Marco Buti, già direttore generale per gli affari economici della Commissione Ue e capo di gabinetto del commissario Gentiloni, commenta il bilaterale Meloni-Merz e le sfide che attendono l’Europa
Il bilaterale Meloni-Merz è il culmine di tendenze politiche ed economiche in atto da tempo in Ue. La domanda è se l’avvicinamento tra Italia e Germania possa rappresentare una spinta in direzione dell’integrazione europea. Marco Buti è stato direttore generale per gli affari economici della Commissione Ue e capo di gabinetto del commissario Gentiloni.
I due leader si vedono a Roma e presentano un documento condiviso di rilancio Ue. La Francia di Macron è il grande escluso?
«L’impasse del motore franco-tedesco ha origini lontane e ragioni strutturali. Dalla crisi finanziaria del 2011 a oggi, l’economia tedesca e quella francese sono state su percorsi divergenti molto accentuati. Ci sono diversi indicatori che lo testimoniano».
Ad esempio?
«Innanzitutto il debito pubblico, che all’inizio dell’unione economica e monetaria era intorno al 60% per entrambi i paesi, mentre oggi ha una distanza di circa 60 punti tra i due. Un altro fattore importante è il grado di apertura dell’economia. La Germania è diventata un’economia “piccola”, sempre più aperta e dipendente dalla domanda mondiale e tirata dalle esportazioni nette. La Francia è andata invece nella direzione opposta. Poi c’è un ultimo fattore legato al mercato del lavoro».
Può spiegare?
«La Germania ha una disoccupazione che si è ridotta molto nel tempo, mentre in Francia rimane un problema serio. Tutto questo delinea una differenza strutturale che inevitabilmente influenza le posizioni dei due governi con inevitabili conseguenze sulla capacità del motore franco-tedesco di funzionare a pieni giri».
Oltre a ragioni economiche, vede anche un fattore politico dell’avvicinamento tra Germania e Italia.
«Erano dinamiche in nuce all’interno dei movimenti nel Parlamento Europeo. Per la prima volta il Ppe ha la possibilità di una maggioranza alternativa alla tradizionale alleanza pro-europea, quella con i socialisti e i liberali. Oggi l’alternativa è l’alleanza con partiti di destra ed estrema destra. Questo ha lasciato il Ppe libero di spostarsi su una o sull’altra maggioranza e le alleanze con i partiti di destra sono diventate sempre meno occasionali. C’è un’obiettiva convergenza molto favorita da Manfred Weber, esponente della CSU bavarese e leader del Ppe al Parlamento europeo. Tutti questi elementi, sia economici che politici, facevano presagire una convergenza che adesso viene alla luce del sole».
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Commentando il non-paper italo-tedesco per il vertice sulla competitività di febbraio sono stati rispolverati i rapporti Letta e Draghi. Quello di Letta, in particolare, individuava tre settori fondamentali su cui investire per completare il mercato unico e l’integrazione europea: connettività, mercati finanziari ed energia. Ne vede altri?
«Sono senz’altro tre direttrici fondamentali per completare il mercato unico. Certo fa specie che siamo a quarant’anni dall’Atto Unico che lanciò il progetto e stiamo ancora discutendo del suo completamento. Comunque, il messaggio sulla priorità del mercato unico è importante. Il difetto più evidente del documento italo-tedesco è la lettura parziale che viene fatta sia del rapporto Letta che di quello Draghi».
Perché parziale?
«Perché, convenientemente agli interessi tedeschi, non si parla di strumenti comuni di finanziamento. In Letta e in Draghi gli elementi di semplificazione regolamentare, completamento dell’integrazione dei mercati dei capitali e altre misure vanno di pari passo con finanziamenti centralizzati come gli eurobond. E’ un tema molto sensibile soprattutto dal punto di vista tedesco. Di questo non c’è traccia. Nel documento, invece, si fa allusione all’ammorbidimento della disciplina sugli aiuti di stato. Ma se si dà via libera alle politiche industriali nazionali invece che a politiche europee, aumenta il rischio di frammentazione del mercato unico».
E perché la Germania gioverebbe di questa frammentazione?
«Ne traggono giovamento tutti i paesi che hanno tasche fiscali profonde, che hanno cioè ampi margini di manovra sul bilancio pubblico. Perseguire questa via è molto pericoloso per l’Europa e ancora di più per l’Italia».
A Davos il premier canadese Carney si è rivolto alle potenze “medie”, invitandole a sedersi al tavolo dei grandi per evitare di finire nel menu. Che ne pensa?
