4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Feb, 2026

Torino, perché la violenza non è politica

Scontri a Torino

A Torino gli scontri vengono letti come fatto politico. Un errore: confondere violenza e conflitto svuota la democrazia e trasforma la città in spazio di controllo


Decine di migliaia di persone in corteo, e per la destra diventano subito una “zona grigia” che copre e protegge i violenti. Una parola comoda, “zona grigia”, buona per non guardare in faccia la realtà. A Torino da anni c’è uno scontro politico molto chiaro: uno spazio sociale sgomberato, una comunità che non si riconosce nelle decisioni prese sopra la sua testa, una città che non è tutta uguale a sé stessa. Non è un mistero che una parte minoritaria – ma tutt’altro che invisibile – stia da quella parte. Sabato scorso quella frattura è esplosa in piazza e la polemica l’ha subito travalicata, trasformandosi in un caso nazionale.

Il ministro dell’Interno, in Parlamento, ha detto che gli scontri erano “preordinati”, che chi stava lì non poteva non sapere. Tradotto: chi è sceso in strada è corresponsabile, se non complice. Nella versione di Piantedosi, gli antagonisti di Askatasuna diventano un gruppo eversivo sostenuto da settori della sinistra e da un’opinione pubblica estremista. Una narrazione netta, rassicurante, che non ammette crepe. Non passa neppure per la testa del ministro – ex prefetto, oggi volto severo dell’ordine meloniano – che quelle migliaia di persone possano semplicemente rappresentare un pezzo di città che non si riconosce nelle scelte della maggioranza. Un pezzo che difende uno spazio, una pratica culturale, una forma di vita perché lì dentro riconosce un vuoto lasciato dalle istituzioni. Un’assenza. Una risposta mancata.

Difendere il conflitto senza assolvere la violenza

Difendere un’esperienza antagonista, per molti, non è un gesto ideologico ma una presa di posizione concreta: significa accettare di esporsi, di rischiare, di portare il conflitto fuori dalle stanze e dentro la piazza. Significa fare politica sul serio, non commentarla da lontano. Gridare al terrorismo e condannare la violenza senza chiedersi da dove nasce è un esercizio sterile. Serve solo a sentirsi dalla parte giusta. Il pensiero critico comincia altrove: nel tenere insieme due cose scomode – la condanna della violenza e il riconoscimento delle ragioni che rendono il conflitto possibile, e a volte feroce. Senza assoluzioni, senza demonizzazioni. Pensare vuol dire restare lì, nel punto che non consola.

Quando si chiede alla sinistra di “prendere le distanze”, in realtà le si chiede di smettere di guardare il lato oscuro delle cose. Di aderire a una normalità che non tollera scarti, eccedenze, deviazioni. Ma una politica che non sa più riconoscere le proprie periferie – sociali, culturali, simboliche – è una politica che prepara solo nuove esclusioni. Gli antagonisti violenti stanno alla politica di oggi come gli ultras stanno al calcio globale: sono la parte sporca, tribale, identitaria, che il sistema produce e poi finge di non riconoscere.

Torino come laboratorio della città postindustriale

Una cosa va detta chiaramente: la violenza metropolitana di oggi non ha nulla a che fare con il terrorismo ideologico degli anni Settanta. Non vuole abbattere l’ordine: ne è un effetto collaterale. Nasce da conflitti locali, concreti, da contraddizioni che restano senza canali. La scena è la città postindustriale, ferma in un presente amministrato, senza memoria viva e senza futuro immaginabile. In questo tempo piatto, la violenza è una delle poche cose che ancora “succedono”. Non perché porti senso, ma perché interrompe, anche solo per un attimo, la neutralità dello spazio.
Torino, finita sulle cronache per gli scontri al corteo di Askatasuna, è oggi l’emblema di questa condizione. Una città che si racconta come città dell’ordine, ma che ha perso la capacità di ordinare davvero. Quando c’era la fabbrica, il conflitto aveva una forma: era visibile, riconoscibile, trattabile. Persa la fabbrica, è rimasta la disciplina senza progetto, l’organizzazione senza scopo. La violenza allora riemerge non come antagonismo politico, ma come scarto. Non contesta, interrompe. Non propone, collide.

Sicurezza, media e amministrazione della paura

La destra questo vuoto lo capisce benissimo e lo riempie con la sicurezza. Non promette senso, promette protezione. Non un futuro, ma un recinto. La sicurezza diventa un valore assoluto, intoccabile, sottratto a ogni bilanciamento. Non importa che funzioni davvero: importa che tranquillizzi. È una religione laica, dove lo Stato non salva ma immunizza. La paura rende più del pensiero, e la destra lo sa. La sicurezza diventa un brand, un’estetica dell’ordine che vive di ripetizione.
I media sono il megafono di questo meccanismo. Non spiegano la violenza: la fanno circolare. Ogni episodio viene isolato, replicato, svuotato di storia. La città sparisce come organismo e riappare come mappa di zone rosse. Il contesto diventa sfondo. Più immagini, meno comprensione. Più visibilità, meno realtà. Il poliziotto colpito a martellate non apre domande: chiude il discorso. È consumo emotivo, rapido e rassicurante.

Quando la polis diventa controllo

La sinistra, davanti a tutto questo, appare non solo incerta ma concettualmente disarmata. Ha interiorizzato il rifiuto del conflitto come se fosse una virtù morale. Ha confuso mediazione con neutralizzazione. Sa che il mito della sicurezza è falso, ma non trova il coraggio di dire la sua verità rovesciata: che vivere insieme implica rischio, esposizione, possibilità di fallire. Dirlo oggi significa esporsi all’accusa di irresponsabilità. Così balbetta. Parla tardi, piano, male. In un mondo che vuole slogan, prova ancora a spiegare. E intanto tace.

Ma una città che rifiuta il rischio rifiuta se stessa. La sicurezza totale non solo è impossibile: distrugge. Produce spazi difensivi, relazioni minime, paura diffusa. Più si invoca sicurezza, più emerge il vuoto di un progetto comune. L’insicurezza non è un’anomalia: è il segno che la città è ancora viva. Quando anche questo segnale verrà spento, non resterà l’ordine, ma il controllo.

Il nodo finale è tragico: la violenza non può essere cancellata senza cancellare la polis come luogo del conflitto. Può essere trasformata, mediata, simbolizzata. Ma questo richiede una politica che sappia decidere, assumersi contraddizioni, rinunciare all’illusione dell’immunità. Chi promette sicurezza assoluta promette la fine della città. E quando la polis diventa amministrazione della paura, la violenza smette di essere un problema e diventa linguaggio. Restano solo ruoli fissi: vittima, colpevole, antagonista, polizia. Una drammaturgia povera, sempre uguale. Leggi speciali. Fine della democrazia.

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