Il 14 febbraio del 1984 il governo Craxi varò il decreto di San Valentino, intervenendo così sul meccanismo della scala mobile. Oggi, a 42 anni di distanza, l’Italia ha bisogno dello stesso coraggio nelle riforme soprattutto su concorrenza e produttività
Il 14 febbraio del 1984 il governo guidato da Bettino Craxi scelse la strada meno facile, di certo la più impopolare, ma sicuramente necessaria. Con il cosiddetto “decreto di San Valentino” decise di intervenire sulla scala mobile, frenando l’indicizzazione automatica dei salari all’inflazione.
Una mossa per i lavoratori
Non fu una mossa “contro” i lavoratori, come parte della polemica aizzata dai massimalisti e populisti dell’epoca voleva far credere, ma una scelta “per” i lavoratori, utile non solo per dare una prospettiva di crescita e di sviluppo al Paese ma per salvare occupazione e potere d’acquisto nel medio periodo, riportando la dinamica salariale dentro una politica economica capace di ridurre l’inflazione e ricostruire competitività. Fu una decisione riformista nel merito e nel metodo, in grado di rimettere l’economia reale al centro, responsabilizzare istituzioni e corpi intermedi, saldare crescita e coesione sociale.
Il contesto attuale
Quella lezione parla con forza all’Italia dell’oggi. Se allora l’emergenza era l’inflazione galoppante, oggi, pur in presenza di dati che indicano una crescita intorno all’ 1 per cento fino al 2027 e una disoccupazione in calo al 5,8% entro l’anno venturo, molte incognite permangono all’orizzonte. Non solo dobbiamo fare i conti con una crescita anemica e incerta nelle prospettive di medio periodo, con una produttività stagnante da troppi anni e un mercato del lavoro polarizzato, ma anche con gli effetti dirompenti che si imporranno al “capitale umano” con le grandi trasformazioni derivanti dall’applicazione dei modelli di Intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro.
La lezione di Craxi
Seguitare sulla strada della conservazione, come sembrano indicare un certo mondo sindacale ancora legato a modelli superati già negli anni Ottanta del secolo scorso, piuttosto che con piccoli aggiustamenti rassicuranti, rischia di non aggredire il problema e affrontare per bene e per tempo le sfide che ci attendo. Serve invece un nuovo “San Valentino” delle riforme, capace di cambiare aspettative e incentivi, orientando la rotta verso crescita e sviluppo, perché solo così potremo avere più lavoro, meglio pagato e più qualificato. Da dove partire?
Il nodo della produttività
La prima frontiera è il lavoro che deve genera valore. Per questo non basta aumentare i trasferimenti ma bisogna aumentare la produttività oraria e la partecipazione, soprattutto femminile e giovanile. Ciò significa ridurre stabilmente il cuneo fiscale – privilegiando i redditi medio-bassi e i premi legati alla produttività – recuperando risorse anche agendo con coraggio sui tanti, troppi incentivi e detrazioni previsti dal nostro ordinamento fiscale.
La semplificazione
Serve semplificare drasticamente adempimenti e contratti e favorire e sviluppare nuove formule di contrattazione decentrata e individuale. Un approccio riformista non impone griglie uguali per tutti ma abilita soluzioni diverse in filiere e territori, purché trasparenti, monitorate e orientate alla crescita dei salari netti. In sostanza, mette al centro la persona.
Il capitale umano
In secondo luogo, bisogna affrontare il tema del capitale umano. Un’economia ad alta intensità di conoscenza richiede formazione continua, non per slogan ma per diritto esigibile e dovere condiviso. Le politiche attive devono passare da apparati amministrativi a piattaforme effettive di incontro tra domanda e offerta, con misurazione degli esiti e premi a chi forma o reinserisce davvero le persone.
La concorrenza
Vi è poi, in terzo ordine, il tema della concorrenza. Non è e non può essere un totem ideologico ma resta, nonostante tutto, l’unica via concreta per far salire i salari senza spingere l’inflazione. Dove i mercati sono contendibili, l’innovazione accelera, gli investimenti si muovono, la produttività sale e con essa le retribuzioni. Servono regole semplici e certe per aprire i mercati – e una grande riflessione dovrebbe farla l’Europa sulle regole del mercato unico -, accelerare autorizzazioni, attrarre capitali, garantire neutralità tecnologica. Non si tratta di “privatizzare” beni comuni, di creare monopoli privati come fatto negli anni Novanta, ma di governare con serietà l’interesse pubblico.
La politica dei redditi
Infine, serve una politica dei redditi moderna. Così come il decreto di San Valentino ricondusse la dinamica salariale entro un quadro coerente di disinflazione competitiva, oggi serve un patto credibile che saldi moderazione fiscale, produttività, investimenti in tecnologia e formazione, contratti e rinnovi contrattuali rapidi e orientati alla qualità del lavoro. La leva decisiva resta far crescere la produttività e legare una quota crescente di retribuzione a risultati misurabili, sicurezza e upskilling. È una via esigente, ma è l’unica che rende sostenibili salari più alti senza scaricarne il costo sui prezzi o sul debito.
Sono scelte di libertà. E la libertà, anche in economia, non è mai il contrario della giustizia sociale ma ne è presupposto e condizione.
Il riformismo
Riformismo significa scegliere, non rinviare. A San Valentino del 1984 l’Italia scelse di non farsi trascinare dall’inerzia. Oggi è chiamata a farlo di nuovo liberando il lavoro dal peso di tasse e burocrazia, liberando le imprese da barriere inutili, liberando le persone dalla paura del futuro. E il coraggio delle scelte, quando è fondato su responsabilità e visione, può dividere sul momento ma diventa nella pratica un motore di crescita e opportunità.

















