Trump convoca un Board per la pace a Gaza che è insostenibile sia sotto il profilo morale che sotto quello giuridico. Ma l’Ue che alternative propone?
La lettera «G» dell’articolo 3.1 della Carta (non delle Nazioni Unite, ma del Board of Peace) specifica: «Gli Stati membri possono scegliere di farsi rappresentare da un funzionario supplente di alto rango a tutte le riunioni, previa approvazione del Presidente». Vale a dire: prima ancora di discutere, qui da noi, se vai tu o vado io, si sarà dovuto chiedere a Donald Trump se un Tajani, eventualmente, gli stesse bene.
È sufficiente questo piccolo dettaglio statutario per farsi un’idea di cosa sia questo Board. Di cui si è membri a pieno titolo solo se si sgancia un miliardo di dollari, altrimenti il rinnovo della permanenza in seno al Board è sospeso al benvolere di Trump. In cui, invece, Trump è Presidente finché lo decide lui, e dicasi lui Trump, non il Presidente degli USA in carica.
Tutto a sua discrezione
In cui l’eventuale successione (dopo tutto: può stufarsi) dipende, pure quella, solo ed esclusivamente da Trump medesimo. E in cui spetta sempre e solo a Trump la formazione dell’Esecutivo, e anche in questo caso il rinnovo è a sua completa discrezione. In cui, in cui, in cui: immagino la felicità degli internazionalisti dinanzi a simili prelibatezze. Loro, per la verità, sono abituati a far buon viso a cattivo gioco, e a dare tutto lo spazio possibile a quel principio di effettività che di tutti i principi del diritto è sicuramente il più indigesto, e il meno nobile, perché dice grosso modo che quel che c’è c’è e bisogna prenderne atto. Oppure: che cosa fatta capo ha. D’altronde, cos’altro c’è, in campo?
Chi altri, in questo momento, si sta occupando di Gaza, di un possibile percorso di pace, che vada oltre la cessazione ancora solo temporanea delle ostilità?
Ue non pervenuta
A maggio dello scorso anno, il Consiglio dell’Unione Europea ha nominato tale Cristophe Bigot nuovo rappresentante speciale dell’UE per il processo di pace in Medio Oriente, con l’obiettivo di conseguire una pace «giusta, duratura e globale». Ora, Manzoni permettendo: «Bigot, chi era costui?». Anche a me, come a don Abbondio, viene da ruminare intorno a un nome di cui non trovo traccia nelle cronache di questi giorni. Il vero talento diplomatico richiede silenzio, discrezione, riservatezza, ma forse Bigot ne usa fin troppa. O forse no: sui social, in realtà, il nostro Bigot è presente, e non manca di informarci dei suoi incontri.
Qualche giorno fa, per esempio, ha incontrato Tony Blair (che nel Board di Trump ci sta da dio, facendo pienamente parte dell’Esecutivo), per garantire il contributo dell’UE all’attuazione della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quella che approva il «Comprehensive Plan» di Trump e, insieme, «la storica Dichiarazione Trump per una Pace e Prosperità Durature» dello scorso ottobre. Il che vuol dire che siamo sempre lì, all’iniziativa americana, alla quale l’UE non può che accodarsi.
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L’obbrobrio giuridico e l’opportunità politica
Facciamola finita: il Board of Peace è moralmente obbrobrioso e giuridicamente indifendibile. È un cazzotto nello stomaco per chiunque immagini che la prima condizione di qualunque processo di pace in qualunque angolo del mondo deve essere il coinvolgimento degli attori impegnati nel conflitto (anche solo, verrebbe voglia di aggiungere, in veste di osservatori, visto che noi italiani ci siamo cuciti addosso questa veste, non potendo aderire pienamente alla creatura partorita dal genio politico-affaristico di Donald Trump).
Ma politicamente? La politica non sarebbe quell’arte grande e terribile che è, se non mettesse a volte dinanzi a dilemmi tragici. Intorno al tavolo allestito dal presidente americano siedono quelli che, per ragioni di forza militare, di rilevanza strategica, di peso economico e finanziario, possono favorire effettivamente una pace.
Non parliamo di paesi campioni di democrazia o di diritti umani, ma sono paesi con cui comunque l’Occidente e l’Europa intrattengono (e non possono non intrattenere) rapporti, anche se quei rapporti non si annodano attorno al Board di Trump. E non parliamo nemmeno di una pace globale, duratura e soprattutto giusta, com’è negli obiettivi dell’Unione Europea a cui il buon Bigot indefessamente lavora, ma purtuttavia parliamo di qualcosa che almeno somiglia a una pace.
La necessità e la giustizia
Dopodiché, è vero: non ogni accordo può essere firmato a qualunque prezzo. Ma bisogna sapere che anche non firmarlo ha un prezzo, per quanto tragico e doloroso sia doverlo riconoscere. È dai tempi di Platone che si pone la domanda: «quando la necessità divorzia dalla verità o dalla giustizia, a cosa bisogna tener dietro?», e la politica consiste, al suo meglio, nell’assunzione della responsabilità che va esercitata nel misurarsi con una simile domanda, trovando il più onorevole punto di mediazione.
Poi, certo, c’è un côté di politica interna, la partita che la maggioranza di centrodestra in Italia – sempre più di destra, sempre meno di centro – gioca su diversi terreni, una partita che il rapporto con Trump contribuisce a definire: giustizia e sicurezza, diritti e questioni di genere, politiche verdi, politiche migratorie. Su tutti questi temi si possono cogliere a volte accenti diversi, ma anche una prossimità sostanziale.
La vera croce conficcata nel cuore del presente è però rappresentata dalla sempre più accentuata divergenza di interessi – conclamata, dichiarata – fra l’America di Trump e l’Unione Europea (o, se si vuole, fra dollaro ed euro). Spiace dirlo ma è questa la questione cruciale, molto più che le preoccupazioni per le sorti di Gaza e dei palestinesi, a pesare sull’atteggiamento delle potenze europee, e alla quale anche Meloni – vada o non vada, osservi o non osservi l’Italia i lavori del Board of Peace – deve porre mente. E attenzione, molta attenzione.



















