Dopo Rogoredo si è ricominciato a parlare di droga, ma quello che conta è uscire dalla logica dell’ emergenza
In questi giorni si è ricominciato a parlare di droghe e dipendenze in relazione ad un grave fatto di cronaca avvenuto a Milano nella zona di spaccio limitrofa a Rogoredo.
È una liturgia che si ripete da oltre mezzo secolo. In occasione della Giornata mondiale contro la droga, durante le Conferenze nazionali, o conseguentemente a fatti di cronaca, il Paese sembra risvegliarsi da un torpore civile per affrontare l’“emergenza droga”. Eppure, superata la soglia celebrativa o il fatto di cronaca nera, il tema scivola nuovamente nel cono d’ombra delle politiche in “stand-by”.
Il limite urbano
La persistenza di “scene aperte” del consumo, come l’ormai “iconico” boschetto di Rogoredo a Milano (in realtà non più nella locazione originaria ma spostato lungo i binari della ferrovia), non è solo una sconfitta della sicurezza urbana, ma il risultato di una precisa dinamica sociologica. A Rogoredo, così come in tanti altri luoghi simili in tutta Italia, si è creato un “limen urbano”: uno spazio di confine dove si attua una segregazione socio-spaziale dei consumatori. In questi luoghi, il controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali è capillare.
Qualcosa da tenere sotto osservazione ma anche da tollerare parzialmente. Si circoscrive il degrado in aree periferiche, lontano dai centri nevralgici della socialità produttiva e le si dota di progetti che intervengono per cercare di limitare i danni, soprattutto per i consumatori di droghe in condizioni difficili ma, di fatto, non cambiano scenari che, nel tempo, raggiungono un devastante equilibrio. Romperlo o disorganizzarlo, come forse si stava tentando di fare nell’imminenza delle Olimpiadi Milano – Cortina, può provocare reazioni imprevedibili.
Le altre piazze
In ogni caso l’attenzione a questi luoghi, spesso portati ad esempio di cosa sia il mercato della droga, aiuta a chiudere gli occhi sull’altra parte del mercato che provoca altri tipi devastazione. Le tonnellate di cocaina che continuano ad arrivare in Europa sono destinate solo in parte a questo tipo di piazze di spaccio e compromettono la solidità e la coerenza di ambiti diversi che sono parte importante della società civile: dalla finanza, all’impresa, dalla politica all’informazione. Altre piazze, meno visibili, anche telematiche, corrodono gangli vitali della società civile, procurando risorse infinite alla criminalità e rispondendo ad una domanda di alterazione che pare inarrestabile. Questo ci mette anche in una condizione di debolezza rispetto ad uno scenario internazionale che si raffigura come un campo di battaglia geopolitico.
La droga come strumento di guerra
C’è chi considera le droghe sintetiche, in primis il fentanyl e i nitazeni, vere e proprie armi per guerre asimmetriche. Sebbene la situazione stia finalmente migliorando, negli Stati Uniti, il fentanyl ha causato fino ad oltre 110.000 morti in un solo anno, alimentando tensioni diplomatiche con la Cina, principale fornitore dei precursori chimici e causando anche interventi diplomatici e militari nei confronti di altri Paesi.
Un pretesto per finanziare ed autorizzare azioni altrimenti non possibili. Forse in parte è così, ma ricordo che, in questi anni, sono morti per overdose più cittadini statunitensi di quanti ne siano morti in guerre convenzionali come quella del Vietnam: non è facile comprendere perché i narcotrafficanti abbiano scelto di preparare e distribuire, per anni, in tutto il Nord America, sostanze in grado di provocare una strage continua nei loro stessi clienti. Fosse tutto legato al guadagno con sostanze poco costose da produrre e facili da movimentare, perché una situazione analoga non si è sviluppata anche da noi?
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In ogni caso dobbiamo prepararci ad eventi ulteriori: il mass market della droga sta gradualmente virando sempre più verso una infinità di sostanze sintetiche, proposte in mix tra loro o con altre droghe di origine naturale, e questo ci dovrebbe consigliare di uscire dalla logica dell’emergenza per spostarci verso migliori capacità di intelligence e di analisi, anche previsionale, utili per programmare per tempo il nostro modo di intervenire, anche nel campo della programmazione di prevenzione, cura e assistenza. Questo, però, affrontando realisticamente verità scomode.
Tabacco e alcool
Infatti, mentre l’allarme per le droghe illegali e su determinati tipi di scenari circoscritti di spaccio domina i dibattiti sull’onda di emergenze successive, i numeri della mortalità raccontano una verità diversa. In Italia, nel 2024, i decessi per overdose acuta sono stati 231. Probabilmente i decessi per droga, collegati non ad una overdose ma ad un deterioramento dello stato di salute, sono molti di più ma, nello stesso periodo, il tabacco è stato responsabile di circa 93.000 morti, con costi sociali che sfiorano i26 miliardi di euro l’anno. Anche l’alcol va mostrando numeri inquietanti: 1,26 milioni di giovani tra gli 11 e i 24 anni sono considerati consumatori a rischio per non parlare dell’abuso sommerso dei farmaci da prescrizione che riguarda tutte le fasce di età.
L’eredità degli anni ’70
Nonostante questo divario enorme nell’impatto sanitario, il focus istituzionale e del Sistema di Intervento socio sanitario rimane sbilanciato sul contrasto alle sostanze illecite, seppur con qualche tentativo di allargarlo a tutte le dipendenze patologiche. È la conseguenza di una prima Guerra alla droga degli anni ’70 e di un “peccato originale” che ha generato un sistema di cura e di assistenza in relazione ad una Legge sul controllo degli stupefacenti, formulata in contesto sociale, politico e storico completamente diverso dall’attuale.
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Uscire dall’emergenza
Insomma il progressivo evolversi degli scenari in tema di droghe (lecite e illecite) e della società in generale, va creando una situazione in cui si rende evidente una nostra risposta al bisogno sempre meno adeguata che andrebbe ripensata a fondo, anche dal punto di vista legislativo e della programmazione. Questo, almeno, se l’obiettivo generale di ciò che stiamo facendo rimane la tutela della salute e della qualità della vita dei cittadini. Se poi pensiamo a come vanno configurandosi gli scenari mondiali, un cambio di paradigma che de-ideologizzi il consumo lecito e illecito e affronti in modo organico la realtà nella sua evoluzione, uscendo dall’ottica delle emergenze periodiche, diventa indispensabile.























