7 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Feb, 2026

Ma la Meloni la riforma la vuole davvero?

La premier Giorgia Meloni

Il modo in cui la maggioranza sta comunicando la riforma della giustizia rischia di rivelarsi un clamoroso autogol


Viene da chiedersi se questa riforma della giustizia il governo la voglia per davvero, tanti e gravi sono i suoi errori di comunicazione. L’ultimo in ordine di tempo quello di Giorgia Meloni, che l’altra sera in un video è tornata ad attaccare «la magistratura politicizzata», contestando la sentenza che risarcisce un clandestino algerino per l’indebito trasferimento nel centro albanese per i rimpatri.

Per fermare il traffico illegale di migranti il governo farebbe bene a puntare su politiche rigorose ma realistiche, anziché su misure spot di dubbia costituzionalità. E al netto di una pregiudiziale della magistratura su questo tema, che pure c’è, non è criticando le sentenze che si concima il favore popolare sulla riforma.

Anzi, in questo modo la premier non fa che confermare l’accusa, mossa dalla magistratura associata, di voler usare la separazione delle carriere per regolare i conti con la giustizia, ponendo l’azione penale sotto il controllo dell’esecutivo.

Un’accusa che, come ha correttamente scritto su queste colonne Ferdinando Adornato, è una vera e propria fake news, almeno stando al testo letterale della riforma, che fortifica anziché indebolire l’indipendenza della magistratura, tanto requirente quanto giudicante.

A cosa serve la riforma

Ma sta proprio qui il capolavoro di improntitudine del governo: convincere gli italiani di qualcosa che non è. Perché l’assoggettamento del pm alla politica non è né nel testo né nella ratio della legge costituzionale, ma forse rappresenta un desiderio inconscio di una parte della maggioranza. La quale è del tutto digiuna di autentica cultura delle garanzie.

Ha adottato un progetto legislativo pensato da altri, le Camere Penali per l’esattezza, presentandolo come proprio. E senza il bagaglio giuridico e civile necessario per capirne la sostanza più profonda: che è simile a quella di un vaccino.

Perché la separazione delle carriere non serve per spuntare le armi al pm, ma per immunizzare il giudice dal virus della logica di risultato, che ha infiltrato l’intero sistema e che mette in pericolo la libertà del cittadino innocente.

La logica di risultato persegue la lotta alla criminalità, il controllo di legalità e moralità sulla classe dirigente del Paese, l’espansione dei diritti individuali. Sono obiettivi astrattamente lodevoli, ma portano con sé il rischio di far perdere, a chi giudica, il ragionevole dubbio, che è la garanzia ultima per un innocente finito, suo malgrado, al centro di un’indagine.

La comunicazione sbagliata del governo


Anziché chiarire ai cittadini questi concetti controintuitivi, cioè non comprensibili con il mero buon senso, il governo non perde occasione per lasciare intendere che, con la riforma della giustizia, la farà pagare alle toghe politicizzate. Lo ha fatto la premier. Ma prima di lei lo ha fatto il guardasigilli, Carlo Nordio, quando ha accusato il Csm di logiche paramafiose, giustificandosi col fatto che le stesse parole aveva usato qualche tempo fa uno dei magistrati politicamente più esposti, Nino Di Matteo.

Ma Di Matteo non ha fatto approvare una riforma della giustizia storica, in un Paese immobile da almeno quarant’anni, dove le corporazioni frenano ogni impegno trasformativo. Di Matteo non ha l’obiettivo di vincere il referendum per tenersi la toga sulle spalle. Nordio sì, se vuole difendere le ragioni del suo soggiorno romano a via Arenula.

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E poi magari si stupiscono, Meloni, Nordio e i loro colleghi di maggioranza, se a un mese dal referendum il capo dello Stato interviene, contro ogni consuetudine, in una seduta ordinaria del Csm, per diffidare la politica dal minacciare l’autonomia dell’organo di rilevanza costituzionale che lui stesso formalmente presiede. Certo, Mattarella non ha battuto ciglio di fronte alle deliranti esternazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che dividono gli elettori del referendum tra gli onesti votanti del No e i criminali e massoni apostoli del Sì. Certo, il Quirinale è stato in questo lunghissimo decennio il garante distratto di un corporativismo magistratuale che ha tradotto uno scandalo, quello del caso Palamara, in un cambio di regime, rimettendo temporaneamente ai vertici del Csm e della magistratura le stesse toghe politicizzate a sinistra contro cui si danna la premier.

Il tic del perdente

Ma l’intervento del capo dello Stato ieri al Csm è stato formalmente ineccepibile, e forse anche necessario, di fronte all’aggressività fuori controllo del governo. Non a caso la maggioranza ha dovuto ingoiarlo come una medicina amara e l’opposizione lo ha cavalcato e benedetto come una manna dal cielo. Perché il monito del Quirinale mostra in controluce il deficit di cultura politica del centrodestra, nel distinguere un confronto elettorale da un referendum, dove si vince con quel 51 per cento che quasi mai, in una democrazia liberale, è patrimonio esclusivo di un solo leader. Perciò è necessario persuadere e aggregare, invece che dividere giocando a fare l’opposizione al regime dalle stanze di Palazzo Chigi.

Piuttosto che insistere in «quel tono così frequentemente aggressivo e spesso sarcastico del suo parlare, in cui – scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera – sembra di sentire echeggiare ancora quell’antico risentimento amaro degli esclusi e l’aspro desiderio di recriminare che gli fa seguito», Giorgia Meloni farebbe bene a riflettere. In questo mese che ci separa dal voto, quale altro schema di gioco, oltre a quello contrappositivo che le riesce più naturale, dovrebbe essere in dotazione a una leader che punti a costruire un ciclo e a stabilizzare un’egemonia?

La tentazione di giocare da solo contro tutti e poi recriminare è il tic del miglior perdente. Lo stesso che, prima di Meloni, aveva ubriacato Matteo Renzi, forte del suo olimpionico tetto di consensi sfondato nelle Europee del 2014. Poi sappiamo al referendum cosa ne ha fatto, il fiorentino, di quel meraviglioso 40 per cento…

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