C’è un rumore che nei Palazzi di giustizia italiani si conosce bene. È il ticchettio dei fascicoli che tornano indietro. Ricorso. Rinvio. Nuovo appello. Nuova Cassazione. Ancora appello. Una porta girevole. Un uomo che entra imputato e non esce più. Cambiano i giudici, cambiano le sezioni, cambiano i calendari. Non cambia l’accusa. Non cambia chi la rappresenta. E alla fine resta una domanda semplice, crudele: può un processo diventare una sfida a due, e chiamarsi ancora “giusto”?
Se l’è chiesto ieri sul Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco, ragionando attorno al suicidio di un notaio napoletano processato per vent’anni dallo stesso pubblico ministero in più gradi di giudizio. La sua domanda mette il dito nella parte più scoperta del sistema. Non nell’abuso. Ma in una tragica fisiologia. Perché questa possibilità è prevista dalla legge. E non solo tollerata: spesso è favorita da prassi, accordi, protocolli interni alle procure. La personalizzazione dell’accusa non è un incidente. È un rischio incorporato. È la forma che prende il potere quando non incontra attrito.
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Il pm autonomo è già una realtà
Da qui un’obiezione che coincide con uno degli argomenti più nobili contro la separazione delle carriere: se il pubblico ministero avrà un proprio Csm, se sarà un corpo separato, se controllerà la polizia giudiziaria senza il contrappeso della cultura comune con il giudice, allora slitterà verso la postura del poliziotto irresponsabile. Autonomo. Incontrollabile. Pericoloso. Eppure la storia raccontata da Mario Demarco dice che quel rischio non è la riforma.
È il presente. È il sistema attuale. Nella geografia frastagliata delle procure italiane esistono già pubblici ministeri che si muovono in autonomia personalistica. Pm capaci di tenerti sotto il maglio della giustizia per decenni. Che impugnano assoluzioni ad libitum. Pm che tornano nel grado successivo con le stesse argomentazioni, lo stesso passo, la stessa postura. Fino a trasformare il processo in una prova di resistenza, in una forma di pressione, in una potenziale persecuzione procedurale. Napoli è il caso emblematico.
Ma chi frequenta la giustizia “periferica” — quella fuori dal cono di luce dei grandi media, quella che non fa titolo nazionale — sa che non è un’eccezione folcloristica. Sa che in certe procure di provincia l’azione di alcuni magistrati è da anni fuori controllo. Sa anche un’altra cosa: la quantità di sconfitte processuali collezionate in vent’anni non cambia, di per sé, il modus operandi di costoro.
Responsabilità, l’anello mancante
E qui bisogna essere onesti. La separazione delle carriere, da sola, contro questa distorsione culturale può fare ben poco. Perché il vero antidoto all’inquinamento inquisitorio sarebbe – in attesa dell’auspicabile inappellabilità delle sentenze di assoluzione – una qualche forma di responsabilità del magistrato. E siccome in Italia la responsabilità civile è un tabù da decenni, un totem intoccabile, un terreno minato, almeno si dovrebbe ripiegare su ciò che in qualunque organizzazione seria è scontato: la responsabilità professionale. Tradotto: ancorare carriere, promozioni, incarichi direttivi a una valutazione della performance. Non a un sentimento. Non a una fedeltà corporativa. A dati. A esiti. Alla qualità del lavoro. Lo aveva previsto la riforma Cartabia con la “pagella” del magistrato. Un tentativo di mettere un minimo di metrica dentro un sistema che vive di autoreferenzialità. Poi la politica l’ha smontata. Convinta di compiacere l’Associazione nazionale magistrati. Convinta di addolcire la pillola della separazione delle carriere.
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Risultato: strumento depotenziato e opposizione delle toghe comunque al referendum. Perché con i sistemi corporativi si tratta solo su rapporti di forza. E la politica, da Tangentopoli in poi, è ancora un soggetto complessivamente subalterno alla magistratura. Il punto è questo: si può anche accettare, in astratto, una continuità accusatoria. Si può discutere se sia utile che un pm segua un fascicolo in più fasi. Ma allora quella discrezionalità va legata a qualcosa che pesi sulla responsabilità di chi decide. Oggi accade l’opposto. I magistrati si candidano a incarichi direttivi esibendo numeri: richieste presentate, misure cautelari, arresti.
Manca del tutto una verifica rigorosa sulla fondatezza degli atti quando arrivano al vaglio del giudizio. È come promuovere un chirurgo in base a quante volte ha impugnato il bisturi, prescindendo dalla sorte dei pazienti usciti dalla sala operatoria. La vicenda napoletana dice anche questo: la giustizia italiana non si “demistifica” con un’unica riforma. Serviranno passaggi successivi. Servirà mettere verifiche dove oggi ci sono solo rituali. La separazione delle carriere non ribalta da sola il tavolo. Ma può almeno creare le condizioni per iniziare a muoverlo. Perché la vera domanda non è se il pm diventerà un poliziotto irresponsabile domani. La domanda è perché, in troppi angoli del Paese, già oggi può comportarsi come se lo fosse. E continuare, indisturbato, a bussare alla stessa porta. Per anni. Per decenni. Finché qualcuno, dentro quella porta girevole, non si spezza.


















