A Torino la violenza viene letta come segnale politico. Un errore concettuale e democratico: confondere conflitto e violenza svuota la politica e la città
Se una città esplode, un corteo degenera, uno scontro occupa le cronache, che cosa comporta leggere la violenza come un segnale, un sintomo, cioè come qualcosa che “accade” quando le istituzioni non rispondono? In una narrazione del genere, sostenuta da Eduardo Cicelyn nel suo intervento su questa pagina, la violenza appare come inevitabile in quanto rivelerebbe una risposta mancata. È un discorso in cui si annida un equivoco insidioso: quello di scambiare la violenza estrema per una forma degradata ma inevitabile del conflitto democratico.
La democrazia nasce, infatti, proprio per sottrarre il conflitto a questa degradazione. Non per eliminarlo – il conflitto, anche duro, è costitutivo – ma per trasformarlo in dissenso che riconosce limiti, in antagonismo che accetta di misurarsi con regole comuni, anziché risolversi in un puro rapporto di forza. Quando la violenza entra in scena in maniera distruttiva, come è successo a Torino, non stiamo assistendo a un’intensificazione della politica, ma al contrario al suo fallimento.
Il confine tra dissenso e violenza incivile
È quella che il filosofo francese Étienne Balibar chiama violenza «incivile», non perché irrazionale o priva di cause, ma perché, in un contesto democratico, rende impraticabile il riconoscimento dell’altro come interlocutore politico. È una violenza che elimina la possibilità stessa di un futuro terreno comune e dunque anche l’aspirazione a fondare una nuova legalità o una nuova cittadinanza. Se questa violenza si immerge in un contesto troppo denso di spiegazioni – chiamandola “scarto”, “interruzione”, “effetto collaterale”, come fa Cicelyn – il discorso cambia natura. Associarla ai conflitti locali, alle contraddizioni senza canali, o addirittura considerarla, in un tempo “piatto”, “una delle poche cose che ancora succedono”, significa far slittare pericolosamente l’analisi verso la giustificazione simbolica.
Difendere uno spazio o legittimare lo scontro
Se gli scontri legati alla difesa di Askatasuna – un soggetto antagonista dichiaratamente estraneo al conflitto democratico regolato – sono concepiti come una “frattura” che attraversa lo spazio urbano (non una minoranza violenta, ma addirittura “un pezzo di città che non si riconosce nelle decisioni prese sopra la sua testa”), bisognerebbe chiedersi chi e che cosa rappresenta questa frattura. Difendere uno spazio sociale, una pratica culturale, una forma di aggregazione è una cosa; difendere un contesto che include – e prevede – lo scontro fisico come parte del proprio repertorio è un’altra. Qui siamo lontani dal terreno del conflitto democratico, e nel pieno perimetro dell’eversività diffusa. Non nel senso storico del terrorismo ideologico, che Cicelyn giustamente distingue, ma in un senso più elementare e forse più inquietante: la rinuncia a riconoscere un limite invalicabile tra dissenso e violenza non più traducibile politicamente.
La “zona grigia” e la normalizzazione della violenza
Per questo quando si parla di “zona grigia”, varrebbe la pena chiarire che non si tratta di una categoria penale, bensì politica. Si vuole, cioè, indicare l’area in cui la violenza è tollerata, coperta, normalizzata. Vuol dire sapere cosa accade, e scegliere di esserci comunque. Uno degli argomenti più ricorrenti contro questa impostazione è che chiedere di “prendere le distanze” da questi fenomeni significherebbe aderire a una normalità pacificata che non tollera “scarti, eccedenze, deviazioni”. Ma qui il discorso si capovolge. Prendere le distanze è il gesto minimo con cui una comunità politica dice che il dissenso non può essere protetto dalla minaccia fisica, che non ogni rottura è legittima. Il vero problema è che il porre dei limiti è concepito come una forma di diserzione, se non proprio di tradimento.
L’estetizzazione della rottura
In questa cornice, l’urto acquista un’aura di autenticità: chi “si espone e rischia” – per riprendere una formula centrale di Cicelyn – sarebbe colui che fa “politica sul serio”, mentre chi resta dentro le regole si limiterebbe a commentarla. È una tentazione estetica, perfino dannunziana, prima ancora che ideologica: la politica come scena, intensità, come prova di realtà, come momento in cui la neutralità liberale viene sospesa e il reale si manifesta. Ma che cosa si nasconde dietro questa sorta di fascinazione per la rottura?
Quando l’eccezione prepara il potere
Il paradosso è evidente: non si può denunciare la sicurezza come culto, come “religione laica” dell’immunità e contemporaneamente assumere la stessa idea di fondo: che la politica autentica, cioè, nasca nell’eccezione schmittiana, non nella regola. Il rischio di questa estetizzazione del gesto di verità è quello di preparare il terreno perché qualcun altro la trasformi in potere. La destra estrema non inventa il securitarismo dal nulla. Lo trova pronto, ogni volta che una parte del campo progressista rinuncia a dire che esistono pratiche incompatibili con la democrazia. Non perché siano “impresentabili”, ma perché distruggono il patto che rende possibile il conflitto stesso.
Immagini, violenza e chiusura del discorso
Anche la critica ai media, spesso giusta, rischia allora di diventare uno schermo morale. È vero, come scrive Cicelyn, che le immagini “non spiegano la violenza: la fanno circolare”. Ma quelle immagini sono l’effetto di atti che hanno già scelto la chiusura al posto della parola. Un poliziotto colpito “chiude il discorso” perché nel pestaggio di un agente con un martello o nell’accanimento sui singoli corpi la violenza non può essere spiegata (giustificata?) una “rivendicazione” (non chiede nulla, non propone nulla) e diventa fine a sé stessa.
Conflitto e violenza: la distinzione che salva la polis
Ogni tentativo di integrare simbolicamente questa forma di inciviltà nel conflitto democratico, di assolverla come “interruzione” o “segnale di vita”, produce l’effetto opposto. Il punto, allora, è proprio questo: non è vero che la violenza non possa essere cancellata senza cancellare la polis. È vero il contrario. È proprio la rinuncia a distinguere tra conflitto e violenza che finisce per svuotare la città come spazio politico. La democrazia vive di un equilibrio fragile e mai definitivo. Quando questo equilibrio viene abbandonato, non resta una città più vera o più viva. Resta uno spazio governato dall’eccezione permanente, dove la politica non decide più e il potere può farlo al suo posto.



















