21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Gen, 2026

Caro Foucault, oggi l’ayatollah ha cent’anni di ritardo

Nel dibattito sull’Iran, l’ayatollah e Foucault tornano al centro: tra eccesso di storicità, repressione e ritardo storico del regime


A loro non la si fa. Loro lo sanno che la foto della ragazza che si accende una sigaretta bruciando un’immagine di Khamenei non è stata scattata durante le recenti proteste, è di qualche anno fa, e non è neanche detto che quella ragazza sia iraniana. Come se a contare davvero fosse più dove, quando e perché è stata scattata quella foto che non la forza simbolica che assume oggi, che in Iran è stata messa in atto la più feroce repressione dal secondo dopoguerra.

Loro, gli eredi del peggior Foucault, lo sanno che il regime dello Scià era un regime repressivo: la laicità non era una scelta ma un obbligo, l’occidentalizzazione una forzatura dei costumi tradizionali, l’uso della cravatta un’imposizione.

L’eccesso di storia

Bene, d’accordo. L’approfondimento storico è sempre opportuno, aiuta a orientarsi nel mondo contemporaneo, a comprenderne le trame, a far prevalere il criterio della mediazione su quello dell’adesione emotiva. Ma diceva quel tale che la storia può sì essere utile, ma può altresì arrecare un danno alla vita. Ogni atto linguistico, anche quello più apparentemente neutro e avalutativo, ha una componente perlocutoria, costituita dall’effetto che provoca sul destinatario, dalle conseguenze prodotte. Ecco allora che se per analizzare il dramma iraniano delle ultime settimane ci si limita alla rievocazione dei tempi bui dello Scià, si rischia di ottenere un effetto retorico e pericoloso: giustificare tutto quello che è venuto dopo. Sotto il mantello di un’operazione meramente descrittiva, l’analisi storica rischia cioè di tradursi in un tribunale che da un lato assolve imputati sulla cui colpevolezza si sono accumulate montagne di prove e, ciò che è peggio, manda a morte gli innocenti.

Tra l’Urss e l’ayatollah

Davvero vogliamo ripetere l’errore commesso dalle élite intellettuali nel ’79? Colpisce soprattutto che a fare sfoggio di realismo storico siano quegli stessi che, in altre occasioni, hanno assolutizzato il criterio morale. Molto più delle alterne valutazioni delle piazze, oggetto di benedizioni laiche in alcuni casi, stigmatizzate in altri, è quella di una morale impiegata a fisarmonica la contraddizione in cui si avviluppa il ceto intellettuale, soprattutto nel nostro paese.

Un po’ come quando i parlamentari del Pci plaudevano all’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest. Il giovane Montanelli, inviato in Ungheria, sentiva l’eco di quegli applausi mentre dettava al collega in parlamento la cronaca di quanto stava succedendo. Come se oggi, incuranti della storia recente, quella che parte dal referendum del ’91 con cui gli ucraini optarono per l’indipendenza dalla Russia (ma anche limitarsi alla storia recentissima dal 2022 in avanti sarebbe sufficiente), ci si appelli alla “tradizionale” appartenenza dell’Ucraina alla Federazione Russa.

Foucault a Teheran

Negli ultimi mesi del ’78, nell’inedita veste di inviato del Corriere, Foucault sponsorizzava la rivoluzione khomeinista: scriveva che lo Scià ha cent’anni di ritardo, perché per l’Iran e gli iraniani la vera modernizzazione, il vero progresso, è l’arcaismo; perché «in Iran la modernizzazione come progetto politico e come principio di trasformazione sociale appartiene al passato». Agiva, soprattutto nella cultura francese dell’epoca, lo scivolamento del marxismo da critica della modernità borghese e capitalista a critica della modernità tout court. Fu diritto di Foucault sostenere quelle tesi ed è nostro diritto contestarle oggi che le cose stanno diversamente, che è il regime degli ayatollah ad avere accumulato un clamoroso ritardo storico, che i gruppi sociali all’epoca in piazza contro lo Scià sono oggi in piazza contro un regime illiberale e violento non al passo con la volontà degli iraniani.

Il nostro tic intellettuale

Nelle prime pagine di Leggere pericolosamente, la scrittrice iraniana Azar Nafisi ricorda l’episodio di Salman Rushdie, autore indiano dei Versi satanici, oggetto della fatwa di Khomeini nell’89: «secondo l’ayatollah Khomeini, Rushdie meritava la morte perché il suo libro sbeffeggiava l’Islam e il profeta Maometto». Gli scrittori che difesero Rushdie, i traduttori e gli editori di quel libro in giro per il mondo furono oggetto di attentati, alcuni dei quali mortali. Mettere a tacere l’immaginazione letteraria è operazione tipica di ogni regime dispotico.

Giustificare l’esistente tramite l’eccesso di storicità, invece, sembra esserlo di quelli democratici, insieme alla tendenza ad annoverare qualsiasi azione come semplice reazione: la Russia reagisce al comportamento della Nato, Hamas reagisce ai soprusi israeliani. Certo che tutto consegue ad altro e che ad ogni azione corrisponde una reazione; il problema sorge quando questa forma mentis diventa lo strumento per assolvere e deresponsabilizzare. Per lo stesso tic intellettuale si considera implicitamente un bene tutto ciò che in Iran gli ayatollah hanno costruito (e distrutto) come reazione alla falsa modernità dello Scià. Ma prima ci liberiamo di questo tic, meglio è.

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