12 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Feb, 2026

Un’Europa più liberale per sfidare Cina e Stati Uniti

Da Alden Biesen emerge l’obiettivo di una Europa più liberale. Il che vuol dire mercato unico da completare, mercato comune dei capitali e costi energetici da ridurre. Solo in questo modo per l’Unione sarà possibile sfidare Cina e Stati Uniti


Nel castello di Alden Biesen, maniero fiammingo circondato dalla quiete nordica l’Europa prova a fare una rivoluzione. Un “big bang” come dice il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Il senso della riunione informale è tutto qui. Da una parte una Cina sempre più aggressiva e industrializzata. Dall’altra gli Stati Uniti, pronti a usare politiche “coercitive”, come le definisce Bruxelles, pur di difendere la propria supremazia. In mezzo, l’Unione europea: ricca, sofisticata, ma lenta, frammentata, iper-normata.

Il monito di Draghi

Troppo per reggere la nuova competizione globale. Mario Draghi, ascoltato in mattinata, lo ha detto senza giri di parole. Le diagnosi sono note, le ricette pure. Il problema è il tempo. Dal suo rapporto sulla competitività del settembre 2024, le condizioni economiche «sono peggiorate». Insomma stiamo perdendo terreno più velocemente del previsto.

La relazione di Letta

Nel pomeriggio i Ventisette hanno ascoltato Enrico Letta, autore del rapporto sul mercato interno. I due documenti – Draghi e Letta – vengono citati come i nuovi riferimenti. Il problema, come spesso accade a Bruxelles, è la distanza tra progetti e realtà. A gennaio, secondo un’analisi ripresa da Deutsche Bank, solo il 15.1% delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto sono state pienamente realizzate. Anche contando i progressi parziali si arriva appena al 38.9%.

I passi avanti

I passi avanti si vedono dove la pressione geopolitica è più forte: difesa e industria militare, finanziati anche con emissioni di debito europeo. Molto meno si è fatto su innovazione, integrazione finanziaria, riduzione dei costi energetici. Eppure sono questi i veri nodi della competitività. Ad Alden Biesen i leader hanno provato a rimettere ordine attorno a tre pilastri, indicati nel documento preparato da Italia, Germania e Belgio.

Il mercato unico

Primo: completare davvero il mercato unico. Non a parole, ma eliminando le barriere interne che ancora segmentano l’economia europea. La Bce stima che questi “dazi invisibili” colpiscano il 65% delle merci e addirittura il 100% dei servizi. Altro che mercato unico: è un mercato “condominiale”, con ventisette regolamenti di scala, “ascensori” che non comunicano tra loro e “portinai gelosi” della propria giurisdizione.

I capitali

Secondo: creare un vero mercato unico dei capitali. Il risparmio europeo è enorme, ma spesso vola verso Wall Street invece di finanziare imprese e innovazione in casa. L’integrazione dei mercati finanziari resta il passaggio più controverso, soprattutto in Italia (che non ha ancora approvato il trattato del Mes) e in Germania.

L’energia e l’industria

Terzo: l’energia. Tema decisivo per l’industria. Prezzi elevati e reti poco interconnesse sono un macigno sulla competitività. Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza: non si possono firmare accordi di libero scambio e contemporaneamente iper-regolamentare chi produce in Europa. In filigrana emerge un’Europa che vuole diventare più liberale – meno ossessionata dalla regolazione e più orientata alla crescita – per reggere il confronto con modelli molto più aggressivi.

Le contrapposizioni

Ma la politica complica la teoria. Il vertice belga ha fatto emergere un nuovo asse tra Roma e Berlino, fotografato anche dagli analisti di Deutsche Bank. La sintonia tra Meloni e il cancelliere Friedrich Merz – già consolidata nel vertice di Villa Pamphilj – si differenzia dalla linea francese. Emmanuel Macron, spinge per nuovi eurobond. Berlino frena. Madrid si colloca su posizioni più vicine alla Francia, favorevole a strumenti comuni di finanziamento e al principio del “Buy European”.

La geometria variabile

Ne esce una geometria variabile che non rompe formalmente il tradizionale motore franco-tedesco – Merz e Macron si mostrano insieme per rassicurare – ma lo rende meno esclusivo. L’Italia si inserisce come terzo perno. È il segno di una trasformazione profonda. Draghi la chiama “federalismo pragmatico”: andare avanti con chi ci sta. Il rischio, altrimenti, è l’immobilismo che equivale a retrocedere. Entro marzo dovrebbe emergere una prima road map, con misure chiave da adottare entro il 2026. Macron avverte che, senza accordo entro giugno, si dovrà procedere con integrazioni a geometria variabile. In altre parole: l’Europa dovrà decidere se diventare adulta o restare un brillante seminario.

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