La chiacchiera da talk show fa passare in secondo piano la ricerca della verità, e la politica si impossessa di ogni ambito
Forse siamo nel campo delle prediche inutili. Forse dobbiamo rassegnarci al trionfo dei demagoghi, che Einaudi distingueva bene da politici tecnici e filosofi per l’irresponsabilità messa nell’uso delle parole. O dobbiamo consegnarci senza opporre resistenza al trionfo della post-verità. Forse aveva ragione Harry Frankfurt, che sulle stronzate ci ha scritto un saggio filosofico («On Bullshit», appunto). Il problema, diceva, non sono le bugie, le menzogne vere e proprie, ma l’indifferenza nei confronti della verità, la sua irrilevanza, l’allestimento – anche democratico, anche pluralistico – del palcoscenico su cui le opinioni si esibiscono senza che più nessuno provi a costringerle a guardare ai fatti, alla verità e al merito delle cose.
Il modello di confronto dialettico autentico, che dobbiamo a Platone, prevede che i dialoganti si misurino con nulla di meno della verità. Platone la chiamava «la cosa stessa», ma va bene anche un’espressione più modesta: le cose come stanno. E all’obiezione: «Ma chi può avere la presunzione di possedere il vero?» rispondeva: nessuno, certo. Però tutti hanno il dovere di puntare ad essa.
Di quel dovere, purtroppo, non c’è quasi più traccia nei dibattiti televisivi, nell’informazione da talk show, nella fattura di inchieste sempre più mirate non alla veridicità, ma alla suggestività, nella ormai stravolta gerarchia delle notizie, nella deliberata confusione fra giornalismo e intrattenimento, nel primato ossessivo dello story-telling, nella rinuncia a qualunque missione istruttiva o formativa dei media, nello sbocconcellamento da social, nello sbriciolamento di presidi professionali, responsabilità editoriali, patrimoni di conoscenze, doti di competenze, depositi di senso e di memoria.
Il caso Petrecca
Perché sì, è vero: sto parlando del caso Petrecca, l’improbabile direttore di Rai Sport. Ma non del fatto che Petrecca non ricordasse questo o quel nome, questo o quel volto, e potesse così scambiare Matilda De Angelis per Mariah Carey, o la Presidente del CIO Kristy Coventry per la figlia del Presidente Mattarella, bensì dell’idea che deve essergli passata per la mente nel momento in cui ha deciso di stare lui davanti al microfono, che non fosse poi necessaria nessuna particolare cura o studio per affrontare la telecronaca della cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici, e che bastasse, per riempire il tempo, attingere ai più banali luoghi comuni – agli spagnoli calienti e agli arabi dai vestiti sgargianti – per sfangarla.
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E forse no, non sto parlando nemmeno di una simile sciatteria o superficialità, ma di quell’altra idea, che nella mente del direttore deve avere accompagnata questa, di poterla far facile, senza troppa preparazione, vale a dire l’idea che non sarebbe stato poi chiamato a risponderne. E non solo o non tanto perché ha le spalle coperte, come pure in passato ha dichiarato – coperte da un rapporto saldissimo con la premier Meloni – ma perché non c’è più, o si è parecchio affievolita, la domanda alla quale la faciloneria non può (non potrebbe, non dovrebbe) essere la risposta. Paolo Petrecca è il dito, ovvio, ma abbiamo ormai usato tutte le dita della mano per indicare la luna. Che non basta più dire essere la politica, la presa della politica sull’informazione e la governance lottizzata della Rai.
Le distinzioni perse
Carl Schmitt, che non faceva sconti a idealisti, liberali e anime belle varie, sosteneva che ogni ambito dell’agire umano è retto da un’antitesi specifica, che funge da criterio di distinzione e di valore. Nell’economia è la distinzione dell’utile dall’inutile; nell’estetica quella che passa fra il bello e il brutto; nella morale, fra il male e il bene; nelle scienze, fra il vero e il falso. La distinzione che dà forma al politico – la più aspra di tutte – passa fra amicizia e inimicizia. Fare politica significa capire chi è il nemico, e contrastarlo. Ebbene, si può lamentare che la logica politica abbia ormai invaso il campo dell’informazione , e che dunque si diano le notizie o si scelgano gli uomini chiamati a darle in base alla distinzione amico/nemico, e sappiamo Petrecca di chi è amico.
Il nemico ovunque
Ma foss’anche così, non si sarebbe detto tutto, anzi non si sarebbe detta la cosa più importante. E cioè che la logica del politico tanto più facilmente può penetrare altri ambiti dell’attività umana, quanto più questi hanno perduto i loro propri criteri, la loro propria bussola, quanto più hanno rinunciato a distinguere volta a volta il bello dal brutto, il bene dal male, il vero dal falso e persino il nobile dall’ignobile o il serio dal futile, come dimostra la rapidità con cui la notizia del forfait di Pucci a Sanremo ha scalato la classifica delle notizie più lette, guadagnandosi la prima pagina dei più importanti giornali nazionali.
I sistemi liberali potranno pure essere spazzati via dall’inimicizia esistenziale della politica, ma finché sono tali, finché intendono restare tali contrastando la politicizzazione di ogni ambito dell’agire umano, devono provare a mantenere ferme quelle distinzioni, e dunque, se sono giornalisti, se fanno informazione, se usano parole e immagini per raccontare il mondo, devono provare ancora a distinguere il vero dal falso, la ricerca dell’uno dalla potenza dell’altro. Diversamente, non sarà la levata di scudi contro le gaffes di Petrecca o le battute di Pucci a rimettere le cose a posto, e tutto si ridurrà a una lotta politica: oggi contro la tv meloniana, domani contro un’altra versione dello stesso male, della stessa indifferenza a ciò che tiene insieme una comunità.



















