Sulla giustizia si misura una civiltà veramente democratica. Ma spesso baratta la verità con la logica
C’è un’immagine, in certe sentenze, che pesa più di una perizia: è l’immagine di un Paese che “vuole” un colpevole. Non perché lo abbia trovato, ma perché non sopporta più l’idea di non averlo. E quando la giustizia viene investita da questa impazienza collettiva – alimentata dai media, dalle campagne, dall’ossessione per la chiusura del cerchio – il processo smette di essere un luogo di verifica e diventa un luogo di riparazione simbolica. È qui che si consuma l’equivoco. Perché la giustizia non ripara il dolore, non restituisce le vite spezzate, non rimette a posto la storia. La giustizia, in una democrazia liberale, ha un compito più sobrio: accertare, quando possibile, la verità dei fatti e, comunque, proteggere l’innocente dal potere punitivo dello Stato. Anche quando la società chiede altro.
Il caso Cella
Io non so se Anna Lucia Cecere sia davvero l’assassina di Nada Cella. Non lo so, e non mi interessa fingere di saperlo. Qui il punto è un altro, più inquietante e più politico: trent’anni dopo un delitto, una donna viene condannata a 24 anni sulla base degli stessi indizi che all’epoca dei fatti erano stati ritenuti insufficienti. Allora sortirono un proscioglimento, oggi bastano per una condanna. E non perché nel frattempo sia cambiato il Codice, o siano stati riscritti i principi della prova, o si sia rovesciata la grammatica del “oltre ogni ragionevole dubbio”. No. Il diritto penale è rimasto quello che era. È cambiato qualcos’altro: l’atmosfera. La postura delle corti. L’idea stessa di processo.
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La prudenza non è mancanza di coraggio
Quello che prima era prudenza, oggi viene bollato come “mancanza di coraggio”. E infatti c’è chi, raccontando questa sentenza, parla apertamente di decisione “coraggiosa”. Ma coraggiosa rispetto a cosa? Coraggiosa nel senso di audace? O nel senso di temeraria? Perché se il coraggio consiste nel condannare senza la prova regina e senza riscontri decisivi, allora stiamo confondendo una virtù democratica con un azzardo giudiziario. Il processo penale non è un rito propiziatorio. Serve ad accertare responsabilità individuali. E se quel metodo non regge, non vince la giustizia: vince una logica di risultato travestita da sentenza.
Gli “indizi”
Nel caso di Nada Cella, il quadro è un mosaico di indizi, sostanzialmente tre. Il primo: le testimonianze. C’è la versione di una clochard, che colloca una donna in uscita dal palazzo del delitto e un’altra presenza sul portone. È un racconto che trent’anni fa era stato giudicato fragile e che oggi viene ripescato quando la testimone non può più essere risentita perché defunta. E ci sono altre testimonianze “laterali”, vaghe, legate a ricordi di contorno: dichiarazioni che nel tempo diventano inevitabilmente più esposte al rischio di suggestione e di rilettura retrospettiva. Il secondo indizio: i bottoni.
Qui non si parla di un elemento generico, ma di un dettaglio specifico: il giorno dell’omicidio viene trovato un bottone sotto il corpo della vittima. Quel bottone viene ritenuto “compatibile” o simile a quelli di una giacca riconducibile a un ex della Cecere. Solo che quel reperto, oggi, non è un oggetto realmente a disposizione: di quella giacca – per come emerge dalla ricostruzione giornalistica – resterebbe soltanto una fotografia. È un indizio che vive quindi su un confronto indiretto, povero. Il terzo: gli indizi logico-comportamentali. La presunta reticenza del commercialista, datore di lavoro di Nada Cella, le sue versioni sui rapporti con l’imputata Anna Lucia Cecere, l’idea che lui abbia minimizzato o negato una frequentazione e la presunta rivalità tra le due donne.
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La domanda sociale di giustizia
La condanna è l’esito logico e congetturale di elementi fino a ieri ritenuti insufficienti. Non è semplicemente un esito processuale: è un segnale culturale. Dice che la presunzione d’innocenza può essere compressa se la domanda sociale di giustizia è abbastanza forte. Dice che “in dubio pro reo” resta una formula, purché non intralci il risultato. Infine, dice che la libertà individuale può essere sacrificata se il sistema ha bisogno di una risposta.
I processi mediatici
Questa pressione non nasce nel vuoto. Questo caso, com’è noto, è stato riattivato da un lavoro esterno al circuito giudiziario: lo studio di una criminologa, la spinta mediatica, la lunga esposizione televisiva, l’attenzione martellante. Una campagna che ha trasformato una vicenda tragica in un meccanismo di aspettativa: bisogna arrivare a una conclusione, bisogna chiudere, bisogna dare un nome. Quando poi la riapertura viene giustificata dall’idea che il DNA finalmente parlerà, che la scienza scioglierà i nodi, l’opinione pubblica si aspetta il colpo di teatro.
Ma il colpo di teatro non arriva. Il DNA non consegna la “prova nuova”, perché le tracce ematiche conservate non consentono un’identificazione dell’assassino o dell’assassina. Eppure il processo va avanti lo stesso, ricucendo il vecchio materiale indiziario in una nuova trama accusatoria. È un passaggio delicatissimo: perché il flop del salto probatorio apre al rischio di una compensazione: non abbiamo la prova nuova, allora facciamo pesare di più gli indizi vecchi.
Il baratro della democrazia
Non è un problema solo di questo processo. È un problema di clima, di mentalità, di direzione. La democrazia liberale ha un punto cieco: può cedere senza accorgersene. Non per una legge liberticida, non per una riforma clamorosa. Può cedere per prassi. Per interpretazioni. Per il modo in cui le regole vengono usate. Può diventare lentamente una democrazia “di risultato”, dove ciò che conta non è l’affidabilità del metodo, ma la soddisfazione di un’esigenza collettiva. E quando la libertà del singolo viene subordinata a quell’esigenza, si entra in una zona grigia, un pendio scosceso sotto il quale c’è il baratro.
Cesare Beccaria lo ha scritto prima di tutti, con quella lucidità che ancora oggi imbarazza molti: la libertà di un individuo vale più della pretesa coerenza del sistema. Vale più dell’ansia di chiudere un caso. Vale più del bisogno di dare un volto al male. Perché lo Stato, quando punisce, esercita la sua forza più invasiva. E se quella forza non è frenata dalla prova, dalla cautela, dal dubbio, allora non è più giustizia: è potere.
Il coraggio di assolvere
Ecco perché questa sentenza non va liquidata come una normale pagina di cronaca giudiziaria. È un campanello d’allarme. Bisogna avere il coraggio – quello vero – di farsi una domanda impopolare: non stiamo abbassando la soglia della prova? Non stiamo scambiando la logica con la certezza? Non stiamo chiamando “coraggio” ciò che somiglia a un azzardo?
La giustizia non deve essere coraggiosa. Deve essere rigorosa. E la stampa non dovrebbe fare da amplificatore emotivo a una condanna indiziaria presentandola come un atto di audacia democratica. Perché il coraggio, in uno Stato di diritto, non è condannare. Il coraggio è assolvere quando mancano le prove. Anche se fuori dal tribunale qualcuno grida. Anche se la storia “chiede” un finale.


















