Per raccontare Sgarbi servirebbe un’agiografia laica, l’elogio di una vita e di una vecchiaia vissuta senza voler aver ragione
Per raccontare la vecchiaia precoce e incasinata di Vittorio Sgarbi si dovrebbe scrivere e mandare subito in stampa un’agiografia laica – in copertina la sua effigie con aureola leggermente fuori asse e la cornice un po’ scheggiata. Non sarebbe una santificazione, ma una forma di ritratto abbastanza devoto e ironico da registrare le malattie, le cadute giudiziarie e le assoluzioni come elementi di un’unica scena esistenziale: quella di un uomo che non si ritirerà mai dal teatro della propria vita. Non il santo dei calendari, ma il patrono delle intemperanze e delle sopravvivenze, una figura che non redime e non consola, ma che continua a disturbare e far parlar di sé anche quando in molti vorrebbero archiviarla senza fare altro rumore.
La notizia da Reggio Emilia dell’assoluzione dall’accusa di riciclaggio – nel procedimento per il caso del quadro di Rutilio Manetti, La cattura di San Pietro, con formula «per insufficienza di prove» e con l’ulteriore precisazione che il fatto non costituisce reato – si inserisce perfettamente nella narrazione della sua nuova condizione esistenziale desiderata e sfoggiata. Sgarbi non ha vissuto la propria età più recente come una fase di sottrazione, ma come una zona di esposizione continua: gli anni che passano, la malattia dichiarata, le dimissioni da sottosegretario, il processo mediatico, quello penale, infine l’assoluzione.
L’ineleganza nascosta
Tutto è accaduto in diretta, tutto continua ad accadere davanti a un pubblico che assiste non a un ritiro, ma a una persistenza. A cominciare dalla vecchiaia, questa sua strana vecchiaia, che non si è seduta in panchina a dare consigli ai passanti, che non ha voluto dire “ai miei tempi”, gridando semmai “anche adesso”, con una certa ostinazione fisica e metafisica. Una vecchiaia che non è diventata saggia, una vecchiaia che continua a inciampare nei propri resti, che si accanisce, che insiste. In un Paese che trasforma ogni ruga in una colpa e ogni acciacco in una pratica amministrativa, lui è invecchiato di colpo in diretta, senza filtri, senza perizie legali, senza la pretesa di spiegare chi ha ragione e chi ha torto. E poi la malattia che non è mai elegante e dunque non molto italiana: anche quella Sgarbi ha voluto viverla tutta d’un colpo, senza trucchi e senza belletti. L’Italia ama la salute ostentata, la forma fisica come dovere civico, il sorriso da spot ministeriale.
La malattia vera, quella che ti rallenta, ti confonde, ti spegne a intermittenza, non piace a nessuno. Men che meno quando colpisce chi ha fatto del corpo una macchina da guerra verbale. Il personaggio Sgarbi malato è un corto circuito mediatico: è stato come vedere un trombettista senza fiato, un maratoneta seduto. Siamo abituati a raccontare la malattia come una narrazione edificante, con un prima e un dopo, una lezione finale, un messaggio di speranza. Qui no. Qui la malattia non ha purificato e non ha redento. Ha reso solo più visibile ciò che già c’era: l’eccesso, la stanchezza, l’insofferenza. Ed è forse questa la sua verità più sincera. La malattia non ti cambia: ti scopre. L’elogio della vecchiaia e della malattia esibite da Sgarbi è anche una lode per chi ha il coraggio del cattivo esempio.
L’aureola fuori asse
Ora, chiusa finalmente la vicenda giudiziaria, sarebbe giusto smetterla anche con la narrazione dell’accudimento come destino obbligato. E con l’idea che ogni fragilità debba essere immediatamente sequestrata dall’amore iperattivo, dalla cura che diventa controllo, dalla protezione che scivola nella persecuzione affettiva. Senza fare processi a nessuno – perché i legami familiari sono sempre opachi e imperfetti – sarà legittimo dire che non tutto l’aiuto aiuta. Che a volte l’eccesso di presenza è solo un altro modo di negare l’autonomia. Anche quella che resiste male, anche quella che sbaglia. Non tutto ciò che è fragile deve essere immediatamente messo sotto tutela.
Non tutto ciò che vacilla deve essere immobilizzato per sicurezza. E Sgarbi, nel suo modo caotico, continua a ricordarci che l’autonomia non dovrebbe essere solo un premio per i sani, ma un diritto anche dei fragili. Certo, la vecchiaia di Sgarbi non è esemplare e l’assoluzione a Reggio Emilia non rimette in ordine la storia: aggiunge solo un capitolo. Non restituisce una morale: ribadisce l’irriducibilità del personaggio. In una stagione della vita che di solito invita alla sottrazione, Sgarbi continua a scvivolare nell’eccesso. Anche quando l’eccesso è stanchezza. Anche quando è esposizione involontaria. Perciò l’agiografia, a questo punto, si impone di forza. Un’agiografia senza incenso. Un’agiografia laica, ironica, con il santo che bestemmia e l’aureola leggermente fuori asse. Sgarbi non diventerà mai un esempio. Non sarà mai un modello per nessuno.
La dissonanza costanza
Sgarbi è una figura esistenziale da incorniciare. Una figura che resiste non perché sia forte, ma perché irriducibile. Resiste perché non sa diventare altro da sé. Perché non ha mai imparato l’arte del ritiro strategico. Perché l’idea di una fine composta gli è sempre sembrata sospetta, quasi volgare. La sua resistenza non è epica. È una resistenza stanca, contraddittoria, spesso fastidiosa. Ma è reale. E in un’epoca che ama le narrazioni pulite, i percorsi di guarigione, le curve emotive ben disegnate, questa resistenza dissonante ha un valore politico, anche se involontario. Dice che non tutto si risolve. Che non tutto si aggiusta. Che non tutto deve funzionare per forza. Sgarbi, vecchio, malato, depresso, giudicato, assolto e alla fine ancora e sempre esposto, diventa così una specie di monumento instabile.
Continua a parlare, anche quando sarebbe più semplice tacere. Continua a restare, anche quando il mondo intorno suggerirebbe il congedo. Il personaggio Sgarbi si è sistemato lì, un po’ più in alto, per metterci a disagio. E per ricordarci che la vita, come certe opere d’arte contemporanea, non si mostra per rassicurarci, ma per farci riconoscere dentro le contraddizioni e gli eccessi la tenacia di un’autentica presenza. Inutile pensare di poterla condannare o assolvere in senso morale, va compresa cosi come è. Perché ogni vita che resiste alla propria semplificazione, nel bene e nel male, racconta qualcosa della condizione umana. La condizione umana, per definizione, non è mai ordinata. Non è mai definitiva. È, semplicemente, in corso.


















