta la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto. Giustissimo, perché questa è la regola del gioco di tutti e non solo di una maggioranza. Perché mai, però, le leggi elettorali possono passare con la maggioranza semplice richiesta ad un qualsiasi provvedimento ordinario? Mistero inglorioso della Repubblica.


















