Il discorso del presidente ucraino a Davos non è un atto d’accusa contro l’Unione europea, ma una sollecitazione politica rivolta a un’Europa ancora incompiuta
«Un bellissimo ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze». Così Volodymyr Zelensky ha descritto l’Europa, una forza potenziale che continua a presentarsi in forma dispersa, intermittente, talvolta reattiva più che progettuale. Ma è davvero così? Negli ultimi mesi l’Unione europea ha dato segnali tutt’altro che irrilevanti, mostrando come l’unità, quando arriva, sia in grado di produrre effetti politici concreti.
Quando l’Europa si muove, incide
L’Unione ha saputo fermare e rimettere in discussione proposte di “pace” sull’Ucraina costruite altrove e senza l’Ucraina. Ha risposto con compattezza alle pressioni dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia, difendendo non solo un territorio, ma un principio: quello della sovranità europea non negoziabile a colpi di ultimatum.
Sono stati passaggi cruciali, perché hanno mostrato una verità che per anni l’Europa ha esitato a riconoscere: quando è unita, può agire. E quando agisce, ottiene risultati. Il problema, semmai, è che questa unità arriva spesso con lentezza, quando il contesto internazionale ha già imposto le sue scadenze.
L’anno perso e la fine delle illusioni
L’Europa ha perso almeno un anno inseguendo una strategia di appeasement verso Washington, confidando che l’alleanza atlantica bastasse a garantire stabilità anche in un contesto mutato. Oggi sa che non è più così. Non perché il rapporto con gli Stati Uniti sia superato – al contrario, resta imprescindibile – ma perché non può più essere subito come un dato naturale.
L’alleanza va negoziata, aggiornata, resa più simmetrica. Se l’Ue non può rinunciare agli Usa, può e deve diventare più assertiva e contrattuale, consapevole del proprio peso politico ed economico.
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Le leve europee e l’equilibrio dell’alleanza
Le leve non mancano: i dazi, l’architettura dell’alleanza militare, il peso del debito pubblico americano, la forza del mercato europeo. Non sono strumenti di rottura, ma di equilibrio. Servono a ricordare che l’alleanza funziona solo se entrambe le parti si riconoscono come soggetti politici, non come garanti unilaterali e protetti permanenti.
È su questo terreno che la critica di Zelensky assume un significato diverso: non un rimprovero esterno, ma una sollecitazione interna a usare fino in fondo strumenti già disponibili.
Nel suo intervento Zelensky ha anche richiamato il tema delle garanzie di sicurezza. «Stiamo lavorando attivamente con i partner. Li ringrazio, ma serve la luce verde degli Stati Uniti», ha detto, aggiungendo che «tutti si dicono ottimisti, ma c’è sempre un “ma”». A suo giudizio, l’Europa «sembra persa nel tentativo di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare linea. Ma lui non cambierà».
Zelensky come interlocutore europeo
Zelensky ha rampognato l’Europa, certo, in parte con ragione. Ma lo ha fatto da interlocutore interno, perché negli anni della guerra si è conquistato il diritto – politico prima ancora che simbolico – di parlare da europeo con i leader europei. E persino di offrire competenze, tecnologie e know-how militare che l’Europa non possiede e di cui potrebbe beneficiare.
Letto da questa angolazione, il discorso di Davos non appare come un attacco all’Unione, ma come una richiesta di maturazione politica.
Un’Europa incompiuta, non debole
Zelensky non descrive un’Europa debole: descrive un’Europa incompiuta, che alterna esitazioni a improvvise accelerazioni. Ed è proprio in queste accelerazioni che ha dimostrato di poter incidere davvero. Il cuore del messaggio sta qui: più coerenza tra linguaggio e strumenti, più rapidità nell’attuare decisioni già prese, più capacità di usare le leve economiche, giuridiche e politiche di cui l’Unione dispone.
Se l’Ue parla di sovranità e autonomia strategica, allora deve essere pronta a esercitarle nelle decisioni irreversibili: industriali, militari, finanziarie.
Il tempo che accelera e la scelta politica
La frustrazione che attraversa le parole di Zelensky va letta correttamente. È la frustrazione di chi vede un potenziale non ancora espresso e di chi sa che il tempo storico accelera, che “le cose si muovono più velocemente di noi, più velocemente dell’Europa”. In questo scenario, non basta reagire: occorre anticipare.
L’Ucraina non è una periferia da difendere né un problema da gestire. È parte di un destino europeo condiviso, un soggetto che ha già pagato il prezzo più alto e che può contribuire attivamente alla sicurezza del continente.
Dal caleidoscopio alla figura
Il “caleidoscopio” evocato a Davos può restare decorativo, oppure diventare una figura riconoscibile. Dipende da una scelta politica. Il discorso di Zelensky va letto come uno stimolo a fare meglio, insieme, e con maggiore lucidità strategica.
In fondo, la domanda è semplice e radicale: che cosa significa oggi essere europei, in un tempo in cui i conflitti non sono più astratti né lontani? Restare un bellissimo caleidoscopio o diventare, finalmente, un soggetto capace di decidere.





















