21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Gen, 2026

Il futuro e le incognite che dilaniano l’Occidente

I leader europei nell'Oval Office

Il futuro dell’Occidente tra incertezze geopolitiche, crisi dell’asse euro-atlantico, Trump, Russia e il ritorno della logica della forza nei rapporti internazionali


Dopo un anno di appeasement, più o meno contrastato, si ha l’impressione che l’asse indissolubile tra Europa e America, di cui si è parlato per decenni con un tono quasi liturgico, non sia poi così indissolubile. La logica di Donald Trump, con i suoi attacchi frontali alle istituzioni del proprio Paese e alle regole elementari della cooperazione tra alleati, appare oggettivamente distruttiva. Non tanto perché rompa equilibri consolidati (cosa che nella storia accade di continuo) ma perché li rompe senza offrire nulla che possa sostituirli.

Da quest’altra parte dell’Atlantico non è affatto chiaro come ci si debba comportare. Ha ragione Emmanuel Macron quando invita Trump a concentrarsi sul martirio dell’Ucraina e lasciar perdere il resto? Oppure ha ragione Giorgia Meloni quando, con il consueto pragmatismo, chiede a tutti di tenere i nervi saldi e andare avanti facendo finta di nulla? Da un lato, l’idea di una Europa che deve parlare chiaro, anche a costo di irritare Washington. Dall’altro, la linea del basso profilo, del non rompere, del portare pazienza aspettando che passi. Entrambi gli atteggiamenti hanno una qualche ragion d’essere. È il dilemma di un continente che dipende ancora dagli Stati Uniti, ma che comincia a sospettare che quella dipendenza non sia più così vantaggiosa.

L’America è Trump o non è Trump

Le incertezze si moltiplicano e potrebbero essere riassunte in un modo abbastanza brutale: l’America è Trump o non è Trump? La domanda sembra formulata male, anche ingenua, ma è difficile porne una più esatta. Se Trump fosse l’America, con il suo nazionalismo muscolare e il suo disprezzo per le istituzioni, allora la Nato sarebbe un contratto in scadenza e senza rinnovo. E se davvero Trump arrivasse a prendersi la Groenlandia, come lui stesso ha lasciato intendere, non saremmo di fronte all’ennesima boutade: sarebbe il gesto di una nazione ottocentesca, che torna a concepire se stessa come un impero territoriale, non come il perno di una comunità politica più ampia.

Russia, occidente e rottura storica

Anche se abbiamo l’impressione che così la storia stia accelerando verso il caos, forse è vero il contrario: stiamo allignando, rallentando, se non addirittura camminando a passo di gambero. La Russia, che tra gli anni Novanta e i primi Duemila aveva tentato di agganciarsi agli organismi euroamericani, dal G7 fino allo stesso Consiglio d’Europa, è stata progressivamente portata altrove dalle scelte politiche di Vladimir Putin. La violenza interna e l’avventura militare in Ucraina non sono solo crimini gravi: sono state anche la causa di una rottura profonda con l’Occidente liberale. E se, guardando alla demografia, all’economia e alle pressioni geopolitiche del più o meno islamizzato Sud del mondo, l’Occidente come spazio di cooperazione tra Europa, America e Russia può apparire come una necessità, le scelte politiche di Putin e le bizzarrie di Trump sembrano allontanare indefinitamente questo scopo.

Il falso mito del mondo multipolare

La grande parola che tutti evocano, mondo multipolare, viene presentata come una novità epocale, quando invece descrive una condizione quasi scontata della storia moderna. L’Europa, in particolare, ha conosciuto per secoli assetti multipolari, conflitti ricorrenti, potenze che emergono, decadono e si spartiscono il resto. Dal Congresso di Vienna alla vigilia della Prima guerra mondiale, il continente fu retto da una lotta tra l’Impero britannico, la Francia, la Russia zarista, l’Impero austro-ungarico e, più tardi, la Germania guglielmina. Un sistema tutt’altro che pacifico e chiaramente plurivoco. Anche nel secondo dopoguerra, dietro la facciata del bipolarismo, convivevano già più attori: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, l’Europa occidentale in ricostruzione, le tigri asiatiche. La situazione attuale non è così nuova. Anzi, è abbastanza vecchia.

L’Occidente senza canone

Ciò che è inedito è il venir meno della solidità dell’asse occidentale. I nemici storici dell’atlantismo come Lucio Caracciolo gongolano: «Il blocco transatlantico è storia. Nato e Ue continuano a esistere come organizzazioni. Ma senz’anima. E senza cervello». Non è tanto l’alleanza militare in senso stretto a scricchiolare, quanto un insieme di presupposti comuni politici, economici, spirituali che rendevano prevedibile il comportamento americano. Quanto Trump rappresenti davvero l’America è difficile da dire, anche per i diretti interessati: il presidente e il suo Paese. Ma proprio questa incertezza è parte del problema. Trump non è solo un incidente esterno alla tradizione americana, né può essere liquidato come una parentesi folcloristica. È piuttosto una possibilità interna al sistema politico statunitense, che oggi si manifesta senza più filtri, e davanti alla quale l’Europa è smarrita.

Il problema non è solo Trump

Entrambi, Trump e lo smarrimento dell’Europa, sono i sintomi di un Occidente che nel suo insieme sembra aver dimenticato il proprio canone, il senso di ciò che gli consentiva di essere uno spazio storico dotato di una missione prima ancora che di interessi. In questo senso il problema non è Trump in sé, ma ciò che Trump ha involontariamente portato alla luce. Trump ha trasformato l’alleanza in una trattativa permanente, l’amicizia in un calcolo costi-benefici, la fedeltà in una concessione revocabile. Ma tutto questo è stato possibile perché il terreno era già preparato: l’incrinatura del rapporto Europa-Usa potrebbe essere il sintomo di una crisi più profonda, che riguarda l’Occidente come spazio politico incapace di giustificare se stesso, che vola bassissimo e chiede solo di amministrare la propria inerzia.

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