«Innanzitutto va plaudito il coraggio di Carney, che ha parlato il giorno prima di Trump e poi è stato “punito” via social con l’esclusione dal Board of Peace di Gaza. Questo la dice lunga sulla gestione di quel board. Sullo scenario mondiale ci sono tre tipi di potenze: due superpotenze al di sopra di tutti gli altri, Stati Uniti e Cina, poi una serie di medie potenze, che erano appunto quelle di cui parlava Carney. E infine c’è un’eccezione, una superpotenza incompleta, l’Unione Europea».
Poniamo che il processo di integrazione europea vada a buon fine. L’Ue potrebbe davvero competere con le grandi potenze mondiali?
«Realisticamente non può arrivare al livello di Usa e Cina. Allo stesso tempo, però, ha una capacità di attrazione e di leadership sulle medie potenze. Quindi potrebbe essere un aggregatore molto efficace. In un ipotetico mondo multipolare, in cui l’Europa prende l’iniziativa e mette insieme le medie potenze, questo costringerebbe gli Usa post-trumpiani e la Cina di scegliere da che parte stare».
Ma come si traduce in pratica un mondo “alla Carney”, multipolare?
«L’Europa deve prendere l’iniziativa ora, senza enunciare grandi principi, ma con iniziative concrete. In particolare ne indicherei due. Elon Musk ha sostanzialmente azzerato il programma USAID, che prevedeva interventi statunitensi nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Ha cioè azzerato 66 miliardi di dollari. Ora, l’Unione Europea, con il cosiddetto TeamEurope, ha oltre 90 miliardi di euro a disposizione per il sostegno ai paesi in via di sviluppo. Una iniziativa potrebbe essere di sostituire USAID attraverso un’iniziativa Ue che aggreghi il Canada e altre medie potenze industrializzate. Questo avrebbe un impatto importante nella creazione di un mondo multipolare più giusto ed equilibrato».
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La seconda iniziativa?
«A marzo si terrà in Camerun la quattordicesima conferenza ministeriale dell’organizzazione mondiale del Commercio. L’Ue dovrebbe convocare una conferenza a febbraio sul Free and fair trade con le medie potenze di cui parla Carney e predisporre una proposta unitaria di riforma dell’organizzazione mondiale del commercio da proporre alla conferenza di marzo. Queste due iniziative si innesterebbero su quanto l’Ue aveva fatto bene, almeno fino a quando non ha ritardato l’approvazione del nuovo trattato di libero scambio con il Mercosur, e cioè favorire la diversificazione del commercio europeo nel mondo. In questa costruzione, oltre al Mercosur, sono fondamentali l’accordo sull’Indonesia e il prossimo accordo su un’area di libero scambio con l’India».
Restiamo sul Mercosur. Che lettura dà della rottura tra i paesi europei sull’accordo?
«Ci sono letture di tipo economico-strategico e letture di tipo politico-istituzionale. Dal punto di vista economico, lo stop è un disastro. Dopo oltre 25 anni di negoziati, aver raggiunto un accordo era un passaggio storico. Ora, anche nella migliore delle ipotesi, il pronunciamento della corte di giustizia europea richiederà minimo dodici mesi. Questo proietta un’ombra sui paesi del Mercosur, anche considerando il fatto che adesso la presidenza è del Paraguay, meno entusiasta dell’accordo rispetto al Brasile, che presiedeva il Mercosur nel 2025. È un messaggio negativo per la credibilità dell’Europa. L’unica speranza adesso è che la commissione dia il via libera all’applicazione ad interim dell’accordo. Lo può fare. Sarebbe utile un segnale del Consiglio europeo per darle copertura politica».
Dal punto di vista politico e istituzionale, invece, cosa ci dice la vicenda del Mercosur?
«Mostra che l’istituzione che dovrebbe incarnare il più genuino spirito europeo – il Parlamento – continua a comportarsi seguendo logiche nazionali. Questo, da un certo punto di vista, è inevitabile, visto che i parlamentari europei sono eletti sulla base di elezioni nazionali. Come primo passo, si dovrebbe ripescare l’idea francese di liste transnazionali. Ma la cosa più eclatante è proprio la Francia di Macron: indica l’autonomia strategica dell’Europa come una condizione fondamentale per sopravvivere nel nuovo mondo, poi vota in maniera compatta contro un accordo che andava esattamente in quella direzione. È un altro esempio di quella divergenza franco-tedesca che ha aperto la via all’accordo Meloni-Merz».


















