Un confronto serrato tra Eduardo Cicelyn e il direttore Alessandro Barbano sul senso politico della riforma sulla separazione delle carriere, tra politicizzazione, memoria storica e difesa del modello liberale del processo penale
Caro Direttore, da qualche tempo la politica italiana, soprattutto da quando governa la destra nelle sue varie forme, sembra aver smesso di litigare con l’opposizione per cominciare a litigare con la realtà. Quando la promessa di governo si presenta come totale, ogni limite appare come un ostacolo improprio. Ma la realtà non può essere accusata: allora si individua un suo rappresentante simbolico. In Italia questo ruolo, da Berlusconi in poi, è toccato alla magistratura.
Ogni volta che una sentenza non coincide con l’indirizzo politico della maggioranza, non viene interpretata come funzionamento dello Stato di diritto, ma come atto politico. Il giudice non applica la legge: parteggia. Così diventa l’opposizione perfetta: non eletta, quindi illegittima per definizione. Il rovesciamento è evidente: si accusa la magistratura di politicizzazione proprio mentre la si politicizza. Il conflitto nasce dal bisogno di spiegare perché il potere non possa dispiegarsi integralmente dentro una democrazia costituzionale.
Separazione delle carriere e conflitto politico
La separazione delle carriere si colloca dentro questo quadro. In astratto è una riforma pensabile e presente in molti ordinamenti. Tuttavia oggi non viene presentata come riequilibrio sistemico ma come risposta a un problema incarnato: i magistrati che impediscono di governare. Il cittadino non è chiamato a valutare un modello processuale ma a prendere posizione in un conflitto. Il diritto diventa sospetto perché rallenta la decisione e introduce limite e garanzia.
Da Tangentopoli in poi la politica italiana governa ma non si percepisce sovrana. Il conflitto si sposta verso l’istituzione che può fermare una decisione. Non si contesta la democrazia in sé ma i suoi intermediari: tribunali, media, autorità indipendenti. La riforma dei due Csm e della separazione delle carriere viene presentata come rafforzamento delle garanzie mentre il discorso politico denuncia le garanzie come impedimenti.
La riforma come trasformazione liberale
Caro Cicelyn,
a me pare che la sua analisi cada nello stesso errore che imputa alla maggioranza di centrodestra, quella di ridefinire la realtà in forma soggettiva. Ma la realtà è una riforma che ridisegna la geografia ordinamentale della magistratura in un modo che nulla ha a che fare con i desideri, le frustrazioni e le pretese di una parte della maggioranza. La riforma attiva una trasformazione in senso liberale del sistema giustizia, e per questo merita di essere approvata.
Lo stesso errore lei commette, secondo me, in sede di analisi storica: la magistratura non è ideologica perché così la ridefinisce il centrodestra, nella sua incapacità di accettare il limite e il controllo. La magistratura è ideologica da Mani Pulite in poi perché si autoassegna, e in parte riceve in delega dalla politica, supplenze e obiettivi di natura politica e morale, che nulla hanno a che vedere con l’esercizio di un’azione penale liberale. Questa riforma è ciò che è scritto nel disegno di legge costituzionale: una garanzia per il cittadino.
Referendum e clima politico
Caro Direttore,
secondo me lei commette l’errore di pensare le norme in astratto. La decisione che tocca a noi col voto ha un carattere politico, che non può essere ignorato. Se chi governa ha approvato a scatola chiusa una riforma costituzionale e la propone all’approvazione referendaria mentre non perde occasione per attaccare le sentenze dei giudici politicizzati, guarda caso sempre di sinistra, io non posso dare il mio consenso.
Stanno orchestrando una specie di resa dei conti con la magistratura per avere mano libera su politiche securitarie e immigratorie sul modello trumpiano in salsa romanesca. Penso che tutti i giudici hanno diritto a opinioni politiche. Vanno giudicati sulle sentenze e non sulle opinioni. Che c’entra tutto questo can can contro i giudici, mentre dovremmo decidere nelle urne di qualcosa che nulla ha a che fare con immigrazione, infrastrutture, antagonisti? Questo é il mio punto di vista sul referendum.
Politicizzazione e precedenti storici
Caro Cicelyn,
anche su questo mi tocca riportarla alla realtà. Forse le proteste dei politici di centrodestra contro la Corte dei Conti e contro i giudici hanno portato a un sovvertimento dei procedimenti penali? No, hanno semplicemente disvelato sul piano mediatico quella componente totalitaria che appartiene, in forma inconscia, a tutte le forze populiste di destra e di sinistra.
Le ricordo che nel 2006 il governo Berlusconi fece approvare una legge sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado, contestata come provvedimento ad personam e poi abrogata dalla Corte Costituzionale. In questi vent’anni quanti cittadini innocenti hanno dovuto subire un calvario giudiziario lungo sette, dieci, quindici anni? Anche in quella circostanza prevalse una lettura politica che si impone su una democrazia immatura.
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È vero che il referendum non toglie nulla alla tentazione di supplenza della magistratura inquirente, il referendum però immunizza chi giudica, che è la garanzia ultima del cittadino, dal rischio di fare propria la logica di risultato dell’azione penale. Ed è un primo passo per riportare in primo piano la protezione dell’innocente, secondo un principio del processo penale liberale.




















