29 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Gen, 2026

Là dove muore una democrazia

Immaginiamo di scrivere una norma che stabilisca che le forze dell’ordine hanno fatto comunque bene. Saremmo ancora in democrazia?


Immaginiamo di voler scrivere una norma, il cui senso sia: «comunque siano andate le cose, le forze dell’ordine han fatto bene a fare quello che hanno fatto», non trovereste preoccupante una simile norma? Ora chiedetevi perché, che cosa è in gioco qui. La prendo alla lontana, ma la faccio breve: Thomas Hobbes spiegava la nascita dello Stato moderno nei termini di un patto fra protezione e obbedienza: io, Stato, ti proteggo; tu, suddito, mi obbedisci.

Poi il suddito è diventato cittadino, e ha potuto riconoscersi, grazie alle forme della rappresentanza democratica, nell’esercizio del potere dello Stato. Ma non ha smesso di riconoscersi soggetto alla legge solo in quanto la legge, l’ordinamento giuridico, gli fornisce protezione. La norma che volevamo scrivere ha quindi un problema (ne ha molti, in verità): è difficile sentirsi protetti e al sicuro se un potere può agire senza dover rispondere di ciò che fa, potendo contare comunque – a prescindere, direbbe Totò – sull’approvazione delle proprie condotte.

Tra Usa e Italia

Questa, però, è impunità, è la copertura giuridica di cui godono gli agenti dell’ICE a Minneapolis, mentre lo scudo penale di cui si discute da noi e che sarebbe in arrivo sul tavolo del Consiglio dei Ministri, nell’ennesimo pacchetto sicurezza, non avrebbe questo significato. A quanto pare, il governo vuole solo che non sia automatica l’iscrizione nel registro degli indagati di chi agisce nell’adempimento del proprio dovere e nell’uso legittimo delle armi.

Gli automatismi della giustizia

Questa impostazione presta però il fianco ad almeno tre obiezioni. La prima è di ordine logico: non esiste decisione di un magistrato che sia automatica, per la buona ragione che nessuna decisione è automatica (se è automatica non è una decisione, e se è una decisione non è automatica). Quel che la norma vorrebbe chiedere al magistrato, di valutare se sia il caso, il magistrato lo fa già. È più plausibile allora supporre che quel che il governo si propone non è di escludere, bensì di introdurre un automatismo, spingendo il magistrato non a valutare il caso, prima di procedere all’iscrizione, ma a non procedere punto e basta.

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Il processo è una garanzia

La seconda obiezione riguarda quel che è la giustizia nel nostro Paese: la norma vuole evitare al carabiniere o al poliziotto la rogna dell’iscrizione nel registro degli indagati. Se ne deve forse evincere che finire sotto indagine è una rogna, una sventura, una pena o un anticipo di pena? Finché lo dice Kafka, va bene. Ma se lo mette nero su bianco il governo bene non va, perché il governo e in generale le istituzioni di questo Paese dovrebbero garantire che indagini e processo non rappresentino rogne, non abbiano cioè natura afflittiva. Solo la pena può averla. Altrimenti è finita, altrimenti diciamo francamente che siamo in un regime autoritario, che prima ancora di condannare affligge e dà i tormenti al cittadino, e non se ne parli più.

L’indagine e il diritto

Dobbiamo insomma dare per dimostrato che persino per l’esecutivo essere perseguiti significa finire nelle grinfie di un potere arbitrario, che può vessare indagati e imputati senza troppi scrupoli, salvo non godano di scudi e immunità particolari? Buonanotte allo stato di diritto e alla democrazia, allora. Invece di chiamarlo avviso di garanzia chiamiamolo inizio di un incubo e diamogli così il suo vero nome. A chi volesse replicare che proprio di questo si tratta, farei presente che tutti si possono permettere di dire che un’informazione di garanzia è un incubo, meno il legislatore che ne ha formato la disciplina e che, volendo, può riformarla.

Il diritto del più forte

La terza obiezione ci riporta a Hobbes, o meglio al patto di cittadinanza, al rapporto fra il singolo cittadino e la forza autoritativa dello Stato che di quel cittadino può disporre in molti modi. Scudare quella forza manda questo messaggio al cittadino: non puoi opporti. Lo Stato è più forte, tu sei più debole, e non c’è una sede in cui tu possa chiamarlo a giudizio. Tu sei più debole, lo Stato è più forte, e questa forza non è soggetta a contestazione, non ha bisogno di giustificazione. Uno Stato che mostri questo volto non è più l’«imperium rationis» di cui parlava Hobbes (che non era una mammoletta, peraltro), ma il regno incontrollato della forza.

L’uso della forza senza indagini

Ora, non è difficile misurare tutta la distanza che separa il modo in cui è mantenuto l’ordine pubblico nel nostro Paese e il modo in cui, negli Stati Uniti, l’ICE è stata chiamata a operare per far piazza pulita dei migranti illegali. Da noi, non si usano i bambini come esche e non si spara a sangue freddo sui manifestanti. La domanda che tuttavia dobbiamo farci è la seguente: c’è qualche nesso fra l’uso spregiudicato della forza da parte dell’ICE e il fatto che, al momento, non si ha notizia alcuna di indagini nei confronti di agenti impegnati nei raid anti-immigrazione?

Certo che c’è, ed è la ragione per cui dobbiamo augurarci che, da noi, non si comprometta o indebolisca, con eccezioni a prescindere, la capacità di sottoporre a indagine le forze dell’ordine. Anche a Minneapolis gli agenti possono sparare solo se avvertono un pericolo, solo se si sentono minacciati, solo se necessario. Quel che fa la differenza è che dal governo federale è stato eretto un muro a difesa di qualunque agente apra il fuoco, persino quando si dispone di tutta l’evidenza necessaria per sapere che il colpo ha ucciso un uomo disarmato, circondato e immobilizzato, come nel caso di Alex Pretti.

Il diritto di uscire di casa

Noi non dobbiamo alzare quel muro, se non vogliamo sgretolarne un altro, quello che protegge i cittadini dalla violenza, dall’intimidazione, dall’arbitrio. La democrazia muore, o diviene un guscio vuoto, quando passa il ragionamento che se te ne stai tranquillo a casa, se non protesti, se non manifesti, se lasci perdere, se non scioperi, se non intralci, se non dissenti, allora non hai nulla da temere. Perché uscire di casa, protestare o dissentire non sono atti per cui si debba temere nulla, in democrazia. Sono, anzi, la sua essenza.

La “democrazia” delle mani libere

La democrazia muore, invece, se si vogliono avere le mani libere. Soprattutto se le si vuole avere per impugnare una pistola e sparare senza pensieri o preoccupazioni. E se è forse vero – com’è vero, nel far west – che quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto, è vero pure che quando un uomo con la pistola incontra un uomo col cellulare, un uomo che vuol documentare quel che sta succedendo, l’uomo col cellulare è un uomo morto, forse, ma è certamente lui a difendere e ad aver difeso la democrazia.

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