Nell’America di Trump la politica smette di argomentare e si limita a mettere in scena la forza. Dazi, violenza e comunicazione funzionano come colpi di scena di un racconto pop permanente, dove il potere diventa spettacolo
Cancellata ogni distanza tra spettacolo e decisione, tra narrazione e violenza, è l’America di Trump il punto in cui la cultura di massa e il potere si sovrappongono senza più residui. Rancore, violenza e sopraffazione. Americani che odiano tutti: gli alleati, i nemici, gli immigrati, i mercati, perfino sé stessi. Come se l’odio fosse l’unico affetto compatibile con una società ipermediatizzata, dove ogni relazione è competitiva e ogni identità è sotto minaccia. Odiare per esistere. L’odio, forma pop dell’autodifesa.
Noi europei possiamo accettare questo miscuglio di odio e di violenza che come un’onda gigantesca minaccia di attraversare l’Atlantico? La domanda, guardando l’America di Trump, sembra uscire davvero da una sceneggiatura che mescola il cinema politico degli anni Settanta con il fumetto postmoderno. E forse non è un caso. Perché oggi la realtà geopolitica si comporta come un genere cinematografico impazzito, dove i codici saltano e i ruoli si scambiano senza preavviso.
La geopolitica come genere cinematografico
La regia di questa fase storica è chiarissima: campo lungo sul Far West globale, carrello in avanti sulla legge del più forte, montaggio serrato tra violenza fisica, tecnologica, commerciale. Il tutto accompagnato da una colonna sonora martellante fatta di slogan, tweet, fake news. Non c’è spazio per il silenzio, per la complessità, per il dubbio. Sono elementi che rallentano il ritmo e, come sappiamo, oggi il ritmo è potere.
Ritmo, slogan e comando
La violenza fisica dello Stato – polizia militarizzata, confini trasformati in set di un action movie a basso budget, corpi ridotti a comparse sacrificabili – è solo la sequenza più esplicita, quella che serve a ricordarci chi comanda. Ma il vero film si gioca altrove, nei backstage invisibili della violenza industriale e tecnologica.
Qui non siamo più nella filmografia classica, ma in una distopia ben illuminata, pulita, apparentemente razionale. La violenza commerciale e quella dei dazi sono il perfetto equivalente del colpo di scena: improvvise, spettacolari, punitive. Non servono a costruire un mondo migliore, ma a riaffermare un rapporto di forza. Come nei film di frontiera, non importa chi ha ragione, importa chi resta in piedi alla fine della sequenza. I dazi diventano così un’arma narrativa prima ancora che economica: segnano i confini tra amici e nemici, tra vincenti e perdenti, senza bisogno di spiegazioni ideologiche.
I dazi come arma narrativa
In questo contesto, l’America smette di essere la “fabbrica dei sogni” e torna a essere ciò che è sempre stata anche nel cinema più onesto: un laboratorio di miti violenti. E come insegna Barthes, il mito non mente: naturalizza. Prende un fatto storico e lo presenta come ovvio, inevitabile, quasi biologico. Così la violenza dello Stato, quando si traveste da racconto eroico, smette di apparire come scelta politica e diventa carattere. «È fatto così».
L’America di Trump, sulla scena interna ed esterna, sta funzionando precisamente in questo modo: non argomenta la violenza, la mette in scena. Perciò il Joker è una figura esemplare. Non è il Male assoluto, ma il sabotatore del senso. Trump-Joker non propone un nuovo sistema: espone l’arbitrarietà di quello esistente. I dazi non sono misure economiche, ma colpi di scena. Gli arresti simbolici di presidenti, la caccia agli immigrati, le operazioni letali delle forze speciali all’estero e in patria non sono atti da giustificare, ma episodi da consumare. Producono shock, non consenso. Visibilità, non legittimità.
Trump-Joker e la politica come shock
Inoltre oggi il mito non ha più bisogno di essere edulcorato. La maschera cade, e sotto non troviamo un mostro, ma un volto familiare. È questo che inquieta. Trump non è alieno: è perfettamente coerente con una lunga tradizione di narrazioni fondate sull’eccezionalismo, sulla conquista, sull’idea che il mondo sia un set da dominare.
