4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Feb, 2026

Quella pulsione di controllo (non di giustizia) dietro il ddl Stupri

Una protesta sul consenso

Tra destra e sinistra è in corso un dibattito da Medioevo, in cui il corpo della donna è trattato come un manoscritto sospetto e si pretende di ridurre a un segno certo anche il desiderio. Che, invece, non è mai stato e mai sarà amministrabile


La questione che divide destra e sinistra intorno al consenso o al dissenso della donna nella legge sugli stupri viene presentata come un conflitto moderno, quando in realtà ha il profumo stantio delle antiche dispute medievali. Cambiano i luoghi – dai chiostri ai talk show – ma restano intatte le categorie: segno, interpretazione, prova.

Il consenso esiste?

Il consenso, come Dio per Anselmo, è qualcosa di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto direttamente. Esiste perché deve esistere, oppure esiste solo quando se ne manifestano gli effetti? Ontologia positiva o negativa? Dire ciò che è, o dire ciò che non è? Il dibattito è sorprendentemente simile.

La tesi della destra

La destra, proponendo il dissenso come prova, sembra adottare una teologia dell’evento: ciò che conta è la rottura, l’eccezione, il miracolo. Il no deve essere pronunciato come un atto linguistico forte, performativo, pubblico. In assenza di tale parola, il mondo continua il suo corso. Il silenzio, come nel Medioevo, è assenso.

La posizione della sinistra

La sinistra, al contrario, pretende un consenso esplicito, libero, attuale, e ne sposta l’onere sull’uomo. Ma qui si rischia un’altra illusione: quella di credere che il segno possa essere privo di ambiguità. Il consenso diventa una formula, una liturgia laica, un “sì” che deve essere pronunciato secondo il rituale corretto per essere valido.

Un’operazione esegetica

In entrambi i casi, la donna si ritrova al centro di un’operazione esegetica. Il suo desiderio viene interrogato come un testo oscuro, da interpretare retroattivamente davanti a un giudice. Ancora il Medioevo: il corpo femminile come manoscritto sospetto, pieno di glosse, interpolazioni, cancellature. Non basta che il desiderio ci sia stato; occorre dimostrarlo. Così la donna si trova, paradossalmente, nella posizione del teologo chiamato a dimostrare l’esistenza di Dio: deve argomentare ciò che per definizione sfugge alla piena oggettivazione.

Il nodo del desiderio

Se il desiderio è stato implicito, corporeo, contraddittorio, esso rischia di non esistere giuridicamente. Se è stato assente, ma non dichiarato secondo le forme attese, rischia di essere retroattivamente interpretato come consenso. È il trionfo di una semiotica che confonde il segno con la cosa e pretende che il significato sia sempre trasparente. Il problema non è che il consenso sia ambiguo, ma che lo si voglia rendere non ambiguo per decreto.

L’interpretazione

Il diritto, come la teologia medievale, tenta di addomesticare l’indicibile attraverso formule, categorie, definizioni. Ma il desiderio umano resiste a questa operazione. Non perché sia misterioso in senso romantico, bensì perché è situato, contingente, inscritto in un contesto di rapporti di forza. Forse dovremmo accettare che il consenso non è un dogma né una prova ontologica, ma un’interpretazione. E che ogni interpretazione comporta una responsabilità: non quella di pretendere certezze assolute, bensì quella di scegliere da che parte stare quando il senso resta, inevitabilmente, aperto.

Un cambio di prospettiva

Noi però viviamo in un mondo moderno. Potremmo perciò cambiare prospettiva e comprendere che il dissidio tra consenso e dissenso della donna nei reati di stupro espone un conflitto reale tra valori che è difficile affrontare in termini filosofici, e che si trasforma in un vero rompicapo se si crede di cavarsela con semplificazioni pragmatiche, tipo le pene aggravate.

Una procedura burocratica

Si chiede a destra e a sinistra che ogni consenso o dissenso sia esplicitamente dimostrabile, il che significa trasformare un fatto sociale in una procedura burocratica permanente. Certo, c’è una logica in questo: senza una qualche forma di registrazione non c’è realtà giuridica. Non perché il desiderio non esista, ma perché il diritto non tratta desideri, bensì fatti. Questione che si risolverà all’improvviso nelle poche righe di un provvedimento della maggioranza che punta sul consenso? Neanche per sogno.

Un dissenso impronunciabile

Perché poi dovremmo aggiungere che il vero problema non è decidere se il consenso debba essere implicito o esplicito, riconoscendo che il dissenso, storicamente, è stato reso difficile se non impronunciabile. Non per natura, ma per struttura sociale. Dunque la questione non sarebbe metafisica, ma politica nel senso più concreto: quali condizioni rendono possibile che un dissenso diventi un fatto, cioè qualcosa che esiste socialmente. Per poi ammettere che il problema non è stabilire chi debba provare cosa, bensí riconoscere che stiamo chiedendo al diritto di risolvere ciò che la cultura non ha ancora deciso.

L’esperienza che scompare

E accorgerci alla fine che nel gioco di specchi tra questa destra e questa sinistra nostrane ciò che scompare è l’esperienza. Il vissuto. La zona grigia, ambigua, contraddittoria in cui il desiderio nasce, si ritrae, si trasforma. Il vero scandalo non è l’ambiguità del consenso, ma la nostra incapacità di accettare che il desiderio non è un oggetto amministrabile. Non è una formula, né una prova ontologica. È un movimento fragile, storico, situato. La politica chiede chiarezza, il diritto chiede prove, la vita procede per sfumature. E il tentativo di ridurre tutto a un segno certo – un sì o un no – tradisce una pulsione di controllo più che di giustizia.

La domanda più scomoda

Continuare a discuterne come se fossimo ancora nel chiostro di un’abbazia significa evitare la domanda più scomoda: non che cosa la donna abbia detto o non detto, ma quali condizioni rendano davvero possibile, oggi, dire sì o dire no senza doverlo poi spiegare in latino davanti a un giudice. Eppure, nonostante in questi giorni divisioni significative si siano manifestate tra figure femminili di primo piano, la discussione in Parlamento e fuori non sembra tocchi davvero il vissuto delle donne, ma solo l’ordine simbolico che si vuole preservare.

Le categorie da abbandonare

Chi decide cosa è dicibile? Chi stabilisce quando un silenzio parla e quando tace? Siamo ancora lì, tra scolastici e inquisitori, a discettare della natura degli angeli mentre il mondo brucia. Ciò che manca nel dibattito è il coraggio di abbandonare le categorie rassicuranti del vero e del falso, del provato e del non provato, per affrontare finalmente il nodo reale: non chi debba dimostrare cosa, ma in quale mondo sociale il desiderio femminile sia ancora costretto a giustificarsi. Finché non si risponde a questa domanda, continueremo a discutere come teologi stanchi, fingendo di parlare di legge mentre stiamo parlando, ancora una volta, di potere.

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