Sette risoluzioni sull’Ucraina fotografano un Parlamento diviso come una commedia musicale, ma senza lieto fine né coreografie condivise
Sette spose per sette fratelli, e sette mozioni per il Parlamento italiano. In verità, la maggioranza ha fatto il suo dovere (ma sulla maggioranza, dopo, vorrei tornare): la risoluzione che impegna l’Italia a sostenere Kiev è passata alla Camera con il voto compatto di tutti i partiti compresa la Lega, da cui solo due deputati si sono espressamente sfilati votando no. Invece, all’opposizione: risoluzione Braga e altri (Pd); risoluzione Richetti, Faraone, Magi e altri (Azione, Italia viva, +Europa); risoluzione Pellegrini e altri (M5S); risoluzione Zanella e altri (AVS); risoluzione Della Vedova e altri (+Europa e Misto) e, infine, un’ultima risoluzione che chiede al governo di desecretare il contenuto dei pacchetti d’arma inviati (con un po’ di AVS, un po’ di Cinque Stelle, un po’ qui e un po’ lì).
Nella commedia musicale di Stanley Donen, dalla esuberante coreografia, la maggiore delle sorelle riesce a civilizzare quei selvaggi senza maniere dei fratelli di Adam Pontipee, il suo sposo, e loro non solo balleranno tutti insieme ma si sposeranno pure, in un matrimonio collettivo «a canne mozze», coi fucili puntati perché tutti, senza fiatare, convolino a nozze. Ma tra Elly, la segretaria del PD, e Milly, la protagonista del film, c’è una bella differenza, e la prima non riesce a tenere insieme non dico il matrimonio (mai nemmeno annunciato) con Conte Pontipee, ma nemmeno lo schema molto meno vincolante del famoso campo largo.
L’opposizione che resta divisa
Però – si dice – sono piccole le differenze nel centrosinistra, e ci stanno lavorando. E io non posso non chiedermi se si comprenda bene il senso degli argomenti che vengono portati. Se le differenze sono piccole e di scarso rilievo, tanto peggio! Com’è possibile che non si riesca a superare nemmeno differenze di poco momento, offrendo invece al Paese lo spettacolo paradossale di un’opposizione che accusa la maggioranza di essere divisa, mentre si divide in cinque o sei parti? Se invece le differenze non sono affatto piccole né di poco momento, allora c’è poco da fare: l’opposizione, in questo momento (ed è un momento che dura da un pezzo) non riesce a esprimere una politica estera una. Che sia chiara, comune, credibile.
Ed è questo il caso. Ed è inutile pararsi con la solita solfa: ma è già successo, ma i bombardamenti nell’ex Jugoslavia, ma i dissensi sulle guerre in Iraq o quelli sul ritiro dall’Afghanistan (incidentalmente, vorrei ricordare a quanti si meravigliano di trovare i Cinque Stelle, che fieramente si oppongono a ogni intervento armato, a fianco di Maduro, a fianco degli ayatollah e a fianco di Putin, che il loro leader ed ex Presidente del Consiglio Conte è lo stesso che, nel 2021, ebbe a pronunciare le seguenti immortali parole: «Non va assunto un atteggiamento arrogante, l’Occidente deve coinvolgere tutti per mantenere uno stretto dialogo con i talebani». Con i talebani).
Il mondo è cambiato dalla Prima Repubblica
È inutile intonare questa litania perché, qualunque cosa si pensi di quei momenti di crisi, non c’è dubbio che in mezzo agli sconvolgimenti che la presidenza Trump sta producendo in ogni parte del globo, nessun paese può esistere e stare al mondo senza una politica estera. Non si può più vivacchiare, o menare un colpo al cerchio e uno alla botte, farsi magari (come ai tempi della prima Repubblica) una propria politica un po’ più filo-araba ma sempre sotto l’ombrello americano, che tollererà perché diamo loro le basi e accettiamo una sovranità limitata. Oppure dare spazio e copertura ideologico-culturale a un’opinione pubblica pacifista, visto che abbiamo pur sempre il Vaticano in casa, e pure un ingombrante partito comunista, fermo restando che, però, gli euromissili li installiamo noi uguale uguale a come li installa la Germania.
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Il fatto è che il quadro storico, politico e militare, che consentiva all’Italia gesti di amicizia e buon vicinato in un mondo dominato dall’inimicizia fondamentale fra Est e Ovest, è andato in frantumi. Non tanto per l’emergere di nuovi nemici a Est, quanto per l’affievolimento delle vecchie amicizie a Ovest. La strategia di sicurezza americana ha un punto che non si può far finta di non vedere: l’Europa non ci serve. Può servirci la Groenlandia, non l’Europa. Anzi: come Unione europea, può essere persino d’impaccio.
Meloni ancora vicina ad Orban
Così stando le cose, a chi la raccontiamo la storia delle cinque mozioni più una, delle piccole differenze, Pontipee Conte e Elly/Milly Schlein? Siamo davvero un paese da commedia musicale? Poi c’è la maggioranza. Che ha dato prova di unità nonostante Salvini, la cui irrilevanza sulle questioni importanti è ormai conclamata. E nonostante la piccola caciara dei vannacciani davanti al Parlamento, che vale quel che vale, cioè nulla. Ma come la mettiamo con il video di sostegno all’amico Orbán, in cui non compare solo Salvini (e fin lì), ma pure la premier Meloni? Come può la premier Meloni augurarsi che resti ancora al potere il campione dell’antieuropeismo e del filo-putinismo, mentre sostiene Zelensky e affianca i Volenterosi europei?
Va bene l’affinità ideologica, che si estende a Orbán come a Trump, ma l’interesse europeo? Con Trump si può ancora provare a sostenere che occorre far buon viso a cattivo gioco (ma pure questo gioco sta finendo), ma con Orbán? Qual è l’interesse europeo e italiano che Meloni difende, quando fa i suoi migliori auguri a Orbán? Oppure anche Giorgia Meloni prova a indossare i panni di Milly, e però quello che la Schlein non riesce a fare coi suoi alleati interni, non riesce a farlo neppure lei, con gli alleati internazionali? Ma non è questa la prova, su un versante e sull’altro, di una (comica, purtroppo) inadeguatezza del nostro Paese?


















