Tra argomentazioni ideologiche, memoria storica della sinistra e il nodo del garantismo, il dibattito sulla separazione delle carriere entra nel vivo
Hanno scelto Rosy Bindi come icona delle forze politiche impegnate a sostenere il no nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. E non si fatica certo a dire chapeau alla designazione di un personaggio al cui profilo si addice la formula coniata qualche decina di anni fa dal linguaggio pubblicitario di casa nostra parlando di «forza dei nervi distesi».
Sì, perché la Rosy esibisce tuttora una invidiabile maestria nel vestire di forte razionalità le sue parole pronunciate con purissima cadenza senese. Una qualità che le garantisce accenti persuasivi ben superiori a quelli offerti dalla veemenza romanesca di Giorgia Meloni e anche a quelli che scaturiscono dall’oratoria politica sempre troppo sopra le righe di Elly Schlein.
L’ideologia sul referendum
Peccato però che fin dai primi interventi televisivi sul quesito referendario, la voce della leader contraria alla magistratura a due comparti abbia deciso di mettere da parte la sua proverbiale limpidezza argomentativa per lasciarsi trascinare dalla forza deviante della ideologia. Infatti Rosy Bindi ha discusso della legge costituzionale sulle carriere separate come se essa fosse racchiusa in un elegante pacchetto natalizio da non aprire per scoprirne il contenuto.
E così ha sentenziato che la riforma è da respingere perché consacra la volontà di soffocare il controllo di legalità riservato alle toghe anche sulle linee operative del Governo. In questo modo ha aperto la strada ad un approccio referendario del tutto deviato perché mira ad esaltare una fisionomia della riforma che non ha il minimo riscontro con le nuove norme scritte dal Parlamento.
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Lo scontro con la magistratura
È evidente la anomala suggestione creata dai reiterati orientamenti politici dell’attuale Esecutivo. Nessuno può certo dimenticare lo scontro tra il Governo e le toghe sui centri allestiti in Albania per ospitare i migranti da rispedire ai luoghi di origine, né il conflitto con la magistratura contabile nell’iter del ponte di Messina.
Ma è vero esattamente il contrario. La legge sulle carriere separate attribuisce ai magistrati della pubblica accusa una assoluta indipendenza dal Governo con la creazione di un autonomo CSM per i pubblici ministeri, rendendo così ancor più libera e incisiva l’azione penale diretta a far luce sulle sacche di mala gestio del potere pubblico.
Memoria storica della sinistra
Stupisce che, pur avendo maturato una grande esperienza quale esponente di punta all’interno della sinistra, Rosy Bindi non riesca oggi a comprendere l’intensa svolta garantista insita nella suddivisione della magistratura in due distinti comparti. Sono capitoli di una storia italiana che la cultura progressista del nostro Paese non può mettere in soffitta.
È per questo che, a guardarla da vicino, la Rosy icona del fronte “unionista” appare come una vestale ferma sulla via del referendum: regge nella mano destra una lanterna rossa di divieto, mentre tra le dita della mano sinistra custodisce un lumicino verde, espressivo del sì alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.




















