Comunque la si vuol guardare, il referendum sarà una prova decisiva sia per la maggioranza che per l’opposizione. Ma rischiamo di perdere tutti
Se mai c’è stata l’idea che il referendum sulla riforma della giustizia potesse essere “sterilizzato”, confinato a una disputa tecnica, sottratto alla dinamica politica generale, ebbene questa illusione ormai possiamo dire che sia evaporata del tutto. Non sarà così. Non può essere così.
La polarizzazione del dibattito
Quando una riforma che tocca l’architettura dei poteri – separazione delle carriere, responsabilità dei magistrati, ridefinizione del Csm – viene sottoposta al giudizio popolare con un tale agonismo politico, una così deliberata polarizzazione, da far passare in secondo piano il suo stesso contenuto, il voto non può restare neutro. Diventa inevitabilmente una conta. E in una conta nessuno resta al riparo.
Per il governo Meloni il nodo è venuto al pettine. Per mesi ha coltivato la convinzione che l’esito del referendum non avrebbe inciso sulla sua tenuta. Che si trattasse di una battaglia “di principio”, quasi culturale, sganciata dalla sorte dell’esecutivo. Ma se il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovesse uscire sconfitto su questa riforma attesa da quarant’anni, l’impatto politico sarebbe inevitabile. Non significherebbe caduta automatica del governo, forse, ma un suo indebolimento sì. E alla vigilia di una stagione che porterà verso il voto del 2027, una riforma identitaria respinta dal corpo elettorale sarebbe un colpo che non si archivia facilmente.
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Ma sarebbe un errore anche leggere questa sfida come un rischio unilaterale. Certo, in un referendum che si vince con una maggioranza semplice, chi propone una riforma parte strutturalmente svantaggiato, poiché deve convincere il 50% più uno degli italiani, e non basteranno i propri elettori, poiché in Italia né il centrodestra né il centrosinistra hanno il 50% più uno, ma si dovrà puntare a coinvolgere anche quella fascia moderata, liberale, non ideologica che non si riconosce né nella destra né nella sinistra. Fin qui, però, il dibattito è rimasto incardinato dentro una contrapposizione: governo contro magistratura, sinistra contro destra. È una lettura che mobilita gli elettori di stretta osservanza. Nordio parla da magistrato che critica il sistema dall’interno. È una posizione che gli conferisce autorevolezza tecnica, ma lo rende molto divisivo.
I rischi per l’opposizione
Anche l’opposizione, però, si muove su un terreno scivoloso. Elly Schlein ha scelto una linea di sostanziale allineamento con le posizioni dell’Associazione nazionale magistrati, sposando una difesa compatta dell’attuale assetto. Ma questa scelta ha già prodotto fratture interne al Partito Democratico, e se il referendum dovesse confermare la riforma, per Schlein si aprirebbe un problema politico serio. Il PD ha già attraversato una stagione referendaria divisiva sul Jobs Act, che ha riaperto fratture storiche tra cultura riformista e cultura sindacale. Una nuova sconfitta su un tema strutturale della giustizia renderebbe evidente la difficoltà di intercettare una domanda di riforma che attraversa anche l’elettorato progressista.
La magistratura
E poi c’è la magistratura associata. L’Anm ha scelto di scendere nell’agone con un protagonismo che molti giudicano necessario, altri imprudente. Certo è che quando un organismo di rappresentanza utilizza perfino quote associative per una mobilitazione politica, il confine tra difesa dell’indipendenza e trasformazione in soggetto politico si assottiglia. Il rischio, qui, è più profondo e consiste nella perdita di percezione di terzietà. Se l’Anm viene percepita come un partito, infatti, la credibilità complessiva della magistratura subisce un’erosione. E una eventuale sconfitta referendaria amplificherebbe questo effetto.
Dunque tutti stanno giocando una partita ad alto rischio, ma se il governo – che è il soggetto più esposto – vuole davvero convincere quell’Italia moderata, liberale, non ideologica, deve cambiare registro.
Serve che la presidente del Consiglio nelle prossime settimane scenda in campo direttamente e abbandoni la retorica dello scontro, per tradurre quella riforma in un linguaggio di persuasione civile, spiegando che questa riforma riguarda la protezione del cittadino, l’equilibrio tra accusa e difesa, il rafforzamento delle garanzie, i tempi dei processi, la responsabilità disciplinare, la qualità della giurisdizione. E che non è una resa dei conti con la magistratura. Il punto, infatti, non è «ridurre l’autonomia dei giudici», ma chiarire come si tutela il cittadino in uno Stato di diritto.
La partita decisiva
Il mese che si apre sarà decisivo. Non basterà dire che il referendum «non incide» sulla tenuta del governo. Incide eccome. Perché misura la capacità di costruire consenso oltre la propria base. E in una democrazia matura, le riforme costituzionali o para-costituzionali sono sempre qualcosa di più di una competizione aritmetica. Sono prove di maturità collettiva che dovrebbero essere prima di tutto un terreno di chiarificazione liberale, su chi tutela chi, su come si proteggono i diritti, su dove passa il confine tra autonomia e irresponsabilità.
Il rischio vero è che, invece, vinca la semplificazione. Per questo è arrivato il momento di parlare agli italiani come cittadini e non come tifosi, spiegando, convincendo, assumendosi la responsabilità di un confronto alto. A questo punto la questione, infatti, non è solo chi vincerà la conta, ma se la politica italiana è ancora capace di realizzare una riforma, e difenderla, senza trasformarla in un plebiscito su sé stessa. Perché da questa risposta dipende la qualità della nostra democrazia nei prossimi anni.




