Se poi ci si chiede dove siano i supereroi buoni della Marvel, quelli che salvavano il pianeta mettendo insieme forza e responsabilità morale, il discorso si fa interessante. Perché i supereroi, nel cinema contemporaneo, sono entrati in crisi da tempo. Sono diventati ambigui, tormentati, spesso collaterali al potere che dovrebbero contrastare. Sono molti, forse troppi: tanti quanti le diverse sinistre delle nostre opposizioni democratiche. Combattono battaglie spettacolari, ma raramente mettono in discussione il sistema che genera il conflitto.
La crisi degli eroi buoni
In fondo, anche loro difendono un ordine. E quando l’ordine coincide con la violenza strutturale, l’eroe rischia di diventare un funzionario. Forse non ci sono perché non possono più esserci. Perché il loro ruolo presuppone una distinzione chiara tra bene e male, tra legalità e giustizia. Distinzione che oggi appare sfocata, come un’inquadratura fuori fuoco. I buoni esitano, discutono, si frammentano. I cattivi agiscono. E il cinema, si sa, premia l’azione.
Noi occidentali europei, seduti in platea, assistiamo a questo film con un misto di fascinazione e disagio. Ci indigniamo per alcune scene, applaudiamo altre per stanchezza o cinismo, intanto il racconto procede. Accettiamo la violenza tecnologica perché è comoda. Accettiamo quella commerciale perché ci viene spiegata come inevitabile. Accettiamo persino quella fisica, purché resti ai margini dello schermo, lontana dal nostro campo visivo quotidiano.
L’Europa in platea
Magari il problema non è neanche la mancanza di eroi, ma la povertà di scrittura. La politica ha rinunciato a raccontare storie complesse, preferendo archetipi semplificati. Il Far West globale, allora, non è solo una condizione geopolitica, ma il genere narrativo che torniamo ad accettare come naturale. Il mito fondativo dell’America che riemerge come unico linguaggio disponibile. Frontiera, conquista, nemico, legge del più forte.
E poiché oggi la frontiera è ovunque, il nemico è mobile, la forza è tecnologica, il Far West globale non è il ritorno alla barbarie: non uno spazio senza legge, bensì uno spazio in cui la legge coincide con la forza che la impone. E il colpo di pistola diventa il tweet più veloce, una firma anticipata, un aggiornamento di sistema.
Possiamo davvero accettare tutto questo? Certo. Lo spettatore può sempre restare seduto fino ai titoli di coda. Ma a forza di guardare film violenti, si rischia di dimenticare che non si tratta di finzione. E che, a differenza del cinema, qui non c’è un secondo ciak.
Nessun secondo ciak
Se i supereroi non arrivano, forse è perché abbiamo delegato loro per troppo tempo il compito di immaginare il bene al posto nostro. O forse Trump-Joker non ha bisogno di Batman perché il pubblico non lo chiede più. Chiede intrattenimento, semplificazione, conflitto. I supereroi buoni restano sullo schermo perché lì possono ancora funzionare come nostalgia. Ma nella realtà, il bene è diventato inefficiente, poco virale, poco performativo.
E perciò dobbiamo ammettere che Trump, in questo scenario, non è un’anomalia. È una star. Trump è Joker non perché sia folle, ma perché incarna perfettamente il villain carismatico della cultura pop contemporanea: eccessivo, imprevedibile, ironico, immune alla vergogna. Un Joker che non distrugge il sistema per rivelarne il gioco. La faccia deforme ride perché sa che le regole sono già saltate. Proprio quel che Trump fa ogni giorno, in diretta permanente, senza sceneggiatura, senza montaggio, senza morale.
Il villain carismatico
Ma se noi restiamo impalati a guardare non è perché siamo cattivi. Noi siamo spettatori inermi. O meglio ci sentiamo inermi. E la nostra impotenza è la forma più efficace del potere ideologico. Ci diciamo: «Non c’è alternativa». La frase più violenta del tempo in cui viviamo. Più violenta di qualsiasi muro, di qualsiasi deportazione. Perché cancella la possibilità stessa del pensiero politico.




















