La posizione dell’Europa sulla Groenlandia come difesa della sovranità e del diritto internazionale contro la politica della forza
All’Europa si può imputare quasi tutto, e con una certa facilità: l’inerzia procedurale, la debolezza politica, l’arte del rinvio elevata a metodo, l’incapacità cronica di trasformare i valori in decisioni rapide. È un repertorio che conosciamo bene, e che spesso utilizziamo anche come alibi.
Ma c’è un errore più profondo, che accompagna questo giudizio: pensare l’Europa come una costruzione amministrativa sradicata dalla storia.
IL VIDEOCOMMENTO di A. Barbano
È l’equivoco che riemerge ogni volta che la si accusa di astrattezza o di moralismo. In realtà l’Europa è l’esatto contrario. È una civiltà che ha costruito il diritto dentro la storia, non al di sopra di essa. Perciò la posizione assunta dall’Unione europea e dai suoi principali Stati membri sulla Groenlandia, di fronte alle dichiarazioni di Donald Trump, va letta in questa prospettiva, come la riaffermazione di un principio che precede anche le singole e spesso contrastanti leadership, ovvero il principio della sovranità che non è una variabile geopolitica, né una concessione revocabile in base ai rapporti di forza del momento.
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La sovranità come memoria storica
Difendere la Groenlandia significa difendere un’idea di mondo che l’Europa conosce bene perché l’ha smarrita più volte. È una presa di posizione che appare fragile solo a chi ignora la genealogia di quella fragilità. L’Europa conosce la guerra, infatti, come condizione strutturale. Per secoli ha vissuto in uno stato di conflitto quasi permanente: guerre dinastiche, guerre di religione, guerre di successione, guerre nazionali. Qui la violenza si è razionalizzata, si è organizzata fino a raggiungere un grado di efficienza che ha cambiato per sempre il volto della civiltà.
Da Verdun ad Auschwitz
Il passaggio da Verdun ad Auschwitz segna, da questo punto di vista, una soglia decisiva. A Verdun la guerra ha mostrato la sua capacità di divorare una generazione; ad Auschwitz la sua possibilità di trasformarsi in macchina di sterminio di un intero popolo. È qui che l’Europa ha toccato il fondo. Ed è da qui che è nata la sua cultura delle regole. Il diritto internazionale europeo origina, dunque, dalla consapevolezza che, lasciata a sé stessa, la logica della potenza accumula solo macerie.
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Il diritto come argine alla potenza
Che una sovranità fondata solo sulla capacità di imporsi è instabile, regressiva, destinata a distruggere anche chi la esercita. In questo senso la normatività è una forma della storia stessa: il tentativo di sottrarre la politica alla sua deriva autodistruttiva. Qui si misura anche la distanza con il machiavellismo trumpiano. Un machiavellismo impoverito, ridotto a cinismo immediato, che confonde il potere con la capacità di acquisire, la politica con una trattativa condotta sotto minaccia.
Il realismo post-storico
Questo tipo di realismo da parvenu della Storia, o per meglio dire questo realismo post-storico, presuppone che ogni ciclo di potenza possa ricominciare da zero e che il diritto sia un intralcio imposto dai deboli. L’Europa, al contrario, sa che il diritto nasce proprio quando la forza mostra il suo volto peggiore. E sa che le regole non sono il contrario del realismo, ma la sua versione più consapevole.
Dall’Iraq all’Artico
Perfino la partecipazione di alcuni Stati europei alla guerra in Iraq – pur illegittima, pur fondata su prove false – dovette essere raccontata dentro una grammatica anche solo formalmente giuridica. Era una violazione, certo, ma oggi siamo ben oltre quella soglia. Quando Trump e alcuni suoi collaboratori rilanciano l’idea che gli Usa debbano controllare la Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, non siamo nemmeno al diritto forzato: siamo di fronte alle regole ignorate, sospese, trattate come un intralcio.
La Groenlandia come test simbolico
La sovranità altrui diventa un dettaglio, il multilateralismo una perdita di tempo. Resta solo la sopraffazione come argomento autosufficiente. È questo che l’Europa riconosce geneticamente come pericolo sistemico. Ed è per questo che, in un mondo in cui autocrazie e populismi normalizzano l’arbitrio, l’Europa può essere il luogo della resistenza formale e ostinata.
Il limite e la responsabilità europea
L’Europa non ha la forza per imporre un ordine alternativo globale; ha però ancora la capacità di impedire che il disordine diventi l’unico orizzonte pensabile. Per questo la Groenlandia conta più di quanto sembri. Accettare che la sovranità possa essere messa in pausa significa accettare che ogni sovranità sia provvisoria. E un mondo di sovranità provvisorie è un mondo in cui nessuna legalità regge.
Si può dire tutto il male possibile dell’Unione Europea. Ma quando la politica torna a parlare il linguaggio bruto del dominio, si scopre che l’Europa risponde con ciò che le resta di più solido: un diritto costruito nella carne della storia. Imperfetto, violabile, spesso tradito, ma indispensabile


















