4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Feb, 2026

Eravamo fascisti senza saperlo

Lo screenshot del video pubblicato dal Pd che ritrae il saluto romano dei militanti di CasaPound

Eravamo fascisti senza saperlo. Ce l’ha detto il Pd, in un video che ritrae il saluto romano dei militanti di CasaPound con in sovrimpressione la scritta: «Loro votano SÌ». Si fa fatica a crederci, ma non è uno scherzo. È forse la risposta a un video uguale e contrario, che ritrae i teppiterroristi di Torino sopra la scritta «Loro votano NO».

Si trattava dell’infelice trovata di uno dei tanti comitati di sedicenti garantisti, che credono di andare alla guerra con il referendum, nell’aria di diciannovismo che infesta il Paese. Ma un comitato è un comitato. Il primo partito d’opposizione è un’altra cosa. Il primo partito d’opposizione non può invocare, con le parole di Elly Schlein, quella che in gergo forense si chiama exceptio veritatis: «Noi abbiano semplicemente ripreso un fatto oggettivo, una notizia che CasaPound ha dato ieri con un comunicato stampa».

Non può sfuggirle che l’iconografia marziale che accompagna la notizia – l’immagine dei neocamerati con il braccio alzato che gridano «Presente!» – è un allusivo parallelismo che politicizza la campagna referendaria e spacca il Paese in due. Di qui i democratici, di lì i fascisti, e quindi anche tutti quelli che, come noi, sostengono la separazione delle carriere. Senonché di lì non ci sono solo molti padri della patria, uno su tutti Giuliano Vassalli, che di Costituzione qualcosina in più di Elly Schlein ne masticava.

Ci sono soprattutto giuristi di area e compagni di partito, come l’ex presidente della Consulta Augusto Barbera, il costituzionalista Stefano Ceccanti, e tutti i vituperati riformisti del Pd che hanno osato dichiarare la propria adesione alla riforma della giustizia, quelli che il «passionario» rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tommaso Montanari, vorrebbe cacciare dal partito, e che il partito vorrebbe invece tacitare, intimidire, ammansire, insomma in qualche modo neutralizzare.

La separazione delle carriere e la frattura della sinistra

La separazione delle carriere sta separando la sinistra, slatentizzando le contrapposizioni che ormai la dividono in due famiglie inconciliabili. Ma soprattutto sta drammaticamente riducendo la sua offerta politica alla immarcescibile pregiudiziale antifascista, unico orizzonte di senso di leadership a corto di idee e di cultura.

L’abuso dello stigma fascista però è due volte un boomerang. La prima perché è storicamente falso: fu il guardasigilli fascista Dino Grandi a stabilire formalmente nel 1941 che giudici e pubblici ministeri appartenessero allo stesso ordine giudiziario, più coerente con la visione autoritaria del regime rispetto al modello liberale precedente.

La seconda perché usa la bandiera dell’antifascismo non per aggregare, ma per dividere. Da una parte Elly Schlein usa il referendum come una conta tra i potenziali rivali di Giorgia Meloni, in nome dello schema «Resto del mondo contro Brasile», dall’altra lo piega a un regolamento dei conti intestino. Così facendo, sbaglia due volte, dimostrando come il suo inguaribile «sardinismo» difetta, oltre di cultura giuridica, di furbizia politica.

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