Schierarsi con il nero Alemanno è un gesto che non chiede applausi. Al massimo chiede silenzio. O quel tipo di attenzione diffidente che si riserva alle cose che non tornano, agli oggetti fuori posto
Difendere Gianni Alemanno mentre la Cassazione blinda la cella in cui è rinchiuso da poco più di un anno, respingendo il ricorso presentato dai suoi avvocati per la revoca parziale della condanna in relazione all’accusa di abuso d’ufficio, è una pessima idea. E proprio per questo mi sembra un’idea necessaria. Schierarsi con il nero Alemanno è un gesto che non chiede applausi. Al massimo chiede silenzio. O quel tipo di attenzione diffidente che si riserva alle cose che non tornano, agli oggetti fuori posto, ai pensieri che non fanno curriculum.
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Chi è Alemanno, oggi
Alemanno: fascista dichiarato, ex sindaco di Roma, ex ministro, ex dirigente di partito, ex uomo del potere. Ex tutto, tranne una cosa: cittadino sottoposto a pena detentiva. Oggi in carcere. Oggi, paradosso dei paradossi, attivista. Dal fondo del pozzo, con la voce che rimbalza sui muri.
Alemanno non è stato una vittima della storia. È stato un protagonista, e nemmeno marginale. Ha portato con sé simboli, parole, posture che appartengono a una tradizione politica oscura, mai veramente elaborata, spesso mascherata da folklore identitario. Roma, sotto il suo governo, non è diventata più giusta, né più bella, né più inclusiva. È diventata più stanca. Più cinica. Più opaca. Questo non si cancella con una lettera dal carcere.
La tentazione della vendetta
La tentazione perciò è semplice: lasciarlo lì. Anzi, godersela. Una specie di contrappasso morale fai-da-te: hai predicato ordine, ora sperimenta la disciplina; hai ignorato gli ultimi, ora diventaci. È un desiderio comprensibile, ma è anche un cattivo desiderio da Stato vendicatore, non da Stato di diritto.
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Quando il problema non è Alemanno
Perché il punto non è Alemanno. Il punto non è il fascismo nostalgico, né la pessima stagione amministrativa romana, né le responsabilità politiche e simboliche che si porta dietro come una scia oleosa. Tutto questo resta. Non si lava. Non si relativizza. Non si archivia. Il punto è un altro: che cosa facciamo quando uno che non ci piace entra in carcere e inizia a parlare di diritti?
Qui scatta il riflesso pavloviano del progressismo pigro: «Adesso se ne accorge». Come se i diritti fossero una scoperta privata, come se la loro validità dipendesse dal curriculum morale di chi li invoca. È un errore grave. È il momento esatto in cui il garantismo smette di essere un principio e diventa una posa.
Il carcere come strumento, non come vendetta
Il fascista Alemanno dal carcere racconta sovraffollamento, burocrazia punitiva, tempo morto, umiliazione quotidiana. Non dice nulla di nuovo. Dice cose che sappiamo da decenni. Le dice però da dentro, e questo disturba. Disturba perché rompe la narrazione comoda: il carcere come luogo giusto per chi “se lo merita”. Ma il carcere non è – o non dovrebbe essere – un dispositivo etico. Il carcere è uno strumento giuridico.
Quando fallisce lo Stato
Quando diventa vendetta, fallisce. Quando diventa discarica sociale, fallisce. Quando smettiamo di preoccuparcene perché dentro c’è uno “sbagliato”, falliamo noi.
Sostenere Alemanno non significa riscriverne la biografia. Significa rifiutare l’idea che esistano detenuti di serie A e di serie B. Significa dire una cosa elementare e quindi impopolare: che i diritti non sono selettivi. O sono per tutti, o non sono.
Il grottesco come lente politica
C’è qualcosa di grottesco – e quindi profondamente politico – nel vedere un ex uomo d’ordine alle prese con la macchina penitenziaria. Ma il grottesco non è una colpa. È una lente. Se persino uno come Alemanno scopre che il carcere italiano è una macchina che consuma persone più che rieducarle, allora il problema è strutturale.
C’è una pulsione autoritaria, molto italiana, che attraversa tutto lo spettro politico: l’idea che la prigione debba “servire” anche a umiliare. È un impulso emotivamente potente, ma civicamente tossico.
La sinistra che ride sotto i baffi è una sinistra che ha smesso di pensare. La destra che tace è una destra che si riconosce troppo in quell’ordine punitivo. In mezzo resta un vuoto: quello di un dibattito serio sulla pena, sulla funzione del carcere, sulla dignità come limite invalicabile.
Difendere Alemanno per difendere lo Stato
Parteggiare per Alemanno, oggi, e augurarsi che sia liberato al più presto, significa difendere la possibilità stessa di criticare il carcere senza essere accusati di complicità. Significa sottrarre il tema alla rissa morale. Significa ricordare che lo Stato non può permettersi l’odio, perché l’odio non amministra nulla.
Nessuno chiede di amare Alemanno. Nessuno chiede di dimenticare ciò che è stato. Si chiede solo di non usare il carcere come una zona di vendetta simbolica.
Il punto decisivo
Alemanno non diventerà migliore perché è dietro le sbarre. Ma noi diventiamo peggiori se accettiamo che qualcuno possa stare peggio “perché se lo merita”. Difendere la sua scarcerazione significa difendere l’idea che lo Stato debba essere più civile dei suoi colpevoli. Anche quando non ci conviene. Tutto il resto è tifo. E il tifo, in politica penale, non ha forse già fatto abbastanza danni?



















