10 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Feb, 2026

Se è Pucci a censurare se stesso

Andrea Pucci

Diventa un caso l’auto-censura del comico Pucci a Sanremo. L’indignazione a sinistra rivela il suo moralismo, ma anche la comicità ha dei limiti


La storia è semplice, quasi banale, e proprio per questo interessante. Un comico poco conosciuto pubblica una foto di sé nudo, annuncia una conduzione a Sanremo, i social esplodono, una parte della sinistra neanche rilevante si dichiara offesa, la destra istituzionale interviene a difesa, il comico ormai molto conosciuto fiuta l’aria e si ritira. Fine della storia. Apparentemente. In realtà è una piccola allegoria del nostro tempo: un dramma in forma di sketch. Sanremo, da decenni, non è più soltanto un festival musicale.

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È un dispositivo simbolico nazionale. Una scena rituale dove la comunità si rappresenta a sé stessa. In questo senso è, sì, una forma di Stato. Non lo Stato giuridico, ma quello immaginario, quello che costruisce consenso, identità, appartenenza. Se ci si chiede “affare di Stato o affare di Sanremo”, si tocca un punto reale: il confine è poroso. Chi occupa quel palco assume una funzione quasi pubblica, quasi istituzionale. Non è più solo un individuo; è un ruolo. E qui nasce il cortocircuito.

Le indignazioni e le offese

Il comico vive di eccesso, di rottura, di sconvenienza. L’istituzione vive di forma, di misura, di rito. Quando il comico entra nell’istituzione, si crea una tensione che può essere feconda, che però oggi fatichiamo a reggere. Non sappiamo più distinguere tra persona e funzione. Tra il gesto ironico e il gesto politico. Tutto diventa immediatamente identità, appartenenza, schieramento.

La reazione indignata di una parte della sinistra è rivelatrice. Non tanto per la nudità in sé – che nel nostro spazio mediatico è onnipresente – quanto per l’idea che quel corpo non sia appropriato al ruolo. Ma allora la domanda è: chi stabilisce l’appropriatezza? In base a quali criteri? Se il corpo è rivendicato come luogo di libertà, di espressione, di emancipazione, perché improvvisamente diventa scandaloso? Si direbbe che esista una libertà del corpo purché conforme a un codice simbolico condiviso.

È una contraddizione interna, non nuova: la sinistra moraleggiante non è un’invenzione recente. Dall’altro lato, l’intervento di esponenti della destra a difesa del comico non è un atto di puro libertarismo. È anch’esso un gesto politico. Si difende la libertà di offendere, di provocare, non per affermare una teoria generale della comicità, ma per segnare una posizione nello spazio dello scontro culturale. In questo senso, Pucci diventa un pretesto. Un segno da utilizzare. Non importa la qualità della comicità, non importa il contesto: importa la battaglia simbolica.

Gogna e censura

E allora ci si domanda: che cos’è censura oggi? Non viviamo, per fortuna, in un regime di interdizione formale sistematica. Nessun editto impedisce al comico di pubblicare una foto o di salire su un palco. Ma esiste una forma di censura diffusa, reticolare, preventiva. È il clima. È l’anticipazione del giudizio. È la paura della figuraccia, della gogna, del fraintendimento permanente. È quando il soggetto decide di ritirarsi prima ancora che qualcuno glielo imponga. Questa è la censura interiorizzata. Non c’è bisogno del divieto: basta l’impossibilità di sostenere il rumore. Pucci si autoesclude. È un gesto che dice molto. Non c’è stata una sanzione ufficiale, eppure il sistema di reazioni ha reso la permanenza impraticabile. Questa è la forma contemporanea della censura: non proibisce, ma dissuade. Non vieta, ma rende insostenibile. Ed è forse più efficace della censura classica, perché non lascia tracce giuridiche. Si confonde con la libertà stessa.

I limiti della comicità

Ma esiste un limite? Certamente. Nessuna società può rinunciare a stabilire confini. Il problema è come li definiamo. Sessismo, razzismo, omofobia: non sono semplicemente temi sensibili, ma strutture di discriminazione storica. La comicità che li riproduce in modo acritico rischia di rafforzarli. Tuttavia, il confine tra critica e riproduzione non è sempre chiaro. La satira, per sua natura, lavora sull’ambiguità. Può usare stereotipi per smontarli, o per confermarli. Serve un’intelligenza del contesto, una capacità di lettura. Ridurre tutto a un codice binario – consentito/proibito – impoverisce la comicità e il discorso pubblico. La vera questione è: chi decide il limite? Lo decide la legge, quando c’è incitamento all’odio o violenza. Lo decide la comunità, attraverso il dibattito. Ma quando il limite diventa una reazione immediata, emotiva, incontrollata, rischiamo di trasformare ogni gesto in reato simbolico. E allora la comicità si sterilizza, si adatta, si autocensura.

Comicità di destra e di sinistra

Infine domandarsi se abbia diritto di esistere una comicità di destra, come fa Giorgia Meloni, è qualcosa che lascia interdetti. La comicità, in quanto tale, tende a essere sovversiva. Nasce dal rovesciamento, dalla dissonanza, dall’eccesso. Può essere usata da qualsiasi parte politica, certo. Ma quando diventa pura conferma dell’ordine, propaganda, smette di essere comicità e diventa intrattenimento ideologico. Ci può essere una comicità che difende valori conservatori, che ironizza sul progressismo, che mette in discussione il politicamente corretto. Ma se si limita a ribadire gerarchie, a colpire sempre verso il basso, perde la sua forza.

Allo stesso modo, una comicità di sinistra che si limita a predicare, a moralizzare, a distribuire patenti di virtù, non fa ridere e non pensa. La vera comicità è sempre eccentrica rispetto agli schieramenti. Sta di lato. Disturba tutti. Il buffone di corte poteva dire la verità al re perché non apparteneva a nessuna fazione. Oggi, invece, ogni comico viene immediatamente arruolato: o con noi o contro di noi. È questa la perdita più grande. Non la nudità di una foto, ma la nudità del discorso pubblico, incapace di tollerare l’ambiguità, la distanza, l’ironia.

Il palcoscenico di Sanremo

Sanremo, in questa vicenda, è solo il palcoscenico. Ma è un palcoscenico centrale, perché concentra l’attenzione nazionale. E ogni anno si ripete lo stesso rituale: micro-scandali, indignazioni, difese, ritirate. È il modo in cui una società senza grandi conflitti reali metabolizza le proprie tensioni simboliche. Si combatte sul terreno del linguaggio, del corpo, dell’immagine. Alla fine, la domanda sulla censura resta aperta. Non è un confine netto, non è una linea tracciata una volta per tutte. È una tensione continua tra libertà e responsabilità, tra espressione e convivenza.

Ma se la risposta diventa sempre la stessa – il ritiro, l’autocensura, la paura della figuraccia – allora significa che qualcosa nel nostro spazio pubblico si è irrigidito. Non sappiamo più ridere davvero, e non sappiamo più sopportare di essere offesi. Vogliamo tutto esposto e tutto protetto. È una contraddizione insolubile. Pucci passa, la polemica passa. Resta il dispositivo. Una società dove lo spettacolo è diventato politica e la politica spettacolo, dove Sanremo e Stato si riflettono l’uno nell’altro. E dove la censura più efficace è quella che non si vede, perché coincide con il nostro stesso modo di reagire. Non serve più proibire. Basta far rumore.

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